Speciale Sindacati - Conclusioni

Speciale Sindacati - Conclusioni

Bene eccoci alla fine del nostro viaggio attraverso i sindacati.
So che siete stufi di sta roba impazienti di sentire le conclusioni, ma prima, per aumentare la suspance… ancora modelli! :troll:

Sindacati e Lavoratori

Alla luce dei modelli che abbiamo visto rimane ancora insoluta una domanda: ma quindi, sindacati si o sindacati no?

La domanda è mal posta, la vera domanda che si pone l’economia è “sindacati come?”.
Vi porto altri due modelli.
Questi non sono di economia pura, ma più che altro sono di economia politica e non si basano sulla matematica, ma sull’osservazione statistica.


Struttura della Contrattazione

Il primo modello che vi porto è quello di Calmfors e Driffill del 1988.

I due ricercatori hanno analizzato il tasso di disoccupazione tra il 1968 e il 1988 con particolare attenzione agli shock petroliferi, in pratica il tasso di occupazione prima e dopo gli shock.

La loro teoria è la seguente: quanto impatta un sindacato nel garantire una piena occupazione in caso di crisi economica?

Questi sono i loro risultati.

Struttura della Contrattazione

La centralizzazione indica la forma del sindacato, più è bassa più abbiamo molti sindacati piccoli (ad esempio i sindacati aziendali), più è alta invece più abbiamo pochi sindacati grandi (tipo quelli nazionali).

Dai dati sembra emergere una campana, ossia in caso di crisi i sindacati che meglio ammortizzano il problema sono quelli piccoli o quelli molto grossi.

Calmfors e Driffill spiegano così la loro teoria.


I sindacati piccoli
, ossia quelli aziendali, fanno il solo interesse dei rappresentati e cercano di strappare W maggiori.
Però nel caso di crisi il margine di profitto dell’azienda si riduce, il che significa che anche quanto possono ottenere i sindacati si riduce, quindi sono costretti a sottostare alla situazione aziendale.

In pratica sono troppo piccoli per fare danno.


I sindacati grandi
sono invece sindacati nazionali che fanno gli interessi di tutti (occupati, ma anche disoccupati, pensionati etc.) quindi se forzassero W alti in momenti di crisi subirebbero l’esternalità negativa della loro scelta (magari l’azienda è costretta a alzare gli stipendi ma, in compenso, licenzia o non assume e i sindacati nazionali rappresentano anche i disoccupati), quindi agiscono in concerto con lo Stato per una politica economica adatta che minimizzi i danni per tutti.

In pratica troppo grandi per essere irresponsabili.


I sindacati intermedi
(come quelli di categoria) hanno abbastanza potere per imporre delle scelte alle aziende e devono rispondere solo ai loro iscritti quindi possono esternalizzare i danni delle loro decisioni.

Se, in caso di crisi, il sindacato dei ferrovieri comunque ottiene di avere W alto per i macchinisti l’azienda magari si trova costretta a licenziare dei fattorini, ma questo al sindacato dei ferrovieri non interessa, i fattorini non sono loro rappresentati.

Questa è la teoria di Calmfors e Driffill.

Il loro modello però non è esente da critiche, in economia ci sono troppe variabili per poter dire che una (il sindacato) abbia così grande effetto su indicatori macroeconomici come la disoccupazione.

Ma le loro conclusioni non sono comunque da scartare in toto.

 

Modello Exit-Voice

Il secondo modello che vi porto è quello di Freeman e Medoff (si gli economisti lavorano sempre in coppia, se no si sentono soli).

La teoria è la seguente: l’informazione è imperfetta.
Wow.
Altra scoperta di Freeman e Medoff: dal rubinetto rosso esce acqua calda.

Bhe in realtà non è proprio così in quanto molti modelli economici partono dal concetto di perfetta informazione.
La teoria dell’exit-voice è che il sindacato aumenta l’informazione.
Dando voce ai lavoratori, ai loro desideri e alle loro preferenze permette da un lato all’azienda di soddisfare gli operai e quindi di evitare il turnover e i relativi costi (lavoratori insoddisfatti se ne vanno e devo cercarne altri), dall’altra di soddisfare i lavoratori, lavoratori soddisfatti sono più produttivi.
Le stime di Freeman e Medof indicano che un lavoratore sindacalizzato di norma produce tra il 7 e il 10% in più sebbene l’azienda possa subire un minor profitto compreso tra il 10 e il 15%.

Al di la dei dati (il modello è del 1979), il concetto ha una base di verità ma va pesato su molte altre considerazioni, banalmente è ovvio che i costi di turnover per gli ingegneri di Google sia alto quindi è meglio coccolarseli e il sindacato può aiutare in questo, ma i costi turnover di chi serve hamburgher no, li trovo un euro la dozzina mettendomi fuori da psicologia.

 

Conclusioni

Bene, ecco ci agli IMHO.

 

@Nicholas

L’economia ci dice un paio di cose interessanti.

a)      Aziende e lavoratori hanno obiettivi diversi
b)      Collaborare è meglio che fare a testate

Nel mercato perfetto voluto da Adam Smith (che tanto perfetto non è come ci insegna Bioshock) i sindacati sono visti come una distorsione del mercato del lavoro.
Ed effettivamente lo sono.
I sindacati impongono costi aggiuntivi alle aziende, costi che i singoli lavoratori farebbero molta più fatica a imporre.

Ma l’economia è la scienza che modellizza i rapporti economici, non i rapporti sociali.
Per questo i sindacati hanno un ruolo importante, perché il fine ultimo non è fare cose, è far stare meglio le persone.

L’economia ci dimostra inoltre che si potrebbe fare meglio se sindacati e aziende si accordassero, meglio per entrambe.
Perché non succede?
Per il motivo per cui queste cose non succedono mai: avidità.

Gli esseri umani sono egoisti, da un lato le aziende vogliono profitto ma dall’altro i lavoratori pensano prima a loro stessi e poi agli altri.
Perché nessuno vuole lavorare meno per far lavorare tutti?
Questo è un gioco al massacro e i giochi al massacro ricadono nel primo modello: io tiro, tu tiri quando io sono più forte tu ti attacchi.

Il compito dei sindacati dovrebbe essere quello di ridistribuire la ricchezza.
Migliorando le condizioni dei lavoratori certo, ma anche migliorando il numero di coloro che ricadono in questa categoria.

La ridistribuzione della ricchezza è un valore aggiunto per tutti

La ridistribuzione della ricchezza è un valore aggiunto per tutti, ma le aziende non lo percepiscono perché vivono sul breve periodo e sul tentativo di esternalizzare le perdite (scaricandole sui lavoratori) e, come al solito, bisogna costringerle (come con le tasse).

Ma l’eccesso opposto è la perdita di lavoro

Ma l’eccesso opposto è la perdita di lavoro, la difesa di un gruppo rispetto ad un altro, quando i sindacati difendono solo i loro iscritti in barba alla situazione dell’economia non stanno comportandosi molto diversamente dalle aziende.

Poi io sono votato alla flexicurity, che richiede sindacati responsabili, sindacati a livello di nazione, che diano voce a tutti, non solo alle persone con un contratto, anche ai tanti che quei contratti ancora non ce l’hanno e che potrebbero non averlo mai.
Sindacati che concordino ammortizzatori sociali per chi non lavora oltre che a migliori condizioni per chi lavora, che siano parte attiva della politica economica più che semplici delegati a ripartire gli utili delle aziende.

Ma questo richiede che anche gli Stati li vedano come tali, che li considerino come la voce di chi ha meno diritti e che discutano con loro le esigenze di queste persone.
Uno stato sociale che funziona non ha bisogno di lotte.
Ma questa ovviamente è una pia illusione oltre che un IMHO.

 

@Camo

I sindacati e la loro utilità storico-sociale.

Bene, ora che abbiamo letto pagine e pagine di noiosissimi concetti storico-economici siamo pronti a tirare le prime conclusioni sul controverso concetto di sindacato.
Anche voi vi starete facendo la classica domanda: Ma i sindacati quindi servono o no?

Dal punto di vista storico la risposta è “Sì, senza dubbio”.
Poi possiamo discutere su infinite questioni, sulla loro efficienza, la loro trasparenza o la loro qualità: ma la risposta è sì.

Storicamente servono ad accompagnare l’individuo verso una nuova società

Storicamente servono (o meglio, sono serviti) ad accompagnare l’individuo verso una nuova società che si evolve continuamente seguendo i principi della rivoluzione industriale prima e del progresso economico poi. Da questo punto di vista, storicamente, hanno fatto il loro lavoro e l’hanno pure fatto bene!

Hanno affrontato e superato sia problemi nuovi (pensiamo al proliferare delle malattie professionali verificatosi con l’avvento dell’industria ) che nodi storici (le ore di lavoro settimanali, il diritto alla maternità). Tutte cose che oggi diamo per scontate ma che sono state ottenute con sangue e sudore grazie soprattutto all’aiuto delle nostre controverse sigle sindacali.

Di più il loro ruolo non si limita alla contrattazione ma anche all’assistenza legale dei lavoratori.
Chiunque di voi, come già trattato nei commenti del mio articolo precedemte, può andare gratuitamente al sindacato più vicino e chiedere lumi sul proprio contratto, sulla propria posizione lavorativa e tutte le fregnacce burocratiche del caso.
Pagherete solo nel caso vogliate aprire una vertenza: il sindacato vi fornirà un avvocato (avete presente Lionel Hutz?) e vi rappresenterà legalmente in cambio di 2 “favori”:

  • Iscrizione al sindacato

  • in caso di esito positivo della vertenza dovrete dare al sindacato una percentuale (il 5 o 10%, non ricordo onestamente) della somma

Poi c’è dell’ altro: avere un ente che riunisce e rappresenta delle categorie omogenee di persone non è cosa da poco.

Mi spiego meglio.
Pensiamo alle prime società di mutuo soccorso, delle quali vi ho parlato nel primo articolo: non avevano poteri formali, è vero ma anche solo la capacità di riunire e rappresentare individui non è essa stessa un potere?
Socialmente è un fatto importantissimo: persone che si sentono rappresentate da una qualsiasi organizzazione sono più collaborative, quindi socialmente più utili, quindi in soldoni meno propense a fare valere le proprie ragioni con il terrorismo.

Mi sono più volte chiesto il perchè degli anni di piombo in Italia e oltre alle solite risposte derivate dal maggio francese secondo me c’è dell’altro: gli individui delle classi sociali più disagiate non erano più rappresentati da un partito comunista che con il Compromesso Storico aveva fatto outing, come si direbbe oggi.
Il terrorismo rosso è stato la diretta conseguenza di questo accentramento politico, un accentramento che ha lasciato un vuoto nella parte più estremista e politicizzata dei lavoratori. Non dimenticherò mai una foto che ho visto su un libro: una trattativa serrata tra Fiat e gli operai, una delle tante nei caldissimi anni ‘70, portata avanti da un giovane e grosso (di più, enorme!) sindacalista. Il nome? Giuliano Ferrara.
Quel libro si chiama “Mara,Renato e io”  e racconta la storia delle Br vista dagli occhi di uno dei fondatori, Alberto Franceschini.

Non è difficile capire il perchè di quel clima teso, negli anni ‘70: chi doveva rappresentare la parte più calda del movimento sindacale era evidentemente inadeguato tanto che oggi è un accanito sostenitore della teoria liberista.
Di più, il partito politico che doveva difendere la classe operaia aveva altri interessi politici, volti per lo più all’ accentramento dell’ideologia al fine di avere un largo sostegno (al riguardo potete leggere il bellissimo articolo sul paradosso del gelataio qui sulla lega ).

Per tutti questi motivi, il ruolo dei sindacati è importantissimo ancora oggi: un sindacato che è incapace di rappresentare i lavoratori e individuarne le problematiche  è pericolosissimo in termini sociali.
E leggendo i commenti al mio primo articolo la più grossa problematica venuta fuori è proprio questa: chi rappresenta oggi gli interessi dei lavoratori, specialmente dei precari? La risposta è “nessuno” e sul perchè dovete chiedere direttamente al trio Cgil-Cisl-Uil.

Quello che però io non posso nè volgio fare è dare una valutazione sui sindacati moderni: principalmente perchè si finirebbe con il confondere la malagestione odierna (in buona o cattiva fede che sia) con l’inutilità:

Storicamente i sindacati sono serviti, questo è tutto. Che poi possano ragionevolmente suscitare sentimenti contrapposti di amore e odio, non c’è dubbio.

Ma sappiamo tutti che “l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio” :troll:

 

 

 

Nicholas | Nè

Nicholas | Nè

Sono qui solo per trollare. E a volte per scrivere di economia, storia o cazzate (spesso tutto assieme).
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giovedì 6 giugno 2013 - 9:53
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