Abbiamo visto in occasione della 14ª edizione della Festa del Cinema di Roma il nuovo film autobiografico basato sulla vita di Shia LaBeouf e interpretato (anche) da lui stesso. Nel dramma di un’infanzia scombinata ed inesistente, attraverso una carriera alienante e controversa, Shia si scopre e si rivela.

Che Honey Boy sarebbe stato una delle pellicole più interessanti della Festa del Cinema di questo anno era un fatto che davamo per assodato. Il film autobiografico di Shia LaBeouf, con l’attore ad interpretare il padre Jeffrey, è difatti una piccola perla definita da una privata intimità, suggestiva tanto nello sfogo dei traumi di un’infanzia confusa e scomposta, quanto poi nell’affrontarne le conseguenze una volta raggiunta l’età adulta.

La vita di LaBeouf – come di pubblico dominio – non è stata certo tra le più semplici, intervallata da una carriera claudicante, da fortissimi traumi e da frequenti problemi con le forze dell’ordine, ed Honey Boy ne è una sorta di profondo e meditato scandaglio, cura figurata e tangibile di una parabola senza virgole. Il fatto che lo script del film sia figlio dello stesso percorso di riabilitazione dell’attore dovrebbe quantomeno essere comunicativo della trasparenza concreta alle spalle di un’ora e mezza frapposta tra due linee temporali.

Mettiamo da parte nello specifico Io, Robot ed Indiana Jones, Transformers e Nymphomaniac, Honey Boy è l’ascesa e la caduta esistenziale in primis di un uomo, una catena di dolore inesorabile in grado di spezzare chiunque le sia legato.

 

Il racconto di Honey Boy si struttura su due piani temporali

Il racconto di Honey Boy si compone in due principali strati temporali, il primo parallelo alla riabilitazione dell’attore (terminante con l’inizio della scrittura della sceneggiatura), il secondo e più importante invece specchiato nella tarda infanzia/pre-adolescenza di LaBeouf, dodicenne e agli albori della sua carriera. La prima fa soprattutto da supporto diegetico alla seconda, laddove entrambe rimangono fissate su un supporto organico e quindi coeso, ribadito da intuizioni di montaggio in toto non banali, come sottolineato da un paio di splendide sequenze nella seconda metà del film.

Shia LaBeouf si trova a guardare al capolinea nel proprio personale abisso, e lo fa con uno sguardo coinvolto e dalle linee malinconiche, intiepidito delle lacrime del dramma e arricchito da quella che – dall’interno – si rivela essere davvero una indagine psicoanalitica, rigorosamente non lineare. Presente e passato, mischiati e alternati, sollecitati uno dall’altro a confluire sul piano visivo e sonoro come nella mente di un individuo ineluttabilmente determinato dalle sue esperienze, positive o negative che siano.

La messa in scena di Honey Boy dà grande soddisfazioni, specie nella fotografia

É una messa in scena che scivola sull’onirico, quella di Honey Boy, con una fotografia (di Natasha Braier) dai toni spesso caldi, ma anche capace di sfondare su caratteri bluastri che accompagnano le frazioni climatiche del film e i traumi dell’attore. Un padre, James/Jeffrey (Shia LaBeouf), reduce dal Vietnam e incapace di esprimere un qualsiasi tipo di affetto verso il figlio Otis/Shia (Noah Jupe), le pressioni di un lavoro che si conferma sì una risorsa, ma anche causa di alienazione, e in definitiva la ricerca di affetto, di un semplice abbraccio o consiglio, di quell’amore negato che spezza la psiche e tortura l’anima.

 

 

Honey Boy è una struggente battaglia a viso aperto per una personale redenzione

L’Otis adulto (Lucas Hedges), devastato da azioni ormai fuori dal suo controllo, guarda il sentiero percorso, sceglie di autodistruggersi nell’afflizione e nel ricordo per cercare di mettere un punto e finalmente uscire da una bolla senza ossigeno, dalla morte più lenta e peggiore, quella insidiata nel proprio essere. Honey Boy è una struggente battaglia a viso aperto per una personale redenzione, è un film da Shia LaBeouf per Shia LaBeouf, è un urlare in un bosco per liberare la propria rabbia, è in primo luogo una sottile melodia di memorie agrodolci, un ponte tra vissuto, schermo e pubblico, un nucleo di continuità che cattura nelle morse dell’introspezione.

Il merito di un’operazione così riuscita sta non solo nella regia composta di Alma Har’el, ma anche nell’interpretazioni sorprendenti dell’intero cast, con un ovvio plauso che va ovviamente a LaBeouf nella sua interpretazione del padre Jeffrey, di cui evidenzia alla perfezione il carattere duale, il suo essere essenzialmente intrappolato in una catena (qui in un’ottica deterministica) di traumi che seguono a traumi, di alcolismo che segue alcolismo, di generazione in generazione, attraverso una prigione mefistofelica tanto astratta quanto inespugnabile. I crolli di James/Jeffrey sono a tutti gli effetti le stesse cadute specchiate di LaBeouf, perché in una performance di questo livello non può esistere solo finzione, ma sentimenti ed emozioni concrete, il mondo di un uomo confluito e cristallizzato su celluloide.

Il piccolo Noah Jupe (che interpreta Otis dodicenne) riconferma le impressioni molto positive avute anche nel suo ruolo in Le Mans ’66, e siamo decisamente curiosi di scoprire cosa riserberà il futuro per l’attore, così talentuoso nel costruire un istrionismo in grado di sostenere le sequenze più drammatiche.

In definitiva, Honey Boy è una riflessione sfaccettata ed intelligente sulla psiche di Shia LaBeouf, un’indagine della natura umana in ogni sua sfaccettatura e debolezza, avvolta nel ciclo che la circonda al di là di qualsiasi scelta di libero arbitrio. É una storia tormentata che sfocia nell’autodistruzione, disposta a un’induzione generalizzante in grado di valorizzarne i contenuti.

 

La redazione di Lega Nerd come ogni anno segue la Festa del Cinema di Roma con una copertura quotidiana. Seguite il tag RomaFF14 per tutti gli aggiornamenti.