Motherless Brooklyn: il noir a tempo di jazz di Edward Norton

29
2 anni fa

4 minuti

Motherless Brooklyn

L’opera seconda da regista di Edward Norton ha aperto la 14esima edizione della Festa del cinema di Roma: adattamento dell’omonimo romanzo di Jonathan Lethem, Motherless Brooklyn è un noir dalla splendida colonna sonora, che si trasforma in western ogni volta che entra in scena Alec Baldwin.

Lionel ha una testa che funziona in modo diverso da quella degli altri: è come se avesse dei frammenti di vetro impazziti che gli fluttuano nel cervello. Continuamente in movimento, queste schegge lo portano a concentrarsi in modo ossessivo sulle cose: che sia il suono di un fiammifero che si accende, o le parole di un discorso ascoltato di nascosto.

Nonostante i tic e le parolacce dette in modo compulsivo, Lionel è un detective di razza, che, vivendo quotidianamente il dramma di una mente frammentata, è molto abile nel rimettere insieme i pezzi di storie, luoghi e persone. Quando il suo capo, Frank Minna (Bruce Willis), finisce in una situazione disperata, Lionel prende a cuore il suo caso, cercando di capire chi, e perché, gli ha premuto il grilletto contro.

 

 

Edward Norton scrive, dirige, produce e interpreta Motherless Brooklyn, adattamento dell’omonimo romanzo di Jonathan Lethem, fil di apertura della 14esima Festa del cinema di Roma.

Edward Norton scrive, dirige, produce e interpreta Motherless Brooklyn, adattamento dell’omonimo romanzo di Jonathan Lethem, nelle sale italiane dal 7 novembre e film di apertura della quattordicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.

A quasi vent’anni dal suo esordio come regista, Tentazioni d’amore, Norton torna a girare a New York, anche se questa volta è quella anni ’50, costruendo un intricato noir che respira al ritmo della città. E della musica jazz: imprevedibile come il sound di Miles Davis, la mente di Lionel tiene il tempo della storia, sovrapponendo personaggi, generi e toni.

Edward Norton, il jazz, New York e la fisicità di Alec Baldwin

 

Fin dalla prima scena l’attore e regista si impossessa del film, facendolo completamente suo: non soltanto è presente fisicamente in quasi ogni momento, ma ogni grattacielo, ogni concerto sembra seguire il suo occhio, che si fonde con quello di Lionel. Aiutato da una colonna sonora splendida, composta da Daniel Pemberton (in cui è inserito anche il brano Daily Battles, scritto da Thom Yorke e Flea dei Red Hot Chili Peppers), e dalla fotografia di Dick Pope, Norton mescola tutto ciò che ama: un ruolo che è una sfida, un testo letterario che ha coltivato per quasi vent’anni, un cast di attori di altissimo livello che sa come dirigere e delle ambientazioni che da sole riescono a creare un universo in cui adora perdersi.

 

 

Innamorato dei suoi attori, dei costumi, del fumo che esce dai tombini della Grande Mela, Norton avrebbe forse dovuto rinunciare a qualche passaggio del romanzo.

Forse anche troppo: innamorato dei suoi attori, dei costumi, del fumo che esce dai tombini della Grande Mela, Norton avrebbe forse dovuto rinunciare a qualche passaggio del romanzo, in modo da rendere il film meno inutilmente complicato. A controbilanciare le digressioni a vuoto di troppo, una schiera di attori fenomenali: dal cameo di Bruce Willis e il collega investigatore Tony interpretato da Bobby Cannavale, alla splendida Gugu Mbatha-Raw, che è Laura Rose, avvocato e attivista da cui Lionel è affascinato, passando per l’irrisolto Paul Randolph a cui dà volto Willem Dafoe, fino al musicista Wynton Marsalis, un Michael K. Williams che come al solito sparge carisma a fiumi.

 

 

L’essenza degli Stati Uniti sintetizzata grazie al genere: il sogno americano e la crudeltà della frontiera.

È però Alec Baldwin a rubare la scena: la prima volta che lo vediamo è di spalle, ma già dalla camminata sbilenca e dal corpo massiccio e granitico capiamo che il suo Moses Randolph (ispirato a Robert Moses, soprannominato “master builder”, figura centrale per lo sviluppo urbano di New York) è qualcuno con cui è meglio non avere a che fare: politico corrotto e ossessionato dal potere, è lui il ponte tra la parte più romantica e idealista della città e quella fredda e spietata, fatta di vetro e acciaio. Un colosso inarrestabile come il progresso, che non solo ha dimenticato il proprio lato umano, ma lo disprezza. Un cowboy travestito da colletto bianco, che trasforma il film da noir sofisticato a western in cui vince il più forte. L’essenza degli Stati Uniti sintetizzata grazie al genere: il sogno americano e la crudeltà della frontiera.

 

Motherless Brooklyn è in sala dal 7 novembre

 

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