La recensione di Romulus, serie creata, scritta e diretta da Matteo Rovere che, dopo Il Primo Re, torna all’epoca preromana (e al protolatino) per parlare del presente attraverso il passato, fondendo la sua voglia di emancipazione cinematografica con le origini di Roma. Dal 6 novembre su Sky e in streaming su NOW TV.

Le sfide che sembrano impossibili piacciono a Matteo Rovere: dopo aver ripreso le corse in auto come non si faceva da anni in Italia in Veloce come il vento, ha scatenato tutto il Mel Gibson che ha in sé con Il Primo Re.

Girato in protolatino, in mezzo ai boschi della campagna laziale, la pellicola ha riportato sul grande schermo l’epica, senza paura di mettere in scena anche sangue e violenza, trasformando un film in costume in un racconto che cambia spesso forma, assumendo tinte horror, fino ad arrivare quasi al thriller psicologico.

Nel film, uscito a gennaio 2019, si racconta la fondazione di Roma attraverso gli occhi di due fratelli, i gemelli Romolo e Remo, interpretati da Alessio Lapice e Alessandro Borghi. Il fango e il fuoco di quel set sono rimasti attaccati addosso a Rovere, che, senza perdere tempo, ha espanso il suo universo, realizzando una serie televisiva di dieci episodi che in qualche modo si collega a quel mondo.

Abbiamo potuto vedere i primi sei. Fatta questa premessa, andiamo avanti con la recensione di Romulus.

 

 

Scritta insieme a Filippo Gravino e Guido Iuculano, Romulus, prodotta da Grøelandia, vera e propria factory fondata sempre da Rovere e Sydney Sibilia) insieme a Cattleya e Sky Studios, arriva su Sky Atlantic e in streaming su NOW TV il 6 novembre, con i primi due episodi.

Anche showrunner, Matteo Rovere ha diretto gli episodi alternandosi con Michele Alhaique ed Enrico Maria Artale. Questa volta la storia della fondazione di Roma è raccontata da un punto di vista diverso: siamo sempre nell’VIII secolo a. C., tra Alba Longa e Gabi, ma alle figure storiche si mescolano personaggi di finzione. C’è il re Numitor, padre di Rea Silvia (colei che, secondo la leggenda avrebbe concepito Romolo e Remo insieme al dio Marte), deposto dal fratello Amulius. Riti e miti si mescolano ai fatti storici, permettendo agli autori di darci una prospettiva nuova sulla fondazione di una città, Roma, diventata il cuore di un’impero e culla della cultura latina.

 

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Provati da siccità, intrighi familiari e voti di castità ci sono tre giovani: Yemos (Andrea Arcangeli), nipote di Numitor che, come Simba in Il Re Leone, viene scacciato dal suo regno e dal trono che gli spetta di diritto dallo zio Amulius (un maestoso Sergio Romano). Wiros (Francesco Di Napoli), schiavo di Velia che cerca di sopravvivere nel bosco durante i Lupercalia. E Ilia (Marianna Fontana), figlia di Amulius e vestale, segretamente innamorata di Enitos, fratello di Yemos. Per una serie di eventi, i loro destini si intrecciano, mettendo i ragazzi di fronte a un cambiamento improvviso: la loro capacità di dominare le proprie paure determinerà chi diventeranno.

 

 

 

Romulus: l’universo espanso di Matteo Rovere

Se in Il Primo Re la sfida di Matteo Rovere era quella di realizzare un film in protolatino con effetti speciali mai sperimentati prima nello stivale (la scena dell’inondazione farà scuola), in Romulus la sua visione si allarga ancora di più. Per anni serie come Vikings, Roma e Spartacus hanno cavalcato la forza di personaggi, miti e leggende portandole al grande pubblico attraverso il genere. Questa nuova produzione tutta italiana sembra proprio dire: e perché noi no?

 

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In Romulus la visione di Rovere si allarga ancora di più: con la serie Sky ha creato un vero e proprio “universo espanso”, come fanno Marvel e DC.

Le storie le abbiamo, i paesaggi anche, gli artigiani e gli interpreti pure: ci voleva solo un “homo novus” in grado di immaginare questo progetto e di avere l’entusiasmo e l’energia sufficienti per portarlo a termine. L’autore e produttore romano ha fatto proprio questo: con la serie Sky ha creato un vero e proprio “universo espanso”, come oltreoceano fanno Marvel e DC, solo che, al posto dei supereroi qui ci sono re e divinità del passato.

La forza di Romulus sta quindi nella grande audacia e nel respiro internazionale coniugato con il rigore filologico: capanne e scenografie sono spesso all’aperto e non in teatro di posa, ogni oggetto, ogni tunica o monile è studiato e passato al vaglio di esperti di storia. Fin dalla sigla, che mostra nel dettaglio oggetti e personaggi cruciali di Romulus, c’è questa commistione di antico e moderno, passato e presente: ad accompagnare le immagini è infatti la voce di Elisa, che canta una versione riarrangiata di Shout dei Tears for Fears.

 

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Rovere e i suoi compagni di regia Michele Alhaique ed Enrico Maria Artale sfruttano sapientemente il genere per parlare anche del nostro presente: le lotte fratricide, la sete di potere, il desiderio di rivalsa delle nuove generazioni, che è un po’ anche quella di questi nuovi autori che vogliono smarcarsi da un sistema ormai vecchio, cercando nuove soluzioni non soltanto stilistiche, ma soprattutto produttive. Il tema della fratellanza, così importante in Romulus, sembra la missione di vita di Rovere e i suoi: lo stesso regista produce pellicole di altri, si confronta costantemente con sceneggiatori, direttori della fotografia, esperti di effetti speciali. Una spinta propositiva che sta facendo benissimo al nostro sistema produttivo.

E poi le facce: senza puntare su nomi fortissimi, Rovere ha scelto i volti e i corpi più adatti a incarnare i personaggi protagonisti di Romulus.

Una cosa in cui Sergio Leone era maestro e che sembra essere molto importante per questo team di autori.

 

 

 

Romulus e il linguaggio del corpo

A prescindere dal racconto principale e dai dialoghi in protolatino, c’è tutta una comunicazione non verbale che è uno degli aspetti più interessanti della serie Sky: ogni personaggio nasconde i tratti della propria personalità già nel corpo.

Yemos, destinato a diventare re, ha lo sguardo superbo e il naso affilato di Andrea Arcangeli. Wiros invece, schiavo e sottomesso, ha il corpo magro e minuto di Francesco Di Napoli, che però ha anche uno sguardo intelligente: proprio come il suo personaggio, in grado di sopravvivere più grazie alle parole e alla sua capacità di persuasione che non alla forza fisica. Infine Marianna Fontana è una scelta perfetta per Ilia: il suo viso è sia dolce, negli occhi, nel naso minuto e la bocca carnosa, sia duro, grazie alla sua mascella volitiva. Non a caso il suo personaggio è il più complesso e articolato: da pura e virginale vestale devota alla dea, abbraccia il fuoco e l’ira di Marte, il dio della guerra.

 

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Rovere e i suoi hanno curato questi corpi tanto quanto le parole: li vediamo inquadrati sporchi di fango, grondanti sangue, straziati e marchiati dal fuoco e dalle battaglie. Sono anche ritratti in tutta la loro sensualità, elemento da troppo tempo abbandonato dai nostri autori, soprattutto in televisione. Questi sono corpi vivi, che vibrano, che amano, che hanno paura. E che possono anche cambiare: a una mano umana può sostituirsi un guanto pieno di artigli, a sottolineare il fragile equilibrio che c’è tra umano e animale, civilizzato e primordiale, ragione e istinto.

Rovere e i suoi hanno curato questi corpi tanto quanto le parole: li vediamo inquadrati sporchi di fango, grondanti sangue, straziati e marchiati dal fuoco e dalle battaglie

L’unione tra divino e terreno è concentrato in Rumia: presenza misteriosa associata ai lupi, che fiuta la paura e terrorizza i cuori degli uomini. Proprio la paura è un altro dei temi centrali di Romulus: come la affrontiamo determina chi siamo. Fratelli, re, traditori, devoti, guerrieri, schiavi: c’è ogni tipologia di essere umano in questa serie tv. Combattuti tra divino e materiale, casto e lussurioso, magnanimo e vendicativo. La grande tragedia umana, ovvero concepire idee immortali in un corpo destinato a morire, che si fonde con la storia, il genere e lo spettacolo.

Matteo Rovere ci sta riuscendo. Sta costruendo il suo impero narrativo.

 

 

Romulus è su Sky Atlantic e in streaming su NOW TV dal 6 Novembre