T2 Trainspotting: scegli il sequel

4 anni fa

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T2 Trainspotting

A 21 anni di distanza da Trainspotting, Danny Boyle torna a raccontare la storia di Mark Renton e dei suoi amici, in una Edimburgo completamente trasformata e allo stesso tempo immutata. Effetto nostalgia garantito.

Scegliete Facebook, Twitter, Instagram e sperate che da qualche parte a qualcuno freghi qualcosa

Il Gameboy, i primi cellulari, Sailor Moon, le tute in acetato, il Tamagotchi, Twin Peaks, X-Files, Friends, Willy il Principe di Bel-Air, i Nirvana, gli Oasis, i Pearl Jam, le Spice Girls e le boy band, assurdi ciondoli di plastica a forma di ciuccio, le supermodelle, al cinema Jurassic Park, Edward Mani di Forbice, Pulp Fiction, Matrix e, soprattutto, Trainspotting. Il ghigno stralunato di Mark Renton (Ewan McGregor), che corre per le vie di Edimburgo al ritmo di “Lust for life” di Iggy Pop, ha segnato una generazione, cristallizzando un’epoca su celluloide, quasi come l’ambra con un insetto, diventando, soprattutto in Gran Bretagna, un vero e proprio fenomeno di costume, che ha reso McGregor una star internazionale e Danny Boyle un regista di culto.

 

 

Tratto dall’omonimo romanzo d’esordio di Irvine Welsh, Trainspotting negli anni è diventato un film di riferimento, un manifesto, tanto che, fermando per strada qualsiasi ragazzo dell’epoca, questo avrebbe saputo certamente recitare qualche battuta del celebre monologo di Renton “scegli la vita” (choose life in originale). A 21 anni di distanza dal primo capitolo, datato 1996, Boyle è riuscito a rimettere insieme i quattro protagonisti, realizzando uno dei sequel più attesi e insidiosi di sempre, T2: Trainspotting – solo tiepidamente ispirato a Porno, seguito letterario firmato sempre da Welsh, pubblicato nel 2002 -, assumendosi i rischi di “un’operazione nostalgia” pronta a naufragare.

Facciamo un salto indietro nel tempo.

Esattamente un anno fa, chi scrive intervistava il regista inglese in occasione del tour promozionale di un’altra sua pellicola, Jobs, e, a fine incontro, al momento dei saluti, uscì fuori l’argomento Trainspotting 2: per mettere a tacere le nostre perplessità, Boyle affermò con entusiasmo: “La sceneggiatura è molto buona”. Dopo anni di tentativi, il premio Oscar non ha riunito solamente gli attori McGregor, Jonny Lee Miller, Robert Carlyle ed Ewen Bremner, ma anche il produttore Andrew MacDonald e lo sceneggiatore John Hodge. Sarà riuscito a non rovinare la leggenda di Rent Boy, Sick Boy, Begbie e Spud?

 

Edimburgo, 20 anni dopo: turisti nella propria giovinezza

 

 

Musica martellante dalle sonorità elettroniche, a scandire i movimenti di un gruppo di persone che corre su dei tapis roulant: la telecamera cerca ossessivamente una di queste silhoutte. Il nostro uomo è atletico e tonico, ha i capelli lunghi e una quarantina d’anni: è Mark Renton. Il primo impatto è spiazzante: niente carnagione giallastra, niente capelli rasati, un aspetto sano e sicuro.

Non può essere proprio Rent Boy. Invece è così: il sorriso è lo stesso, lo sguardo anche, ma meno intorpidito. A quanto pare il ragazzo scozzese ha scelto la vita, vissuta a diversi chilometri di distanza dalla natia Edimburgo: fuggito ad Amsterdam con i soldi dell’affare combinato alla fine del primo film, che ha tenuto per sé escludendo i suoi amici (a eccezione di Spud), Renton ha smesso di drogarsi, si è sposato e ha trovato un lavoro. Alla fine la lavatrice l’ha comprata davvero.

Tornato a casa, Renton scopre che i suoi amici non sono poi cambiati molto in queste due decadi: Begbie è ancora in galera, Sick Boy vive di espedienti illegali e Spud si è sparato nelle vene tutta la sua quota del bottino. Il mondo intorno a loro invece è quasi irriconoscibile: le persone hanno sostituito l’eroina con i cellulari, Facebook, Instagram e Twitter sono le nuove droghe, tutto sembra più pulito, luci al neon danno un aspetto quasi patinato a oggetti e persone, come se il mondo fosse schermato da una parete di vetro e acciaio, un grande schermo globale che ha inscatolato tutti in una prigione trasparente.

 

 

Gli anni non sono passati solo per i personaggi, ma anche per il regista: abbandonato il ruvido e genuino entusiasmo dei primi film, Boyle ha abbracciato una regia sempre più pulita e pop, fatta di montaggi frenetici e inquadrature asimmetriche: in mezzo ai due film ha vinto l’Oscar, esplorato vari generi e, forse, le riflessioni sulla società moderna fatte in Jobs risuonano ancora prepotentemente dentro di lui.

Il regista di allora non c’è più: Trainspotting 2 diventa quindi presto un viaggio nei ricordi, un’occasione per Boyle di riflettere sul proprio percorso, cercando di rievocare un periodo della sua vita che ormai non gli appartiene più, come sottolinea la frase detta da Sick Boy a Renton: “Sei un turista nella tua giovinezza”.

 

“Drogati, ma di qualcos’altro”

 

 

A non essere cambiato è però lo spirito: Renton, Spud, Sick Boy e Begbie sono ancora quattro spiantati affamati di auto-distruzione

A non essere cambiato è però lo spirito: Renton, Spud, Sick Boy e Begbie sono ancora quattro spiantati affamati di auto-distruzione, che hanno passato vent’anni a chiedersi se preferissero scegliere o meno la vita, senza pensare che forse è proprio quest’ultima ad aver sempre ignorato loro, incapaci di cambiare nonostante il mondo e l’età li esortino a farlo.

Granitici e immutabili come il monolito di 2001: Odissea nello spazio, il quartetto di protagonisti vede i suoi estremi in Begbie e Spud: il primo è il passato che ritorna sempre, incapace di soffocare la propria natura violenta, un memento mori con le gambe, il secondo è invece, inaspettatamente, la figura che dà senso a tutta la storia grazie ai suoi racconti, che racchiudono l’essenza del film.

A fare da contraltare a Renton e soci ci sono poi una serie personaggi femminili di vecchia conoscenza, ovvero Diane (Kelly Macdonald), ormai affermata professionista, Gail (Shirley Henderson), la moglie di Spud, la moglie di Begbie, più la new entry Veronika (Anjela Nedyalkova), che inizialmente è la compagna di vita e di imbrogli di Sick Boy, ma che poi intreccia il suo percorso con quello di ognuno dei protagonisti maschili.

Più duttili e intelligenti, le donne in T2 è come se sapessero istintivamente che devono scegliere la vita, al contrario dei loro uomini, che, pur divertendosi (e divertendoci) con trovate geniali (la scena della canzone nel pub, quella nel bagno, citazione rivista e corretta del primo film, i dialoghi tra Renton e Sick Boy), alla fine tornano sempre a fronteggiare la loro spinta verso la morte.

 

 

Sei un drogato, è la tua natura: drogati, ma di qualcos’altro”: Renton dice questa frase a Spud, quando cerca di convertirlo alla corsa: non una scelta salutista, ma la sostituzione di una dipendenza con un’altra. Trainspotting 2 è forse proprio questo: un’ultima dose di un’epoca che non c’è più, in cui passato (rievocato insistentemente con estratti dal primo film) e presente si fondono, in un eterno ritorno nel ventre rassicurante e distruttivo della nostalgia più pura, che non permette di vedere il futuro, impedendo anche solo di pensarci.

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