NFT: le criticità di un sistema ancora ignoto

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2 settimane fa

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criticità nft glitch

NFT, NFT come se non ci fosse un domani. Ultimamente i Non-Fungible Token sembrano aver ormai invaso ogni ramo delle interazioni internettiane, con illustratori, artisti, Vip e “vippini” che lanciano mille espedienti con cui conquistare una fetta di un mercato che sta smuovendo milioni di dollari sotto forma di criptovalute.

I NFT sono l’”avatar” pop dei sistemi blockchain e hanno a loro modo democratizzato un sistema economico che, fino a poco tempo fa, era più che altro arginato nelle sfere della finanza e del campanilismo tech. Con l’esplosione della sua popolarità, tuttavia, l’arte crittografica, o criptoarte, sta anche sollevando un polverone di discussioni, di profonde analisi socio-politiche e di considerazioni ambientaliste.

Volenti o nolenti, gli NFT hanno acceso i riflettori sulle criticità, le ambiguità e i pericoli dell’intero sistema blockchain, fomentando il confronto su soluzioni e regolamentazioni di un mondo digitalizzato in cui vige ancora la semianarchia.

NFT, criptovalute alla portata di tutti

In passato avevamo già affrontato il cosa siano i “non-fungible token, tuttavia ai fini di quest’analisi è importante anche il capire quali siano gli eventi che li hanno portati così improvvisamente alla celebrità. Nell’ormai lontano 2017 i collezionabili digitali di base blockchain sembravano infatti confinati a un bacino di irriducibili che si scambiavano gatti digitali su CryptoKitties, poi tre anni di lenta crescita e un boom inatteso di fama. Ora la storica casa d’aste Christie’s batte un NFT a prezzi che superano i dipinti di Manet e i non-fungible token sono sulla bocca di ogni organo di stampa, com’è possibile?

Come spesso capita, non esiste una spiegazione univoca, piuttosto la situazione odierna è dovuta a una serie di concause interconnesse che sono andate a fomentare un fenomeno che, in un altro contesto, avrebbe rischiato di rimanere marginale ancora a lungo.

cryptokitties

Questo “gatto” viene venduto a circa 150.000 euro, se lo volete.

In senso assoluto possiamo affermare che il mercato degli NFT abbia giovato non poco della pandemia di coronavirus, della rinnovata passione nei confronti delle criptovalute, del desiderio di rivalsa degli underdog artistici e del supporto esterno fornito da celebrità e da alcuni fatti di cronaca.

Partiamo per ordine, riconoscendo come lockdown e altri sistemi di arginamento sanitario abbiano soffocato, se non annichilito, tutti i rituali sociali e professionali che sono propri del mondo dell’arte contemporanea. Niente più vernissage, residenze artistiche, mostre collettive o personali, eventi, esibizioni, performance. Persino le gallerie hanno aperto a singhiozzo, faticando ad accattivarsi l’attenzione della clientela. Il coronavirus ha depotenziato la filiera dell’arte, ledendo in particolare la fascia di commercianti e creatori medio-piccoli.

I canali dell’arte “alta” non sono riusciti a riconvertirsi, se non con mostre digitali poco convinte o attraverso interventi partecipativi sui social, lasciando il campo libero per una spallata strategica che potremmo considerare un “Salone dei rifiutati” 4.0.

Così come nell’Ottocento il Salon des Refusés parigino ha dato voce a tutti quegli artisti che non erano riconosciuti dal mondo accademico, ora gli NFT stanno dando visibilità a illustratori, animatori, fotografi e musicisti, soggetti che solitamente vengono denigrati come creatori “minori”.

L’adesione massiva ai non-fungible token è stata però resa attuabile da avvenimenti esterni, soprattutto il ritorno in auge dei sogni di conquista delle criptovalute e l’esplosione teatrale di episodi a loro connessi, primo tra tutti il caso Gamestonk. Quell’episodio, unito ai vari endorsement di personaggi quali Jack Dorsey, CEO di Twitter, ed Elon Musk, CEO di Tesla e SpaceX, hanno “concretizzato” nel mondo reale un sistema finanziario che fino a poco tempo fa veniva percepito da molti come una semplice bizzarria digitale.

nft jack dorsey

La criptoarte di Jack Dorsey.

Collettivi quali The Most Famous Artist, noto per i suoi obelischi abusivi, hanno inoltre colto la palla al balzo, assicurandosi di approfittare della propria fama per rimandare i propri follower sui canali di vendita NFT, ufficializzandone la coordinata artistica.

A concedere una dimensione pragmatica al blockchain è intervenuto con una certa prepotenza anche il mondo dei collezionabili. In tal senso, le leghe sportive stanno puntando alla grande sulla vendita di “figurine” digitali, confidando che queste diventino presto una significativa fonte di introiti, inoltre anche le case videoludiche mainstream stanno dimostrando di voler appoggiarsi a sticker” con cui arrotondare i propri incassi, trascinando di conseguenza il vasto pubblico nel mercato dei non-fungible token.

Se le criptovalute sembrano ancora oggi una cosa aliena e un po’ pericolosa, gli NFT hanno guadagnato una dimensione “effettiva” e razionalizzabile, accessibile all’utente medio, e i vari portali non hanno mancato di comprenderlo velocemente, dando il via a una “corsa all’oro” in cui ognuno cerca di accaparrarsi clienti offrendo servizi unici.

La malcelata ambiguità degli NFT

Le novità comportano sempre degli sconvolgimenti, ma la rivoluzione imposta dai non-fungible token è stato tanto rapida e competitiva da imporre un accantonamento temporaneo di ogni potenziale riflessione. Solo ora iniziano a emergere consapevolmente le criticità proprie all’approccio imprenditoriale adottato dalle case d’asta specializzate in NFT, quello che ha preferito la deregulation all’organizzazione di protocolli e orizzonti condivisi.

Ognuno ha fatto di testa sua, quindi si è consolidato un mercato torbido e confuso. Nell’ecosistema attuale, è difficile stabilire anche solo cosa voglia dire essere possessori di NFT: a seconda dei casi, acquistare criptoarte concede il controllo totale dell’opera rappresentata, ma in molti altri si ottiene esclusivamente ciò che la Frankfurt Kurnit definisce come “proprietà intangibile o incorporea, un oggetto che non può essere toccato, ma al quale viene assegnato un valore”.

cubo invisibile dominicis

Esposizione Seconda soluzione di immortalità (l’universo è immobile) di Gino de Dominicis contenente il Cubo invisibile (1967).

Vale la pena sottolineare che il mondo dell’arte tradizionale non è in alcun modo esente dalla presenza di opere “intangibili”, tuttavia il loro acquisto viene nondimeno certificato formalmente con un contratto che vada a legarlo alla riproducibilità dell’intervento, alla documentazione fotografica dello stesso o a carteggi che diventano a loro volta l’opera venduta. Un esempio per eccellenza ce lo offre Maurizio Cattelan, il quale ha denunciato alla questura di Forlì il furto di un’opera invisibile e intangibile, fondamentalmente inesistente, trasformando le scartoffie burocratiche in un pezzo artistico.

Le dinamiche dei NFT si muovo però su altri binari, con gli acquirenti che possono più che altro vantare di aver messo mano sull’”anima” del lavoro, ma senza che questo diventi effettivamente di loro esclusivo utilizzo. Il concetto di quanto possa valere economicamente un’anima è degno di un dibattito luciferino, tuttavia è legittimo pensare che si tratti di una cifra estremamente fluttuante, cosa pericolosa per chiunque volesse praticare investimenti sul lungo periodo.

Se vogliono sopravvivere all’attuale periodo di moda, i portali di vendita dei non-fungible token dovranno presto concordare stratagemmi e strategie con cui tutelare acquirenti, collezionisti e artisti, sia sul piano dei tracolli di mercato, sia su quello dei furti. Sebbene su carta il sistema blockchain sia estremamente difficile da hackerare, la realtà della cronaca ci ha ricordato che neppure i NFT siano immuni alle infiltrazioni legate alle fughe di dati. In molteplici occasioni, infatti, gli hacker sono riusciti a entrare sui siti che trattano i token semplicemente adoperando user e password trafugate altrove, trovando facile strada a bottini da migliaia, se non milioni, di dollari.

baffi finti

“Salve, sono Groucho Marx. Vorrei ritirare tutti i soldi che ho sul conto e autorizzare l’uso della mia immagine per i film di Dylan Dog”.

Come si deve comportare un esercente quando qualcuno si spaccia per uno dei sui clienti e fa razzia dell’account? Come si devono invece comportare i collezionisti che si trovano con il portafoglio vuoto perché gli hacker hanno rubato le password degli admin del sito a cui si erano affidati? Abbiamo esempi che coprono ambo le situazioni, ma in nessuno dei casi i compratori sono stati debitamente protetti, neppure quando a essere in difetto era il portale d’aste. Non esistono responsabili.

Un simile atteggiamento si basa sull’assunto che il sistema blockchain sia deliberatamente pensato per “sfuggire ai lacci di ogni tentativo di regolamentazione”, una filosofia che certamente ha fomentato sogni di anarchica rivoluzione, ma che immancabilmente sta ora causando danni collaterali che mettono a repentaglio le possibilità di sopravvivenza degli NFT.

Il mercato di non-fungible token deve essere in qualche modo regolamentato, dall’interno o dall’esterno. Non solo per i la possibilità concreta di crack finanziari, ma anche perché le policy e i requisiti d’accesso sono tanto fumosi che non è insolito che alcuni utenti creino opere d’arte NFT rubando le proprietà intellettuali altrui, con i siti dedicati che perlopiù si limitano a scaricare responsabilità e rischi sui loro clienti.

Una possibile soluzione consiste nell’ibridare nuovi e vecchi mercati, una strada esplorata recentemente dal DJ statunitense Steve Aoki, il quale ha accompagnato la vendita della sua criptoarte con la produzione di un’opera fisica che la rappresentasse. Formare un simile ponte tra i due mondi andrebbe tuttavia a intaccare irrimediabilmente il potere rivoluzionario dei non-fungible token.

Sul piano filosofico, la questione resta comunque delicata, con il collezionista Stefan Simchowitz che lancia sulla testata Vanity Fair l’allarme più mirato e concreto, quello che fondamentalmente ci spinge a guardare con attenzione il fenomeno dei NFT come rappresentazione riflessa dei mostri della nostra cultura.

La società ottiene l’arte che si merita. Gli NFT sono un’applicazione fondamentale che sarà infine adoperata da artisti proveniente da ogni piattaforma e da ogni medium – tuttavia, la corrente estetica di questo delirio è al momento grandemente radicata nel sessismo, nel razzismo, nell’immaturità, nella xenofobia, nell’infantilismo e nell’anti-arte.

Le politiche dell’identità e il risveglio della guerra culturale sono state rese vive nell’immaginario degli NFT, i quali teoricamente promettono la democratizzazione dell’arte per chiunque, ma in realtà sono semplici vasselli per l’estetica della destra alternativa (riempita di ideologie liberali e pseudo-progressiste) sviluppata su larga scala nell’atmosfera culturale.

Le criptovalute distruggono il mercato delle GPU

Nell’affrontare la questione, non si può che citare di sfuggita come NFT e i blockchain in generale stiano influenzando il già claudicante mercato delle GPU, con aziende quali AMD e Nvidia che continuano a fabbricare schede grafiche che vengono immediatamente assorbite dall’industria del mining di criptovalute.

Si tratta di un’economia a somma zero, in cui per ogni GPU acquistata da un miner ve n’è una in meno da destinare ai normali utenti PC. Le poche risorse che restano a disposizione assumono velocemente costi proibitivi, superando i prezzi di listino anche molteplici volte.

libreria jedi

Una fabbrica di criprovalute di tanto tempo fa, in una galassia lontana.

Durante il periodo pandemico, questa soffocante dinamica è stata enfatizzata dalla scarsità di produzione delle microcomponenti, tuttavia il problema è sistemico e le stime di settore ci avvertono che, se le cose non dovessero cambiare, ci troveremo ogni 24-36 mesi ad affrontare carenze di GPU che potranno protrarsi per 9-18 mesi.

Nvidia ha compiuto un timido passo per ridurre l’impatto nefasto della situazione e lo ha fatto producendo una GPU che è inadatta e efficiente nel fare mining, la RTX 3060. Purtroppo l’esperimento virtuoso è naufragato dopo pochi mesi dal lancio, non appena la casa produttrice ha caricato online un aggiornamento che ha di fatto vanificato la limitazione in questione. L’azienda ha immediatamente rimosso l’update, ma ormai il danno è fatto.

NFT, le criticità sul piano ecologico

Eccoci dunque al punto che ha catalizzato le recenti discussioni pubbliche: i non-fungible token distruggono l’ambiente. Circa. Forse. Non esattamente. La verità è che quando si parla dell’inquinamento legato al mercato della criptoarte, non si parla dell’effettiva creazione/formalizzazione dell’NFT, piuttosto si prendendo in considerazione i consumi nel suo complesso, tenendo conto di ogni singolo passaggio della vita mercantile dei prodotti digitali.

Ecco dunque uno scarto che non è necessariamente ovvio: i movimenti di protesta che stanno colpendo il settore non stanno veramente mettendo in discussione i NFT, piuttosto si stanno ribellando ai sistemi blockchain nel loro complesso. Molti artisti, semplicemente, non vogliono essere parte di un sistema che sembra essere inquinante a livello spropositato.

In un certo senso, quello stesso inquadramento che ha portato le persone a considerare i NFT come oggetti “veri”, ne ha portate tante altre a notare che la filiera di produzione di criptovalute sia pregna di criticità e che sia capace di fare immensi danni all’ambiente. Anzi, gli artisti che più stanno combattendo per contrastare il mercato dei non-fungible token sono proprio quelli che, con una certa leggerezza, inizialmente lo avevano accolto e che ben presto hanno compreso di essersi infilati in un “modello capitalista sotto steroidi” che non si cura dei danni che causa.

Un esempio perfetto ci giunge da Joanie Lemercier, artista e attivista climatico, il quale ha venduto sul portale NiftyGateway ben 53 copie di una sua opera digitale, prima di realizzare che il mondo che vi è dietro generi inevitabilmente contraccolpi inquinanti. Una volta raggiunta una simile epifania, Lemercier ha contattato un’azienda specializzata nel calcolo delle emissioni di gas serra, Offsetra, così da far stimare i danni ambientali da lui indirettamente causati. Ne è venuto fuori che ogni suo pezzo ha immesso nell’atmosfera 80 kg di CO2.

Solidi platonici

NFT venduti fino a poco tempo fa da Joanie Lemercier.

Ethereum, Bitcoin e altre criptovalute adoperano d’altronde grandi quantità di energia, con l’indice di Digiconomist che ci segnala come ogni singolo scambio effettuato con i Bitcoin consumi l’equivalente di 706.765 pagamenti con carta di credito. Non è uno spreco casuale, ma fa parte del sistema di sicurezza chiamato proof-of-work (PoW): non essendoci parti terze che sorvegliano sulla validità delle transazioni, il sistema blockchain chiede ai device facenti parte della rete di risolvere operazioni che chiedono una vasta potenza di calcolo.

Una volta raggiunta la soluzione, il sistema decentralizzato riceve un nuovo “blocco” che conferma che la vendita sia stata validata.. Il risultato parallelo è che il solo sistema Ethereum – che è comunque meno devastante di quello del Bitcoin – finisca a consumare annualmente una potenza energetica comparabile a quella adoperata della Libia.

Le vendite di NFT sembrano tuttavia essere ancora più inclini al consumo. Uno spaccato dettagliato in tal senso ce lo offre l’artista computazionale Memo Akten, il quale ha analizzato quasi 80.000 transazioni effettuate sul portale SuperRare, arrivando a ipotizzare che ogni operazione abbia in media richiesto 82 kWh di elettricità, equivalente a 48 Kg di CO2 (ovvero il doppio di un normale scambio di Ethereum).

In altre parole, “in meno di sei mesi, un NFT in edizione multipla ha un’impronta ambientale di 260 MWh, 160 tonnellate di emissioni CO2”. Contando i consumi medi italiani, si tratta della quantità di elettricità consumata da una famiglia di quattro persone nell’arco di più di settant’anni.

Akten ha assunto una posizione professionale molto esplicita e ha firmato un manifesto pubblicato sulla rivista Flash Art, manifesto che denuncia come l’ecologia della criptoarte rifletta un problema che è fondamentalmente culturale. Secondo l’artista, gli NFT offrirebbero un’illusione di ricchezza che risponde agli ideali neoliberisti di mercati privi di controlli, aperti allo sfruttamento smodato delle risorse. Una dinamica che dovrebbe spaventare gli artisti contemporanei, ma che finisce spesso per ammaliari con poderosi guadagni e fama.

Come procedere

La risposta più ovvia e gettonata alle criticità evidenziate è quella che gli artisti smettano immediatamente di partecipare al mercato degli NFT. Molti lo stanno per altro già facendo, seppur non tutti stiano assumendo le posizioni esplicite e impegnate dei personaggi sopra menzionati.

Il collettivo di The Most Famous Artist, per esempio, dopo mesi di iniziative a base di criptoarte, ha rimosso ogni menzione dell’esistenza dei non-fungible tokens dal suo sito e dai suoi social, facendo tabula rasa per reinventarsi come centro di consulenza. Altri ancora, contattati privatamente, hanno preferito glissare del tutto la questione, come se si fosse trattato di un brutto sogno, o scaricare le responsabilità sui propri galleristi.

Persino Elon Musk, grande sostenitore delle criptovalute che aveva creato un’opera video-musicale pronta alla vendita, ha deciso di “compiere un passo indietro” perché non sarebbe stato “giusto” venderla. Una strada diversa l’ha presa Grimes, nota cantante e compagna di Musk, la quale ha ha sì venduto una decina di NFT, ma con la promessa di devolvere parte dei ricavi in Carbon180, un’ONG dedicata alla riduzione delle emissioni di carbonio che già collabora con il CEO di Tesla.

La promozione di uno sfruttamento etico delle aste di criptoarte è sostenuto anche da Beeple, l’artista che è stato preso sotto l’ala di Christie’s, il quale starebbe costruendo percorsi che garantirebbero emissioni zero o “negative”. Per farlo, l’artista vorrebbe investire parte dei suoi introiti in energie rinnovabili, programmi di conservazione e tecnologie che assorbono CO2 dall’atmosfera. Secondo le sue stime, però, il ribilanciare l’equazione costerebbe circa 5.000 dollari per ogni singola vendita, cifra che non tutti potrebbero permettersi.

Portali quali SuperRare si sono fatti avanti per assumere un simile impegno economico in prima persona, giurando di essere pronti a investire “per ridurre l’impatto delle emissioni dell’Ethereum” e per portare all’evoluzione dell’ecosistema che lo circonda. Poco sorprendentemente, tuttavia, queste affermazioni non sono state accompagnate né da cifre, né da deadline, rimanendo aleatorie e dalla dubbia affidabilità.

Pur prendendo in considerazione la remota possibilità per cui l’intero smercio di NFT possa essere compensato interamente via investimenti da riversare in aziende dedicate alla lotta alle emissioni, queste non sarebbero altro che, appunto, compensazioni. L’inquinamento continuerebbe indisturbato e le promesse di un futuro più green verrebbero delegate a un ipotetico futuro, magari affidandosi a una selvicoltura smodata che potrebbe venire annichilita da un incendio.

Non tutti sono però convinti che gli Ethereum siano di per sé davvero dannosi per l’ambiente. Il giornalista di Forbes Roger Huang, fa infatti notare come i minatori di criptovalute cinesi abbiano saputo approfittare di cittadine nello Sichuan nelle quali la produzione di energia idroelettrica eccedeva i consumi locali e che, pertanto, abbiano semplicemente adoperato delle energie – per altro pulite – che altrimenti sarebbero andate perdute.

Quello riportato è certamente un esempio interessante, ma le criptovalute probabilmente non riuscirebbero a reggere se chi si occupa del mining si limitasse a fare da sciacallo alla sovrapproduzioni delle centrali. Anzi, in senso più assoluto la Cina si starebbe lentamente rendo conto che la produzione intensiva di conio virtuale stia compromettendo i piani del Paese di raggiungere le emissioni zero entro il 2060.

Nel tentativo di ridurre le proprie emissioni, le Mongolia Interna ha già bandito i lavori del settore e altre zone del gigante orientale sembrano propense a seguire il suo esempio, al punto che non pochi specialisti del settore hanno preso armi e bagagli per spostarsi in nazioni meno ostili alla loro professione, nazioni quali Russia, Kazakhstan, Malesia e Iran.

La soluzione ottimale sembrerebbe essere quella del passaggio all’Ethereum 2.0, il quale sostituirebbe il sistema di validamento proof of work (PoW) con uno proof of stake (PoS): al posto di avere molti sistemi che sforzano il proprio potere di calcolo, se ne avrebbero pochi e scelti sempre casualmente. Sarebbe un salto generazionale epocale che ridurrebbe del 99 per cento le attuale emissioni causate dalla rete blockchain.

Visto che si tratta di una situazione tanto ottimale, perché non è dunque ancora stata attivata? Essendo il network delle criptovalute decentralizzato, il rischio è che alcuni soggetti possano fare ostracismo, spezzando il bacino di produzione. Per quanto un simile panorama possa sembrare folle, non è neppure troppo inverosimile, molti temono infatti che la versione 2.0 di Ethereum andrà a fornire maggiori vantaggi a coloro che sono già in possesso delle fette di mercato più significative, consolidando definitivamente dei monopoli nella sfera blockchain.

Gli ETH2 sono in ogni caso la strada più ovvia e, su certi frangenti, meno complessa, per attutire le endemiche criticità di NFT e criptovalute. In tal senso, il dramma sollevatosi attorno all’impronta inquinante della criptoarte potrebbe essere stato lo stimolo necessario a smuovere una situazione che sembrava arenata da anni: esercenti e minatori temono che i Governi e il pubblico possano ora decidere di prendere le distanze da una fonte di inquinamento tanto smaccata, timore che potrebbe spingere verso un’evoluzione accelerata dell’intero sistema.

 

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