La recensione di Il Buco, il nuovo thriller Netflix, è quasi un momento di introspezione psicologica che permette, attraverso il cinema, di analizzare la situazione odierna, la fallibilità delle gerarchie sociali e dell’egoismo umano con occhi diversi, più coscienti e, probabilmente, più spaventati.

In questi giorni di quarantena, dove la ricerca al film e alla serie tv si fa sempre più insistente e quasi ossessiva, arriva una piccola chicca ad impreziosire il catalogo di Netflix. Attraverso la recensione di Il Buco (El Hoyo), pellicola diretta dall’esordiente Galder Gaztelu-Urrutia e presentata in anteprima nazionale allo scorso Torino Film Festival, vogliamo provare a riflettere con voi sull’importanza di un film come questo all’interno di un’epoca dove stiamo vivendo una delle più grandi crisi a livello mondiale e che, sicuramente, resterà nei libri di storia.

Ma come ben sappiamo la storia ha i suoi alti e i suoi bassi e, spesso e volentieri, la razza umana nei momenti di estrema emergenza non riesce proprio a distinguersi per civiltà e buon senso; spesso e volentieri cedendo ad istinti primordiali e impulsi feroci, come la rabbia, la paura, la frustrazione, l’egoismo.

 

Il buco

 

Basti pensare alle inutili corse disperate per fare provviste, svuotando barbaramente  i supermercati

Basti pensare alle inutili corse disperate per fare provviste, svuotando barbaramente  i supermercati, facendo più danno che altro; o ancora ai più inutili assalti ai treni, mettendo in pericolo la salute e la vita di migliaia di persone da nord o a sud; o, peggio ancora, il menefreghismo di chi si sente talmente tanto convinto di essere “intoccabile” dall’andare comunque contro le regole, uscendo, correndo, svolgendo una vita “normale”, libero dalla preoccupazione del peso di ogni singola azione.

 

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Indubbiamente con Il Buco l’esordiente Galder Gaztelu-Urrutia e gli sceneggiatori David Desola e Pedro Rivero non potevano di certo immaginare di trovarsi a vivere a loro volta una situazione distopica di questo livello, ma questo ci fa comprendere che la pellicola, sulla scia di un già amatissimo e vincitore all’Oscar Parasite di Bong Joon-Ho – che aveva già anticipato questo genere di tematiche con un più lontano Snowpiercer – si fonda su una critica spietata, per non parlare proprio di accusa, nei confronti delle gerarchie capitalistiche. Prendere così tanto, per poi lasciare così poco, ignorando volutamente tutto ciò che vi è al di sotto del nostro livello. Basterebbe razionare, dico bene? Certo… “Ma perché accontentarmi del necessario a favore del più povero, quando potrei avere di più, molto di più. Perché io devo andare a discapito del più povero? Non è di certo colpa mia. Io prendo ciò che mi spetta e anche di più, quello che ne rimane dopo… Non è un mio problema.”

 

Il buco

Quello che c’è al di fuori della nostra bolla, non è mai un nostro problema!

Il Buco riflette esattamente sull’incoscienza umana, sull’egoismo, sulla ferocia e sull’indifferenza a discapito del più debole, attraverso un impianto distopico che strizza l’occhio al thriller e all’horror, ambientando la storia all’interno de “la fossa”, un sistema piramidale a molteplici livelli. Su ognuno di questi vi sono due “detenuti”, i quali possono portare con sé dal mondo reale unicamente un oggetto.

Ogni singolo detenuto viene nutrito attraverso una piattaforma imbandita dal cibo più raffinato e succulente. La piattaforma si ferma al piano per due minuti, tempo entro il quale i detenuti possono mangiare ciò che vogliono ma non possono tenere nulla con sé del banchetto. Il cibo è più che sufficiente per tutti, eppure dopo i primi cinquanta piani, ben poco spetta a chi è al di sotto.

 

Il buco

 

Basterebbe razionare le porzioni. Accontentarsi di quanto basta per restare in piedi, dando la possibilità a tutti di nutrirsi. Ed, invece, no. L’ingordigia, l’avidità e la superiorità di essere i ricchi, di essere quelli più in alto rispetto agli altri, porta i detenuti dei piani più alti ad ingozzarsi, lasciando a stento i piatti sporchi ai piani più bassi che, annebbiati dalla fame e dalla sofferenza, sono letteralmente costretti ad ammazzarsi tra di loro, e nutrirsi delle carni del proprio compagno, per poter sopravvivere.

Un vero e proprio girone dantesco!

Un vero e proprio girone dantesco! Del resto, la stessa fossa si trova all’interno di quell’Inferno descritto da Dante e, il piano 0, assume così le forme de il Paradiso, l’ascesa alla quale tutti, una volta al mese, aspirano. Si, perché tutti quanti, a distanza di un mese, possono aspirare a diventare ricchi, venendo cambiati di un piano.

 

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Ma la drammaticità degli eventi, che mai come ora dovrebbe portare a svegliarci, a riflettere sull’attualità, risiede nella capacità di non riuscire ad insegnare a chi un mese può risvegliarsi al piano più basso, ad avere compassione e misericordia per il prossimo se, il mese successivo, risiederà ad un piano superiore, imparando dalla sua stessa esperienza. No, se un mese sarò al 200esimo e il mese successivo al quinto, ciò mi legittimerà ad essere ancora più spietato, a prendere ancora di più. A pensare solo a me stesso.

 

Trimigasi (Zorion Eguileor)

“Adesso posso, il mese successivo forse no, ne devo approfittare” è questo il pensiero che anima ogni singolo detenuto. Vi ricorda qualcosa?

In un momento dove ci viene chiesta la calma, il rispetto ed il senso civico, di non affollare le strade, di non creare inutili code, di non assaltare supermercati perché tanto ce n’è per tutti o di non scappare come topi nella notte… Vi ricorda qualcosa? Dovrebbe.

E se questo porta (si spera) a fa riflettere noi, fa ovviare riflettere anche il protagonista della nostra storia, Goreng (Iván Massagué); il quale a differenza delle lance, spade, coltelli, catane e balestre scelti da tanti altri detenuti, ha portato con sé Il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes Saavedra. Una scelta ridicola per un luogo come quello, eppure essenziale per comprendere la natura della fossa stessa; ed è proprio dalle pagine del Don Chisciotte che l’uomo riflette su come la ricchezza non venga mai accumulata con il sacrifico e/o la generosità ma sempre e comunque a discapito degli altri.

 

 Baharat (Emilio Buale Coka) e Goreng (Iván Massagué)

 

A lungo andare questo pensiero e il continuo altalenarsi da un piano all’altro, sprona l’uomo a voler trovare una falla nel sistema.

A lungo andare questo pensiero e il continuo altalenarsi da un piano all’altro, dal peggiore al migliore di volta in volta, portando Goreng a confrontarsi con i suoi istinti più brutali e feroci, tormentato proprio come Dante dai demoni interiore che intralciano il suo cammino, sprona l’uomo a voler trovare una falla nel sistema. Un sistema governato da un’Amministrazione apparentemente inconsapevole di cosa accade davvero nella fossa e senza uno scopo ben chiaro. O, molto più probabilmente, lo scopo è vedere come “l’autoamministrarsi” sia qualcosa di fallimentare quando si tratta di essere umano? Incapace a gestirsi, a contenersi, a preservare il prossimo se questo vuol dire danneggiare se stesso. E una prova di questo è proprio la ridistribuzione, di mese in mese, dello status di ricco. Oggi tocca a te, domani toccherà a me. Questo non ci renderà più vicini e più uniti per lottare contro il sistema. No, questo non farà altro che portarci su un piano diverso, alimentando quello stesso sistema che tanto odiamo con la rabbia e la frustrazione, mangiando per non essere mangiati!

 

 

Una critica analitica, lucida ma anche spietata viene messa in scena da una regia estremamente essenziale. Uno di quei film che, come si suol dire, “fatto con due lire” ma che sprigiona tutta la sua forza nel senso metaforico della sua narrazione. Precisa e che sa esattamente come colpire, creando degli ottimi colpi di scena ma anche costruendo un crescendo di tensione che parte dal primo minuto e arriva a scoppiare nell’ultimo di film.

 

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Ad alimentare il tutto c’è un inevitabile turbinio di emozioni e sensazioni che si agitano vorticosamente all’interno dello spettatore. Empatizzare con i personaggi è piuttosto facile in un momento come questo. La quarantena, la nostra casa, diventa la “fossa” e improvvisamente la pellicola del regista spagnola diventa profetico.

Angosciante, disturbante, grottesco.

Schiacciati dalla nostra stessa avidità e contagiati dalla follia del momento, aggrappandoci alla speranza del “no, deve esserci un altro modo” o “no, non può capitare a me”.

 

Iván Massagué nel ruolo di Goreng

 

In conclusione della recensione di Il Buco, capiamo che il film diventa una corsa, paradossalmente contro il tempo per quanto questo sia estremamente dilatato all’interno della fossa, a rompere il sistema imposto dall’Amministrazione, facendo arrivare nuovamente al piano 0 un simbolo. Un messaggio di speranza, di generosità ed innocenza verso il futuro, provando a redimire almeno una volta l’umanità. Ma sarà davvero possibile?

Ma sarà davvero possibile?

Questo lo lascio scoprire a voi e magari anche a riflettere se, al di fuori del film, questa “nuova speranza” c’è davvero per l’essere umano o se, come i personaggi di questo film, siamo condannati alla nostra corsa, ingozzandoci a più non posso perché oggi toccherà a quello, ma domani potrebbe toccare a me.

 

 

Il Buco è ora disponibile su Netflix