Agalmatofilia tra mito e fantascienza

La leggenda della Sennentuntschi

Dopo averne solo accennato nel mio precedente articolo, torno a parlarvi della Sennentuntschi.
Quella della sennentunschi -o sennenpuppe- (puppe!?) è una leggenda popolare delle regioni alpine, specie delle alpi bernesi ma anche di Tirolo, Carinzia, Vallese, Sitria ed Alta Baviera.

La leggenda narra la storia di un gruppo di allevatori che si trovava in alta montagna per portare le greggi al pascolo. Come sarà noto a tutti, questo è un lavoro che dura dei mesi e che costringeva i pastori lontano da casa e dalle proprie mogli per lunghi periodi.
A volte però, quando sopraggiungeva il viril desiderio, non bastavano più la grappa e una pecora: gli allevatori si erano costruiti una bambola di paglia a grandezza naturale (la pratica sembrerebbe esser stata molto diffusa, e non circoscritta solamente all’aneddoto popolare).
Si, avete capito bene.

Oggi esistono bambole gonfiabili hi-tech in silicone, con capelli veri, giunture realistiche. Esistono pure bambole gonfiabili per i cani -o forse per gli zooerotofili?- ma, si sa, i nostri antenati si sapevano accontentare.
La bambola venne realizzata creando uno ‘scheletro’ fatto di rami legati con delle corde, attorno ai quali vennero legati dei fasci di paglia. Con l’aiuto di alcuni stracci si creavano, al contempo, sia degli spazi da riempire con la paglia per volumizzare seno e cosce, sia degli abiti per la finta donna.
Così, per dare un tocco di realismo.

Gli allevatori trattavano questa bambola come se fosse una vera donna, facendola persino accomodare a tavola e parlando con essa (l’altitudine e la solitudine fanno davvero brutti scherzi!).
E ovviamente tutte le notti giacevano con questa e sfogavano su di essa le loro frustrazioni da allevatori dimenticati dal mondo.

Ma proprio quando, finalmente, i pastori si apprestavano al trasferimento del bestiame verso casa, la bambola prese vita ed uccise quegli uomini, vendicandosi del loro comportamento malvagio e lussurioso.
La demoniaca Sennentuntschi strappò addirittura via la pelle ad uno dei pastori, affinché potesse essa stessa indossarla (non vi ricorda il serial killer de “Il silenzio degli innocenti” o il demone di “Jeepers Creepers” o Leatherface di “Non aprite quella porta”?).

Tutt’altra sorte toccò ad un certo Pigmalione.

Il mito di Pigmalione

Pensare ad un parallelismo tra questa storia alpina e tra il mito ellenico di Pigmalione, è tanto facile quanto doveroso.

Pigmalione, giovane Re di Cipro, era famoso per la sua abilità di scultore ed era così devoto all’arte, da dedicarvisi totalmente e rinunciando persino al matrimonio (ma forse semplicemente non se lo cacava nessuno).
E qui -concedetemelo- azzarderei un ‘FOREVER pigmALONE!’.

Un giorno scolpì nel marmo una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente, innamorandosi di lei a tal punto da darle anche un nome: Galatea.
Pigmalione, sempre più pazzo, la colmava di tenerezze e, considerandola la sua amante, le faceva appoggiare la testa su morbidi cuscini di piume, come se lei se ne rendesse conto.

Il giorno della festa di Afrodite, Pigmalione portò il suo dono agli altari, davanti a cui si fermò sussurrando timidamente:

”O dèi, se è vero che voi potete concedere tutto, io ho un desiderio: vorrei che Galatea fosse mia sposa…”

La dea Afrodite, che era presente alla propria festa, percepì il significato reale di questa supplica ed ecco che la fiamma sull’altare, interprete della benevolenza della dea, tre volte si riaccese e guizzò verso l’alto.

Pigmalione, tornato a casa, pieno d’amore toccò più e più volte l’oggetto dei suoi desideri: era proprio un corpo vivo! Le vene pulsavano sotto la pressione delle sue dita.

I due infine si sposarono e Galatea generò Pafo, da cui l’isola prese il nome.
Pafo, successore di Pigmalione, fu il padre di Cinira, che fondò a Cipro la città di Pafo e vi costruì il famoso tempio di Afrodite.

Agalmatofilia

Con agalmatofilia (agalma=statua, filia=amore) si intende l’attrazione sessuale verso statue, bambole, manichini e altri oggetti simili.

La pratica può consistere nell’atto sessuale con l’oggetto, nel desiderio di partecipare come osservatori agli incontri fra gli oggetti o ancora nell’aspirazione a trasformarsi nell’oggetto stesso.

L’agalmatofilia fu descritta per la prima volta nello studio del 1877 di Richard von Krafft-Ebbing, intitolato Psychopathia Sexualis, dove veniva descritto il caso di un giardiniere che, innamorato di una statua della Venere di Milo, venne scoperto mentre tentava di avere un rapporto sessuale con essa.
Ebbene si, proprio come il buon Pigmalione!

Tempo fa mandavano sulla parabola un documentario sulle persone che amano e hanno rapporti sessuali con gli oggetti in genere (e non solo con le statue o con corpi inorganici che riproducono comunque l’umano simulacro).
Non ho ancora capito come faccia National Geographic Channel ad inserire nel programma “Tabù” una serie di episodi dal verdoniano titolo “Quelli che lo fanno veramente strano”. Mah. Ho pensato che fosse la solita americanata e che sfruttassero ‘l’effetto novità’ di una così strana perversione. Ma ho scoperto che già in passato la televisione e il cinema hanno toccato il tema dell’agalmatofila.

Già nel 1930 il film “L’Age d’Or” di Luis Bunel mostra una scena in cui la protagonista succhia l’alluce ad una statua; oppure, in “The Cell” del 2000 il serial killer di turno prima affoga le sue vittime, e poi le trasforma in sex toys.
In Italia non siamo da meno, infatti nel film “Totò che visse due volte” del 1998 di Ciprì e Maresco, un handicappato ha un rapporto sessuale con una statua della Madonna.

La suggestione più forte

Ma la suggestione più forte e stimolante arriva dall’inchiostro piuttosto che dal tubo catodico. Infatti è dall’ottocentesca penna di Giacomo Leopardi che viene fuori un audace pensiero, tanto moderno quanto steampunk: nelle “Operette morali” immagina la costruzione di una “macchina”

disposta a fare gli uffici di una donna conforme a quella immaginata. Né anche l’invenzione di questa macchina dovrà parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando pensino che Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che fosse la miglior donna che sia stata insino al presente.

Sicuramente a Leopardi sarebbe strapiaciuto questo, ma ciò che intendeva il nostro amico Giacomo è un cyborg!
Un robot dalle fattezze anatomiche desiderate e magari modificabili (un po’ come facevano nel film “S1M0NE” del 2002) e ovviamente con un interruttore.

Certo, e che magari lava, stira e prepara il pranzo.

Anche se a qualcuno sembrerà strano, persino gli uomini dell’800 come Leopardi fantasticavano su questi argomenti. Ma noi uomini del 21° secolo ne abbiamo già viste e lette di cotte e di crude, specialmente negli ultimi anni.
Basti pensare che l’antico concetto leopardiano di ‘macchina’ perde quasi completamente il suo significato in “Blade Runner” di Ridley Scott, mentre viene totalmente reinventata l’attuazione e la percezione del sesso ne “Il mondo dei replicanti” del 2009 di Jonathan Mostow. Mi viene in mente anche “Minority Report” di Spielberg del 2002 (che, come Blade Runner, nasce dalla fantascientifica penna di Philip K. Dick) in cui l’amico hacker di Cruise gestisce un ‘parco divertimenti/bordello’ che funziona stimolando specifiche aree del cervello.
Ci saranno sicuramente tanti altri esempi che non conosco o non ricordo tra cinema e letteratura: a voi citarli se ne avete voglia!

Lungi però da me irritare persone che la pensano come l’autore di articoli come questo, perché tali fantasticherie valgono per ambo i sessi. Nonostante ciò, nella definizione di ‘technofilo’ e ‘technosessuale’ viene specificata una tendenza spiccatamente maschile verso il fenomeno.

Detto ciò mi sembra anche giusto citare il Gigolò Joe di “A.I – Intelligenza Artificiale” del 2001 di Spielberg (e non so quanto sia corretto dire) ‘impersonato’ dal divo Jude Law.
O magari una più spartana Sex Machine costruita da George Clooney in “Burn after reading” dei fratelli Coen!

Per concludere


Per concludere, qualche riflessione: esiste tra noi qualcuno che non abbia desiderato, almeno una volta, di avere un partner da poter plasmare -nell’aspetto e nel comportamento- secondo la propria volontà? Quanto subito ci stuferemmo di avere una simile accondiscendenza a qualsiasi nostro desiderio, sessuale e non? Come potrebbe una simile situazione nuocere alla crescita dell’individuo?, che il più delle volte è proprio dalla sofferenza e dalla negazione che trae i più grandi insegnamenti (vedi ‘pathei mathos’) ?
A voi la parola!

Fonti e Sitografia


– Wikipedia: Sennentuntschi, Pigmalione,
http://www.sanihelp.it/enciclopedia-erotica/11/agalmatofilia.html
http://www.davidetomasello.it/2007/06/08/agalmatofilia/

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domenica 19 febbraio 2012 - 11:00
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