Scrivevo col C1-Text #Amarcord
di
Puck74
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“Questa recensione fa proprio pena” ecco le prime parole che sentii mentre G. B., allora caporedattore di Zapp! e The Games Machine, leggeva la mia recensione di prova, che poi in realtà era una traduzione di un articolo inglese.

Borbottii di un vecchio recensore di videogiochi, di cui nessuno si ricorda.

 

1990-c1-text-anim-320x200Facciamo però un passo indietro e da quel caldo lunedì pomeriggio di inizio settembre 1990 torniamo ad un mese prima. Come ogni anno passavo le vacanze con la famiglia in trentino.

A 15 anni le ragazze sono l’interesse principale, ma noi ragazzi non disdegnavamo trovarci un paio d’ore dopo pranzo a casa mia, per qualche partita con il Commodore 64 o l’Amiga.

Del resto nerd si nasce, non si diventa… Uno di quei pomeriggi, mentre passeggiavamo per tornare in piazza e raggiungere il resto del gruppo, si parlava di riviste di videogiochi. Oggi ce ne sono parecchie cartacee e ancora più numerose sono le pubblicazioni online. Allora invece era un duopolio.

Da un lato le storiche e gemelle Zzap! e The Games Machine, dall’altra K.

Presto sarebbero arrivate Consolemania e Gamepower, ma allora si viveva ancora il grande dualismo tra Amiga e Atari ST. Il resto del mercato erano briciole.

Ai nostri giorni, con beta, filmati online, migliaia di immagini che girano su internet mesi prima della pubblicazione di un gioco, forse è difficile capire, però allora le notizie erano poche e tutte arrivavano da quelle testate.

L’uscita di un nuovo numero era un evento atteso, bramato.

L’uscita di un nuovo numero era un evento atteso, bramato, sperato ogni volta che ci si avvicinava all’edicola. Le pagine erano consumate, gli articoli sezionati, le foto, spesso piccole e sgranate, erano esaminate fin nei minimi dettagli.

L’occhio correva subito là (come fa oggi…), al voto, che sanciva se un gioco atteso per mesi si rivelava una ciofeca o se invece la sorpresa spuntata dal nulla si rivelava il titolo destinato a segnare un nuovo metro di paragone o addirittura inaugurare un nuovo filone mai visto in precedenza.

Proprio lì, in quella idolatria verso la carta stampata, in quella passeggiata tra la casa e la piazza, la sbruffonaggine di un nerd dagli occhiali grossi e dal naso ancora più grosso prese il sopravvento. “Scommetti che entro nella redazione di The Games Machine?” Risate generali degli amici e dei presunti tali.

Non fosse mai. Ero e sono sognatore, se poi mi ridevano in faccia il mio orgoglio prendeva il sopravvento e allora veramente sì che partivo in quarta. Magari per schiantarmi, però partivo in quarta.

Tornato a Milano presi una copia di TGM, andai a cercare il numero di telefono della redazione e provai a chiamare. Mentre le dita scorrevano sulla rotella del telefono non è facile spiegare la mia agitazione. Fatto sta che mi fissarono un appuntamento. Era già una vittoria.

La redazione era esattamente dall’altra parte di Milano e io, che ero senza motorino, dovevo prendere la metropolitana fino in centro e poi da lì un tram. Un ora, un ora e mezza di tragitto, a seconda del traffico.

Andando all’appuntamento mi aspettavo chissà quali uffici.

Andando all’appuntamento mi aspettavo chissà quali uffici, computer, spazi. Insomma, era la redazione di Zzap! e TGM, non poteva che essere una cosa grandiosa! Rimasi non poco deluso quando, arrivato in una zona industriale oltre Niguarda, mi trovai davanti a una piccola palazzina tra i capannoni.

Guardai bene il citofono. Era il posto giusto. Ad accogliermi G. B., nell’altra stanza M. A. che, con S. C., M. R. e M. B. erano le firme di punta della rivista.

G. B. era molto cordiale, mi chiese un po di me, degli studi, di come andassi con l’italiano. Poi ovviamente dovevo scrivere qualcosa.

Fotocopiò una pagina da una rivista inglese di cui detenevano i diritti per l’Italia e me la diede. “Traducimela per la settimana prossima”.

 

 

Questa recensione fa proprio pena.

the_games_machine16Ritorniamo a bomba da dove siamo partiti. Alzando gli occhi dallo stampato vide il terrore stampato sul mio volto di ragazzino e subito si premurò di rassicurarmi “No! Non il tuo pezzo: proprio l’originale. Dai, passa di là e vediamo di darti qualcosa da fare”.

Oggi la rete ha portato una sorta di democrazia della recensione, così come in ogni altro campo dell’informazione. Chiunque puo’ facilmente pubblicare i propri pensieri in rete e sperare di crearsi un piccolo o grande pubblico.

Allora no. Nel 1990 i redattori erano visti, dal piccolo popolo degli appassionati, come delle entità comunque superiori. Amate od odiate, a seconda che si condividessero le loro opinioni o il loro stile.

Io, quel giorno di una calda estate del 1990, passai dall’altra parte della barricata, rendendomi subito conto che c’è chi canta e chi porta la croce.

Io ho sempre portato la croce, ma fischettando.

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giovedì 19 febbraio 2015 - 16:20
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