Spider-Man: Home Coming – Il figliol prodigo è tornato per davvero

4 anni fa

13 minuti

Ormai lo spettatore medio, il casual watcher che non si informa più di tanto circa i film che guarda in sala per rilassarsi senza alcuna pretesa, fatica a capirci qualcosa. Sei film su Spider-Man in quindici anni, tre diversi attori ad interpretare l’Arrampicamuri e tre differenti versioni del personaggio.

Tre diversi attori ad interpretare l’Arrampicamuri e tre differenti versioni del personaggio.

Da Raimi Watts, passando per Webb, insomma. La domanda sorge quindi spontanea: c’era davvero bisogno di un altro film dedicato all’Uomo-Ragno? La risposta è anche più semplice di quel che si potrebbe pensare.

No, di necessità non ce n’era, di curiosità, invece, tanta. Dopo la prima trilogia e il tentativo di iniziarne una seconda con The Amazing Spider-Man – fallito miseramente dopo la delusione del secondo capitolo – Sony ha deciso di prestare i diritti di sfruttamento del personaggio ai Marvel Studios, che finalmente hanno potuto inserire Spidey nel Marvel Cinematic Universe, cosa avvenuta già in Captain America: Civil War ormai più di un anno fa.

Quindi per la prima volta, con Spider-Man: Homecoming, abbiamo il piacere di gustarci la visione cinematografica del personaggio approvata dalla Casa delle Meraviglie che gli ha dato i natali, un’occasione fin troppo ghiotta per interrogarsi sull’effettiva utilità dell’operazione in sé.

Tom Holland aveva già dimostrato di essere uno Spider-Man potenzialmente interessante e decisamente più fedele a quello del fumetto fin dalla sua – relativamente – breve apparizione in Captain America: Civil War, a cui questo film è strettamente collegato.

Se possibile, però, è riuscito nella difficile impresa di superare ogni aspettativa, regalandoci la migliore versione cinematografica del personaggio fino ad ora: dopo lo Spider-Man troppo cresciuto di Tobey Maguire e quello alla fine dell’adolescenza interpretato da Andrew Garfield, è finalmente il turno di uno Spidey quindicenne, ossessionato dalla voglia di mettersi in gioco ed entrare in un mondo adulto che ancora non gli appartiene e, in definitiva, finalmente, un vero e proprio supereroe con superproblemi.

Personalmente l’unico dubbio che avevo sulla pellicola era che, vista la giovane età del personaggio e l’ambientazione “scolastica”, potesse risultare fin troppo facile scadere nel teen drama spicciolo.

 

 

Ci si ritrova ad osservare la parabola di un eroe che cerca di destreggiarsi tra la sua vita privata e le responsabilità che comporta essere un eroe dotato di capacità peculiari

Invece, con grande e piacevole sorpresa, ci si ritrova ad osservare la parabola di un eroe che cerca di destreggiarsi tra la sua vita privata e le responsabilità che comporta essere un eroe dotato di capacità peculiari, caratterizzato dall’inconfondibile ironia che nelle precedenti trasposizioni era sempre stata meno azzeccata di quanto sarebbe stato necessario. Inoltre ci si affeziona istantaneamente a tutti i comprimari che popolano la vita di Peter Parker.

Si può notare infatti come venga dato più spazio alla persona che al supereroe, in modo da permettere allo spettatore di empatizzare maggiormente con il suo lato umano, prima che con quello superomistico (passatemi il termine audace). Interessante anche il fatto di aver scelto attori realmente giovani e che sembrino dei ragazzini, evitando gli stereotipi degli adolescenti perfetti tipici di certi film americani.

Per differenziare questa nuova chiave di lettura dell’amichevole Spider-Man di quartiere dalle precedenti, il buon Kevin Feige e i suoi collaboratori hanno puntato sul fattore estetico: i personaggi secondari e buona parte dell’atmosfera sono estrapolati dall’Universo Ultimate ormai defunto, basti pensare che Ned Leeds – personaggio effettivamente eistente nell’universo Marvel – , l’amico corpulento di Peter interpretato da Jacob Batalon, è addirittura modellato sulle fattezze di Ganke, comprimario nelle storie che vedono protagonista Miles Morales, l’altro Spider-Man, recentemente inserito nell’universo canonico dopo la chiusura delle testate di Ultimate.

 

 

 

 

Si sente chiaro e forte il sapore delle storie originali dell’Arrampicamuri, si avverte la voglia di entusiasmare i fan di vecchia data.

D’altro canto si sente chiaro e forte il sapore delle storie originali dell’Arrampicamuri, si avverte la voglia di entusiasmare i fan di vecchia data, anche con l’inserimento di alcuni elementi visivi riferiti all’estetica più retrò, come le ragnatele ascellari del primo costume originale o la ragno-spia già mostrate nei trailer.

Tutto questo va a costituire un sapiente mix che rinfresca senza ombra di dubbio una trasposizione da molti considerata azzardata e poco utile, ma che colpisce nel segno più delle altre, almeno dal punto di vista dell’intrattenimento.

Da un punto di vista registico Jon Watts, regista di Clown Cop Car, ha optato per una messa in scena che valorizzasse non solo le scene d’azione curate nei minimi dettagli, ma anche la vita quotidiana di un ragazzino che sa di non potersi comportare come un suo coetaneo e che nemmeno ne ha voglia.

Il ritmo del film cala solo leggermente nella parte centrale e, tutto sommato, la durata di due ore e un quarto poteva essere tranquillamente snellita omettendo alcuni momenti leggermente superflui, sebbene non pesi durante la visione.

 

 

Quello che viene però difficile è riconoscere a Watts un proprio stile, dal momento che il film, per quanto ben diretto, non presenta una particolare impronta personale, complice anche il fatto di essere il terzo lungometraggio del regista.

Questo differenzia stilisticamente Spider-Man: Homecoming da altri film del Marvel Cinematic Universe, dove si poteva ravvisare una certa autorialità, come Guardiani della Galassia Vol.1 2 di James Gunn, o Avengers di Joss Whedon.

Soprattutto, vien da sé che sarebbe folle paragonare questo film ai primi due diretti da Sam Raimi, dal punto di vista registico e della messa in scena, ma per quanto mi riguarda li supera ampiamente per com’è stato trattato il personaggio, che finalmente acquisisce un’identità che rappresenta il compromesso tra il medium cinematografico e quello fumettistico.

Quattro erano i grandi dubbi generali riguardanti il fim che il pubblico aveva paventato negli scorsi mesi, relativi rispettivamente a tre personaggi. Il primo è senza dubbio Zia May, qui divenuta una cinquantenne mozzafiato con il volto di Marisa Tomei, e posso affermare con piacere che si può tranquillamente considerare infondato: il personaggio è in tutto e per tutto come dovrebbe essere, apprensiva, amorevole e importante per Peter, ne più, ne meno.

 

 

Il fatto che sia particolarmente attraente è un elemento su cui la sceneggiatura gioca molto, mettendolo spesso alla berlina in maniera simpatica e intelligente e poi diciamocelo, era ora di svecchiare la sua figura almeno dal punto di vista estetico, dato che l’immagine della zia vecchia e indifesa dei primi film iniziava a risultare stantia.

Il secondo dubbio riguardava il personaggio di Liz, primo amore adolescenziale di Peter, interpretata da Laura Harrier. diversa dalle solite Mary Jane Gwen Stacy.. Tuttavia il personaggio non solo non è affatto ingombrante, ma ha una precisa funzione all’interno del film e presenta risvolti non poco interessanti. Qualcosa da ridire ci sarebbe sulla Michelle interpretata dalla star di Disney Channel Zendaya, ma forse i tempi sono ancora maturi per potersi ponunciare, dal momento che è ancora un character acerbo.

Giungiamo quindi alla grande questione che i fan hanno dibattuto animatamente per quasi due anni, ovvero la scelta del villain. Adrian Toomes, l’Avvoltoio. Arrivati al sesto film e al terzo cambio di interpretazione del personaggio, era logico che, per quanto molti lo chiedessero a gran voce, puntare sull’ennesima versione di Goblin sarebbe stato poco saggio. Chi scegliere allora? In fondo Spider-Man è l’unico supereroe insieme a Batman a poter vantare un pool di villain notevole, costituito da individui a dir poco carismatici. L’Avvoltoio era l’ultimo a cui chiunque avrebbe pensato, forse perché sarebbe stato arduo riuscire a non renderlo ridicolo in una trasposizione contemporanea, anche se, a onor del vero, Raimi lo avrebbe inserito nel quarto capitolo, se glielo avessero lasciato dirigere.

La scelta di calare nella parte il grande Michael Keaton, con tanto di beffa ai danni di Alejandro Gonzalez Inarrìtu, che nel suo Birdman aveva utilizzato l’attore per mandare un chiaro messaggio nei confronti del cinema commerciale privo di anima e con particolare riferimento ai cinecomic, aveva alzato non poco le aspettative.

 

 

 

 

Il problema principale dei film dei Marvel Studios è proprio il modo in cui vengono scritti i villain.

Il problema principale dei film dei Marvel Studios, però, è proprio il modo in cui vengono scritti i villain, soprattutto nei film di origini (se così possiamo definire Spider-Man: Homecoming): a meno che non vengano pensati per essere portati avanti nella macrostoria del Marvel Cinematic Universe, la regola non scritta è che i cattivi non debbano superare in carisma l’eroe, per non oscurarlo.

Un esempio può essere Loki, ma dobbiamo ammettere che in effetti una dfiscreta sorpresa l’abbiamo avuta con l’Ego di Kurt Russell. Bene, mai mi sarei aspettato di doverlo scrivere, ma probabilmente l’Avvoltoio di Michael Keaton è trai villain più memorabili di questo universo cinematografico: non si può dire che sia particolarmente approfondito psicologicamente, ma la sua presenza scenica fortissima, unita all’istrionico talento attoriale dell’interprete, che passa da storico supereroe a cattivo, lo rendono a dir poco perfetto come minaccia per il buon Spidey.

A colpire è il fatto che fondamentalmente le caratteristiche del personaggio non siano molte, ma ben combinate e coadiuvate da una scrittura lucida dei dialoghi che lo riguardano, per non parlare della realizzazione estetica del costume: un’armatura tecnologica giustificata dalla trama che fa il paio con un cappotto con il pellicciotto che ricorda il petto di un avvoltoio, e la capigliatura diradata di Toomes stesso, un connubio che rende evidente il riferimento estetico al volatile da cui il personaggio prende il nome, ma senza che si scada nel camp o nel kitsch.

Ci sarebbe da aggiungere che nel film sono presenti altri due villain dell’universo del’Uomo-Ragno: Shocker, già annunciato e utilizzato come citazione, più che come vero villain, e un altro che non nomino per vitare spoiler, ma che offre uno spunto molto interessante per un certo progetto che sembrava essere stato abbandonato, ma che potrebbe risorgere. Chi vuol capire capisca.

Infine, il dubbio enorme era quel Tony Stark che nei trailer sembrava essere fin troppo presente. Non potrei essere più felice nel rassicurare chi temeva una presenza ingombrante di Iron Man nel film: le scene che riguardano lui, sia in armatura che in borghese, sono poche, ben dosate e addirittura è stato riutilizzato il personaggio di Happy, assente da diversi film e sempre interpretato da Jon Favreau, regista dei primi due Iron Man, per supplire alla sua assenza in certi momenti.

 

 

Ma, se da una parte la cosa può sollevare l’animo di chi temeva un sovradosaggio del personaggio in questa pellicola, dall’altra rappresenta un aspetto del film che ho apprezzato fino ad un certo punto. Com’era ormai chiaro, infatti, in questa nuova trasposizione cinematografica di Spider-Man la morte di zio ben non viene mostrata e anzi si fa solo un lieve accenno alla faccenda, in modo da non dover costringere lo spettatore a sorbirsi ancora la stessa scena straziante e ormai abusata.

Il problema è che, in questo modo, viene meno la figura paterna che dovrebbe guidare spiritualmente Peter e le sue azioni, così, automaticamente, ecco che le veci di Ben vengono fatte da Tony Stark. È questa una sostituzione morale che va ad intaccare uno degli stilemi classici che stanno alla base della formazione di Peter come uomo prima e come supereroe dopo, ma è vero anche che non si poteva fare altrimenti, se si voleva evitare una fastidiosa sensazione di deja-vu.

A completare il quadro di un film diretto con un certo mestiere e ben scritto, ci pensano la colonna sonora che alterna brani originali che non sono altro che variazioni sapienti sul tema della storica serie animata dedicata all’Uomo-Ragno e altri decisamente più noti e radicati nella cultura pop, e la fotografia giocata su colori caldi e luminosi, che rendono giustizia alla natura chiassosa eppure problematica del personaggio.

Insomma, Spider-Man: Homecoming è esattamente il film dei Marvel Studios sul personaggio che tutti avremmo voluto.

Molto più vicino alle atmosfere della sua controparte cartacea e infarcito di riferimenti e citazioni che gli appassionati non possono non amare (a partire dal titolo, riferito ad uno dei cicli più belli riguardanti Spidey, Homecoming, per l’appunto, o Ritorno a Casa, se preferite il titolo italiano, per quanto non vi abbia poi molto a che fare dal punto di vista narativo) basti pensare ad Aaron Davis, personaggio interpretato dalla star della pluripremiata serie tv Atlanta , che lascia pensare ad interessanti risvolti per il futuro.

In buona sostanza, questo film è una scommessa ardua che i Marvel Studios hanno vinto. Il film meno costoso tra quelli del Marvel Cinematic Universe, pensato e girato a tempo di record (nemmeno due anni), con l’arduo compito di riscrivere un personaggio sì, molto noto, ma anche fin troppo sfruttato al cinema nel giro di poco tempo.

Era necessario pensare ad un Peter Parker diverso, inedito cinematograficamente parlando, bisognava evitare di tirare in ballo le solite Gwen Stacy Mary Jane e, oltretutto, ci si trovava di fronte all’impossibilità di realizzare un vero e proprio film sulle sue origini per i motivi di cui sopra.

 

 

Da qui la scelta di inserirlo preventivamente in Captain America: Civil War e ripartire da lì, forti anche del fatto che il pubblico conosce già fin troppo bene la storia di Peter e del ragno che lo morse. Non è una manovra diversa rispetto a quella di introdurre Wonder Woman in Batman V Superman prima di dedicarle un film, ma la differenza sta nella solidità dell’universo cinematografico in cui si muovono i personaggi: l’ormai granitica concatenazione dei film del Marvel Cinematic Universe ha permesso di dare spessore a questa trasposizione del personaggio, grazie anche a molti riferimenti alle pellicole precedenti.

Wonder Woman invece è stata introdotta nel secondo film del DC Extended Universe e la mancanza di fondamenta salde si sente per tutta la durata della pellicola a lei dedicata, per quanto sia stata apprezzata da molti e costituisca un leggero passo in avanti per il progetto di casa Warner.

Spider-Man: Homecoming risulta essere uno dei film più freschi e interessanti dei Marvel Studios

Per tutte queste ragioni, Spider-Man: Homecoming risulta essere, a conti fatti, uno dei film più freschi e interessanti dei Marvel Studios, un blockbuster spensierato che non lesina però sulle responsabilità a cui deve far fronte il personaggio, con cui ci si riesce tranquillamente ad identificare.

Fermatevi fino alla fine dei titoli di coda per ammirare la grande capacità autoironica raggiunta dai creativi di casa Marvel.

Un consiglio: fermatevi fino alla fine dei titoli di coda per ammirare la grande capacità autoironica raggiunta dai creativi di casa Marvel, non ve ne pentirete. Una cosa è certa: Spider-Man è davvero tornato a casa.

 

 

 

Troverete  Spider-Man: Homecoming nelle sale italiane dal 6 luglio

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