Quando l’anno scorso mi sono tatuata sul braccio la scritta “Amiamo l’Inghilterra”, senza ancora sapere che da lì a qualche mese mi sarei trasferita a Londra, vedevo nel mio immaginario questo Paese come l’unica via possibile da percorrere arrivata a questo punto della mia vita.

Ho finalmente deciso di imbarcarmi in un’avventura totalmente allo sbaraglio, senza bussola e senza navigatore.

Con in mano la mia laurea magistrale, qualche soldo messo da parte lavorando come barista nei weekend e tantissima voglia di cambiare Paese, lo scorso maggio ho finalmente deciso di imbarcarmi in un’avventura totalmente allo sbaraglio, senza bussola e senza navigatore.

Non avevo esempi da seguire o agganci da sfruttare, si può dire che mi sono fatta spazio giorno dopo giorno sgomitando e usando tutte le energie a mia disposizione.

I primi veri momenti di sconforto li ho vissuti mentre cercavo casa: come molti degli Italiani che vengono in Inghilterra, all’inizio ero ospitata da altri Italiani, ma volevo rendermi autonoma il prima possibile e così già il secondo giorno ho iniziato la ricerca.

Ci sono molti siti utili in questi casi, ma ci vuole anche molto impegno, dedizione e soprattutto bisogna essere molto svegli! Molte case che ho visitato tramite gli annunci erano vere e proprie topaie, quindi: regola numero uno, assicuratevi che nell’annuncio ci siano sempre le foto, almeno della stanza se non dell’intera casa.

Una volta trovato un annuncio interessante, il secondo step è contattare la persona per fissare un appuntamento. Qui casca la seconda regola d’oro: se siete interessati a un annuncio, telefonate! Non perdete tempo con sms o messaggi su Facebook.

In molti li ignoreranno, altri vi scriveranno solo quando ormai hanno già trovato qualcun altro. Se siete davvero interessati, e non volete lasciarvi scappare l’occasione di una stanza, piuttosto spendete qualche sterlina in più ma telefonate.

Vi ritroverete ben presto con fogliettini sparsi ovunque con numeri di telefono, indirizzi, cartine della metro e indicazioni su come arrivare nei posti, numeri di riferimento degli annunci, ed è molto facile che tutto questo vi crei confusione.

Un consiglio molto pratico è: prendete carta e penna, scrivetevi un elenco delle caratteristiche che secondo voi sono importanti/fondamentali per una casa, e suddividete gli annunci in base a questo. In questo modo, vi sarà più facile scegliere quale stanza prendere.

Non sempre, anzi, quasi mai, è possibile trovare la stanza con tutte le caratteristiche che desiderate (per esempio, senza moquette, in una casa con la sala e la cucina, in una posizione favorevole rispetto ai trasporti pubblici, abitata da coinquilini “normali”).

Prendetevi qualche momento in più per capire le vostre priorità, perché avere un “nido” da cui partire all’inizio di queste avventure è fondamentale.

Posso garantirvi per esperienza personale che una volta che vi sentirete a posto con la sistemazione, tutto il resto prende una piega molto più positiva!

Una volta appurato che l’annuncio non era una bufala, che i vostri futuri coinquilini non sono degli psicopatici e che vi sentite sicuri sul voler prendere una stanza, si aprirà un mondo tutto nuovo e finora sconosciuto.

L’ingresso a questo mondo è segnato dall’incontro con il landlord.

Il landlord, o padrone di casa, è una categoria sociale che presenta un’elevatissima variabilità al suo interno: da quelli che preferiscono delegare le agenzie e di cui non vedrete mai la faccia nemmeno in fotografia, a quelli insistenti e pignoli riguardo le vostre referenze, a quelli che addirittura vivono in un altro Paese.

Il primo landlord in cui mi sono imbattuta era un indiano pignolosissimo, che ha voluto leggere e controllare personalmente tutte le mie referenze prima di decidere se darmi o no la stanza.

Alcuni esempi: ha voluto vedere il mio estratto conto della banca degli ultimi tre mesi per essere sicuro che potessi pagare l’affitto, ha voluto una lettera da parte di mio babbo in cui si diceva che i miei genitori mi avrebbero potuto prestare soldi se avessi avuto bisogno, una lettera dal mio ex datore di lavoro in Italia, una dall’università italiana che avevo concluso da mesi, e infine una lettera dalla scuola di giornalismo dove studiavo in quel periodo a Londra.

Ha controllato personalmente tutte le referenze, telefonando in Italia, facendo spendere soldi a mio babbo e al mio ex datore di lavoro.

Alla fine, quando ha capito che non ero né una serial killer né una pregiudicata, ha accettato di farmi avere la stanza.

Alla fine, quando ha capito che non ero né una serial killer né una pregiudicata, ha accettato di farmi avere la stanza. Certo, solamente dopo queste mille peripezie burocratiche è saltato fuori che lui non faceva nulla per la casa da anni, che l’inverno scorso le ragazze erano state sei settimane senza riscaldamento perché per lui aggiustare il boiler “non era una priorità”, che la cucina era invasa dai topi e via discorrendo.

 

Ma avevo la mia stanza, ed ero felicissima così.

Mi sono messa alla ricerca del lavoro verso metà luglio, una volta finito il corso di giornalismo, prima di tornare in Italia per le vacanze.

Ammetto di non essere la persona più lineare del mondo e di avere avuto esperienze di vita molto diverse in passato: ho studiato Psicologia, con un Master in Psicologia del Lavoro, ma ho anche lavorato per 5 anni come barista e per un sacco di anni con i bambini, e sono anche molto interessata di giornalismo e fotografia.

Non è stato facile per me scegliere in quale strada preferenziale imbarcarmi, soprattutto perché mi trovo a Londra, la città con più potenzialità nel mondo.

Il primo giro di curriculum l’ho inviato a catene di distribuzione tipo bar e ristoranti, per lavorare inizialmente come hostess o barista o cameriera, e contemporaneamente anche a una serie di aziende o agenzie per poter iniziare un tirocinio (ovviamente, non pagato) in Risorse Umane, le tanto popolari HR.

E qui sono saltate fuori le prime “magagne”, ovvero i primi segni che la tanto utopica Inghilterra non è poi così tanto la terra delle opportunità.

Innanzitutto, anche per un lavoro come la cameriera o la barista, richiedono tutti personale con minimo tot anni di esperienza. Credevo che questa fosse un’esclusiva tutta all’italiana, e invece vedo ben presto che le cattive abitudini sono molto più diffuse di quanto non crediamo nel Bel Paese.

Per loro la mia laurea all’Università di Bologna non significa nulla.

E per i tirocini, nemmeno a parlarne! Gli standard in Inghilterra sono purtroppo molto alti, nonostante poi non si vada ad indagare minimamente sui contenuti, e per loro la mia laurea all’Università di Bologna non significa nulla.

Le università nel Regno Unito sono molto più incentrate sulla pratica, per quanto concettualmente non forniscano secondo me un’educazione e una cultura comparabile nemmeno con la più piccola università italiana.

Tuttavia, gli studenti si sentono già “scienziati”, vengono dati loro in mano tutti gli strumenti necessari per fare ricerca ed esperienza, quindi poi finiscono per essere altamente specializzati ma con una conoscenza superficiale di tutto quello che esce dalla loro sfera di comfort accademico.

La mia “cultura generale” e mancata esperienza sono state la combo decisiva per far risuonare un sonoro “NO!” nella mia casella email, per svariate settimane.

Long story short, trovo lavoro come barista in una catena internazionale.

Mi godo le vacanze in Italia sapendo che al mio ritorno a Londra avrei avuto un lavoro! Sicuramente non sarebbe stato il lavoro della mia vita, ma mi avrebbe permesso di fare altre esperienze nel frattempo e avere qualche soldo in più per godermi la città. Sbagliato! Mai nulla fu più deludente e stressante. 

Con cinque anni di esperienza alle spalle, mi sentivo abbastanza sicura a calcare questo terreno.

Fare la barista in Italia mi piaceva, lo trovavo divertente perché andavo d’accordo con i colleghi e non mi pesava il contatto con i clienti o lavorare nei weekend e per le feste.

Ma purtroppo in questa città è il dovere che vince sempre su tutto, e quella che per me, italiana DOC, è l’esperienza di entrare in un bar e prendere un caffè, purtroppo non ha lo stesso significato per questi inglesi qua. Mi bastano pochi giorni per capire quanto sia depersonalizzante e stressante fare un lavoro che fino a qualche mese fa mi piaceva così tanto.

Turni di otto-nove ore con venti minuti di pausa, riunioni improvvisate alle undici di sera, umiliazioni davanti ai clienti, tantissime ore di straordinario. Per un salario minimo, senza la possibilità di organizzarsi perché i turni sono ovviamente settimanali e mai due volte gli stessi.

Non è passata neanche una settimana.

Ho metaforicamente sbattuto il grembiulino sul bancone e detto addio a questi finti promotori del benessere. Se vai al bar, in Italia, ti aspetti di chiacchierare col barista, perdere più tempo possibile, leggerti un giornale.

Non ti aspetti di entrare in una sorta di catena di montaggio della caffeina, dove i baristi sembrano recitare una parte sembrano prestare ascolto unicamente alla “madre Fretta” che popola le strade di questa metropoli.

E così, eccomi di nuovo al di fuori di tutti gli standard. Non abbastanza qualificata per un tirocinio in risorse umane, non abbastanza inglese per un tirocinio in giornalismo, non abbastanza vittima dello stress per un lavoro qualsiasi.

Ma chi l’ha detto che bisogna poi sempre stare alle regole? Ma soprattutto, chi le fa le regole? 

Se è a Londra che ho deciso di vivere per un po’, non è per forza detto che mi devo adeguare ai loro ritmi di vita stressanti e senza mai un attimo per riprendere fiato.

Ho capito però che potevo prendere un’altra strada, continuare a respirare quest’aria che mi dà tanta ispirazione senza però farmi avvelenare dagli aspetti negativi di questa società. Ho iniziato a mettere annunci come babysitter e intanto mi sono creata uno spazio virtuale, iscrivendomi a diversi siti per freelancer, traduttori e scrittori.

Così posso continuare per la mia strada, facendo quello che amo fare ma allo stesso tempo riuscendo a pagare l’affitto in una delle città più care d’Europa.

Certo, non posso permettermi molte uscite extra, perché in questa città paghi anche per l’aria che respiri a momenti. Londra può spaventare perché è grande e a volte ostile, forse un po’ fredda, soprattutto nei rapporti umani.

Ma questo perché esistono diversi livelli a cui viverla, e sicuramente quello più diffuso e superficiale è poi il livello che perpetua lo stress, la fretta, l’isolamento, i pasti pronti e le sbronze al pub alle 6 di pomeriggio.

Esiste anche una Londra fatta di giovani ragazze che passano la notte a tradurre articoli e pranzano alle 3 di pomeriggio subito prima di andare a prendere la bambina da scuola – ma nessuno è superiore o inferiore.

Il mio consiglio è: aprite gli orizzonti, viaggiate, sperimentate il più possibile.

Primo, perché vivendo un po’ di tempo fuori il nostro Paese non sembra poi così tanto male. E secondo, perché il giorno che torneremo in Italia, avremmo così tante esperienze nel nostro bagaglio da poterla arricchire ancora di più.