Le mense di Lione, Francia, hanno rinunciato temporaneamente alla carne e gli allevatori si infiammano in ampie proteste.

L’idea di base, almeno ufficialmente, è prettamente pragmatica: gli studenti devono sottostare al distanziamento a ai turni dei pasti, quindi è molto più semplice gestire un’unica opzione gastronomica, piuttosto che due tipologie di pasto parallelamente.

Ovviamente l’imporre il menù a base di carne sarebbe fuori questione. Se non altro perché la cosa sarebbe virtualmente ingestibile, visto il complesso multiculturalismo che vige in Francia. Per quanto riguarda vegetariani e vegani, la situazione è comunque una fregatura perché i pasti includono prodotti ittici e uova.

I detrattori non hanno tenuto conte delle motivazioni avanzate e accusato il sindaco di Lione, Grégory Doucet, di approfittare di questa situazione di emergenza sanitaria per portare avanti manovre “ideologiche” e “elitiste”, tuttavia la medesima soluzione è al vaglio anche di diverse città del Paese, Parigi compresa.

Un’accusa non del tutto incomprensibile, considerando che, per quanto il Senato francese e gli ambientalisti approvino una simile scelta, il rimuovere la carne dalle mense per vie tradizionali sarebbe pressoché impossibile. La lobby degli allevatori è estremamente potente e lo si nota sia nelle azioni dirette che nelle pressioni politiche che sta esercitando.

Trattori, mucche e capretti sono stati immediatamente trascinati davanti al municipio – il tutto scandito da motti surreali quali “fermare la carne è una garanzia di debolezza contro i virus futuri” – mentre tra gli scranni diplomatici si ringhia contro il “moralismo Green”.

Lione continua a promettere che la soluzione sia solo temporanea, ma sono molti a temere o a sperare che questo sia solamente il primo passo verso una scelta definitiva che potrebbe portare, seppur modestamente, a un calo delle emissioni dei gas serra legate agli allevamenti.

Ironicamente, la risoluzione introdotta da Doucet non è piaciuta neppure a Barbara Pompili, Ministra dell’ambiente, la quale ha sottolineato come una mensa priva di alternativa vegetariana sia da considerarsi “preistorica”.

 

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