Dragon Ball Z: Kakarot, la recensione dell’ennesima lotta per la sopravvivenza di Goku

29
1 anno fa

13 minuti

Salvare la Terra spetta a Goku, riuscire a raccontare in maniera emozionante e innovativa la storia di Dragon Ball spetta, questa volta, a CyberConnect2, nell’arduo compito di non proporci una minestra già nota.

Riuscire a riproporre Dragon Ball quasi ogni anno sul mercato videoludico non è un’impresa facile. Non lo è, perché le vicende che riguardano Goku non cambiano, restano sempre le stesse, e nel frattempo il medium videoludico richiede sempre maggior freschezza e novità.

Per questo l’approccio iniziale nei confronti di Kakarot ha scatenato tanto scetticismo nei confronti di un prodotto che rischiava, soprattutto dopo Dragon Ball FighterZ, di proporre dei contenuti oramai già noti e privi di qualsivoglia mordente. L’aspetto positivo, stavolta, è l’essere riusciti a proporre davvero qualcosa di diverso.

 

 

 

É di nuovo ora della caccia alle Sfere

La storia di Dragon Ball non ha davvero bisogno di presentazioni, non più. Basti sapere che Kakarot si basa sul segmento narrativo che nella trasposizione anime ha preso il nome di Z, la saga che vede Goku adulto scoprire la sua natura di Saiyan e vedere compiuto il proprio percorso di crescita, sia come persona che come guerriero. L’inizio della nostra avventura, quindi, corrisponde con i primi passi di Gohan, il figlio di Kakarot – questo il nome col quale Goku è conosciuto dalla sua razza, nonché nome di battesimo datogli dai genitori sul pianeta Vegeta. Dall’arrivo di Radish, fratello di Goku, fino allo scontro con il temuto Majin Bu, l’epopea della Terra si inerpica di pari passo con quella del protagonista della nostra storia, che compie un’evoluzione non solo nella forma, ma anche dentro di sé, imparando a diventare il difensore del pianeta che lo ha accolto quando era piccolo e che gli ha permesso di diventare un uomo a tutti gli effetti.

 

 

Sebbene, quindi, da un lato si possa sottolineare la grande fedeltà narrativa che Kakarot mostra nei confronti della storia scritta da Akira Toriyama dal 1984 in avanti, dall’altro lato si potrebbe segnalare una assenza di eventuali what if narrativi, di bivi e di alternative. Nella longeva storia del franchise di Dragon Ball è capitato più volte di ritrovarsi dinanzi a dei prodotti che avevano provato a scrivere la propria versione dei fatti: senza dover scomodare il più recente Xenoverse, che ci permetteva di venire i panni di un guerriero estraneo ai fatti vissuti dai Saiyan sulla Terra, tanti altri sono i prodotti videoludici che hanno provato a raccontare la loro versione della storia. Non è questa l’intenzione di Kakarot, che persino nei combattimenti vinti riesce a darci per sconfitti quando è la storia originale a stabilirlo. Una scelta che annulla qualsiasi tipo di curiosità o di meraviglia e che spinge anche a sorvolare quei dialoghi che i veterani della saga conoscono oramai quasi a memoria.

Fino alla caduta di Bu, eliminando tutti i passaggi filler, Dragon Ball Z: Kakarot ci tiene impegnati in una storyline che conosciamo meglio delle nostre tasche.

Fino alla caduta di Bu, eliminando tutti i passaggi filler e quindi snellendo l’esperienza di Z, Kakarot ci tiene impegnati in una storyline che conosciamo meglio delle nostre tasche, ma che in ogni caso non smette di emozionare e di coinvolgere. L’intenzione di CyberConnect2, nello sviluppare quello che è sicuramente il titolo narrativamente più intenso e più profondo mai realizzato per un gioco su licenza, soprattutto quella di Dragon Ball, è anche quella di dare maggior spazio ai momenti di stasi: Goku e Chichi condividono il letto coniugale e per poter arrivare alla nascita di Goten, che avviene in corso di Dragon Ball Z, è necessario che vivano dei momenti sentimentali che nessuno ha mai voluto raccontarci, così come tutte le aggiunte legate a caccia, pesca, incontro con gli amici e dialoghi aggiuntivi fanno parte di un ecosistema che è molto più veritiero di quello che ci siamo trovati a vivere nel pieno degli anni Novanta tra manga e anime.

 

 

 

Il mondo spiegato da CyberConnect2

Dragon Ball Z: Kakarot nasce con l’intenzione di dar vita a un open world che sia in grado di tenerci impegnati anche tra una battaglia e l’altra: era il sogno nascosto di tutti i fan della saga, così da poter anche scoprire tutte le città che Toriyama aveva solo abbozzate in molte occasioni. Se questo da un lato è sicuramente uno spunto interessante, che ci dà la possibilità di girovagare in piena libertà dal villaggio di Lucca all’isola del Maestro Muten, dall’altro lato sorge la necessità di riempire questo open world, che non può essere una landa sconfinata e deserta.

In questo aspetto CyberConnect2 dimostra di aver agito con una vena di pigrizia, soprattutto perché molte missioni secondarie richiedono semplicemente di affrontare delle battaglie, soprattutto quando all’inizio ci sarà Jiaozi pronto a lanciarci il guanto di sfida per mostrarci le sue nuove – inutili – mosse di combattimento. C’è tanto fanservice, è vero, perché Goku si imbatterà in moltissimi personaggi che appartengono anche al periodo in cui lui è un bambino e che strizzano l’occhio necessariamente solo a chi ha ben in testa il manga e l’anime, non a chi si approccia per la prima volta al brand Dragon Ball. A patto che sia possibile, nel 2020, essere neofiti del franchise.

 

 

 

 

In più, le altre missioni secondarie richiederanno di recuperare oggetti sparsi per la mappa, che siano mele o carne di pregio oppure minerali particolari che alcuni passanti hanno smarrito nei più improbabili posti. Le aggiunte quotidiane come la pesca, la caccia e la guida risultano molto semplicistiche, soprattutto nel momento in cui il gioco vorrebbe farvi credere di dovervi impegnare per realizzare qualcosa di specifico: è il caso della caccia ai cervi nei panni di Gohan, nella quale per un attimo abbiamo pensato di dover applicare dei movimenti dei stealth, salvo poi rendersi conto che bastava lanciarsi di pancia sul malcapitato animale per trasformarlo in selvaggina.

Se quindi queste sessioni di quiete ci permettono di tirare il fiato tra un combattimento e l’altro, a lungo andare, nelle più di venti ore di gioco, smorzano moltissimo l’esperienza e ci portano a denigrare le missioni secondarie senza pentircene. Inoltre in più di un’occasione Kakarot ci ha dato la possibilità di notare come ci sia dissonanza tra i momenti di libertà concessi e la trama concitata: siamo sicuri che non incapperemo in nessun tipo di spoiler dicendovi che dopo il rapimento di Gohan per mano di Radish abbiamo avuto la possibilità di fermarci in piena libertà a portare a termine un paio di side-quest con grande tranquillità e per niente preoccupati di quello che stava accadendo al piccolo Saiyan. Meccaniche da videogioco che potremmo anche comprendere, ma che in un’avventura al cardiopalma come quella di Dragon Ball non ci saremmo aspettati.

Kakarot ci permette, come già accennato poc’anzi, di avere un grande open world a nostra disposizione.

Al di là di questi aspetti dalla facile critica negativa, Kakarot ci permette, come già accennato poc’anzi, di avere un grande open world a nostra disposizione. Ogni zona, raggiungibile volando, con la nuvola d’oro o eventualmente anche con il viaggio rapido che si attiva cercando di sfondare il limite del cielo, è pregna di elementi da prendere in considerazione. Le ambientazioni più note sono state riproposte fedelmente, rispettando anche le posizioni che Toriyama aveva indicato nell’anime. Tra l’altro lo spostarsi, quindi il volare ad alte velocità, non sarà fine a se stesso: gli sviluppatori hanno inserito delle sfere da collezionare durante il vostro spostarvi da una zona all’altra della mappa, ben diverse da quelle sfere del drago che rappresentano il vero sogno di tutti gli abitanti dell’universo. Si tratta di consumabili che dovrete andare a gestire per sbloccare nuove abilità e per acquistare, a tutti gli effetti, nuove mosse nel vostro skill tree.

È uno degli elementi da gioco di ruolo che Kakarot porta con sé, accanto anche alle Bacheche Comunità, che potrebbero stregarvi all’inizio con le loro numerose possibilità di collegamento: si tratta a tutti gli effetti di piccole mappe concettuali, con ogni personaggio a capo di una determinata comunità (Goku, ad esempio, di quella dei Guerrieri Z, Chichi della cucina e così via), e con la possibilità di essere collegato, una volta sbloccato l’Emblema Anima, a un altro eroe, creando connessioni e sbloccando anche power up. Il sistema di progressione è quindi affidato in particolar modo allo skill tree e alle connessioni che il gioco mette a disposizione, tarpando molto le ali a chi si aspettava di poter regolare tutti gli aspetti in maniera molto minuziosa, rendendo Kakarot un GDR essenziale e privo di qualsivoglia fronzolo.

 

 

 

 

 

La difesa della Terra con le nocche

Se si dice Dragon Ball non si può non pensare al combattimento. Arrivati a questo punto diventa paradossale dover chiarire che Kakarot non è un picchiaduro, che quindi siamo ben lontani dalla magnificenza che ci è stata donata con FighterZ. Ci troviamo dinanzi a un combat-system che non ha dalla sua altissima varietà, ma che in ogni caso ha spinto CyberConnect2 a realizzare un gameplay che intrattiene e che durante i combattimenti difficilmente annoia.

Se c’è un aspetto positivo, d’altronde, è sicuramente quello di non annoiarsi mai durante una sfida

Se c’è un aspetto positivo, d’altronde, è sicuramente quello di non annoiarsi mai durante una sfida, avendo ricreato in maniera precisa e dettagliata tutte le movenze tipiche della saga di Dragon Ball. C’è ovviamente tanta spettacolarizzazione della scena, con la necessità di far sembrare anche le cose più semplici e ovvie molto cinematografiche, il che non disturba per niente. D’altronde Goku e soci sono sempre stati alla ricerca dell’entusiasmo, dell’urlo di guerra, dell’esaltazione della normalità.

Tra la supervelocità, che ci permetterà di approcciare subito l’avversario che si è distanziato, e qualche QTE pensato per poter inseguire il malcapitato dopo averlo scaraventato contro l’ennesima montagna distrutta, ci ritroveremo dinanzi alla miglior trasposizione dall’anime al videogioco per quanto riguarda i combattimenti. Le combo non si esaltano per difficoltà, nulla a che vedere con le mezzelune di FighterZ, com’è giusto che sia, anzi sarà un misto di button mashing con qualche combinazione creata grazie ai dorsali, per il lancio delle iconiche Kamehameha e tutto ciò che ne verrà. Perché se il nostro focus per ora è stato su Goku, è giusto chiarire che Kakarot non sarà l’unico personaggio che potremo comandare e gestire, sia durante l’esplorazione che nei combattimenti.

 

 

 

 

Ovviamente sarete chiamati a dosare la vostra energia, a ricaricarla quando è necessaria, attivando anche quelle che sono le trasformazioni di Goku, dal Kaioken al Super Saiyan. I move-set per i vari personaggi non sono così tanto diversi tra Piccolo e Gohan, per esempio, ma a differenziarsi sono le mosse speciali e la possibilità di coinvolgere eroi di supporto – fino a un massimo di due – durante la nostra battaglia. Controllati in automatico dalla CPU, ci permetteranno di essere convocati grazie al menù a tendina posto su R1 e creare non solo delle combo, ma anche richiedere per l’appunto del supporto in battaglia. Poca varietà, insomma, ma elementi che ci permettono di rendere ogni combattimento un vero e proprio assalto all’avversario di turno, che si tratti di Radish o che sia Cell nella sua forma perfetta.

 

 

 

 

Spogliato di elementi, vestito di alberi

Dal punto di vista tecnico, Kakarot vive di una componente tecnica molto altalenante. I modelli dei personaggi, salvo in rarissime occasioni in cui si ritrovano in secondo piano e quindi spinti più verso i fondali, sono realizzati con accortezza e con molti particolari, soprattutto quando si ritrovano, come detto, al centro dell’azione e rappresentano il focus della nostra attenzione.

Per il resto, però, l’open world è troppo spoglio, privo di contenuti che lo caratterizzino e che diano vita all’universo di Dragon Ball, che risulta fin troppo banale. Il cel shading utilizzato da CyberConnect2 è comunque di ottimo pregio, con alcune delle scene di intermezzo che si esaltano per qualità e per animazione, con degli effetti utilizzati in maniera perfetta, tanto nelle cutscenes quanto nei combattimenti, che hanno bisogno di essere esaltati.

Il cel shading utilizzato da CyberConnect2 è comunque di ottimo pregio, con alcune delle cutscenes che si esaltano per qualità e per animazione.

Ci sono delle sbavature, insomma, ma che nell’analisi macroscopica non risultano così dannose come si potrebbe pensare. Ad accompagnare il tutto, poi, c’è la meravigliosa colonna sonora di Dragon Ball, che tra l’altro ci delizia, negli snodi narrativi, anche delle introduzioni dei nuovi capitoli in pieno stile anime, con la melodia apposita e con la voce narrante che annuncia il titolo del nuovo arco narrativo. In più, avrete la possibilità di scegliere se affidarvi al doppiaggio inglese o a quello giapponese: le giuste scelte le saprete prendere da voi, ma se vi serve un suggerimento vi diremmo di andare sul secondo.

Tirando le somme, Dragon Ball Z: Kakarot ha tanti pregi, ma altrettanti difetti. È uno di quei titoli che si colloca nella piena sufficienza, portando a casa però qualche punto in più per l’accortezza avuta nei confronti dei fan, che rappresentano la giusta nicchia alla quale riferirsi. Se poi quella nicchia conduce al vasto universo di Dragon Ball, improvvisamente si trasforma in una platea molto ampia.

Per questo ritrovarci all’interno di un open world griffato Toriyama è una grande soddisfazione, perché il lavoro enciclopedico di CyberConnect2 è visibile e tangibile, soprattutto nel proporre personaggi che arrivano anche dal segmento narrativo precedente a Z e anche nel darci la possibilità di approfondire alcune tematiche che nel manga e nell’anime erano state elise, filler a parte.

 

 

C’è tanta semplicità, sia nell’esplorare il mondo che nell’affrontare i combattimenti, le missioni secondarie sono molto riempitive e prive di grande mordente, ma è tutto figlio di un volersi accontentare troppo e di voler osare poco.

Anche i ripetuti caricamenti e la necessità di doverci spedire in un’arena virtuale ogni volta che incontreremo un nemico per uno scontro casuale, smorzano di molto l’esperienza, inficiata anche da un sistema di pesca dozzinale e una modalità di cucina sulla quale si poteva soprassedere senza alcun problema.

Per realizzare un gioco di ruolo con l’universo di Dragon Ball c’è ancora del lavoro da fare, ma la strada indicata per adesso è giusta. Riprovarci tra qualche anno, non necessariamente il prossimo, magari includendo anche un segmento narrativo legato a Super, potrebbe essere la scelta giusta.

 

 

 

78
ME GUSTA
  • Finalmente un open world per Dragon Ball
  • Combat system semplice ma funzionale
  • Piccole aggiunte di pregio alla trama
FAIL
  • Un open world troppo spoglio
  • Componente GDR ridotta all'osso
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