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Lo Chiamavano Jeeg Robot: che cos’è un eroe?

6 anni fa

13 minuti

jeegrobot

È il film evento che tutti stiamo aspettando, il film che l’Italia stava aspettando, l’eroe anticonvenzionale di cui abbiamo veramente (ma veramente tanto) bisogno. Lo Chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti non ha ancora solcato le porte di tutte le sale italiane, ma è già pronto a riscrivere le sorti di tutti gli eroi di ieri e di oggi.

Esce oggi in sala l’attesissimo cinecomic “de casa nostra”, Lo Chiamano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, scritto da Nicola Guaglianone e Menotti con Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli.

Un film che ancora deve essere assaporato dalla stragrande maggioranza del pubblico, ma per la critica è già cult.

Un film che ancora deve essere assaporato dalla stragrande maggioranza del pubblico, ma per la critica è già cult. Un successo così originale italiano che ha ben pochi precedenti alle sue spalle, e sicuramente il primo film da potersi definire realmente un cinecomic italiano – si, perché non chiamiamo Il Ragazzo Invisibile di Gabriele Salvatores un cinecomic che iniziano a partire le “Wonder Woman”.

Gabriele Mainetti scomette il mille per mille su un prodotto fresco e innovativo, un film sincero e grezzo, proprio come i suoi personaggi e l’Italia, la Roma che racconta con amore e passione, con stile e, soprattutto, tecnica. Una pellicola che porta agli italiani il loro “vero” eroe.

Ma… che cos’è un eroe?

Questa è la domanda dalla quale parte, o quasi, il sorprendente Lo Chiamavano Jeeg Robot.

Più che rispondere a questa domanda, Mainetti “inventa” una sua definizione attraverso il personaggio di Enzo Ceccotti, interpretato da un trasformato e appesantito di 20 chili Claudio Santamaria, all’interno della società nella quale vive, con focus particolare sulla periferia romana. Insomma, Mainetti tenta di rispondere più che alla domanda che cos’è un eroe, quanto più qual è l’eroe della nostra società attuale?

 

Persona che esegue azioni fuori dal comune, non ordinarie e che dà prova di straordinario coraggio.

Se cerchiamo la parola “eroe” nel vocabolario, le definizioni più comuni riguardano una persona che esegue azioni fuori dal comune, non ordinarie e che dà prova di straordinario coraggio, specialmente in ambiti bellici. Sceglie il bene al posto del male, sacrifica se stesso per gli altri e ha sempre, o quasi, tutto da perdere e nulla da guadagnare.

 

 

Eroe

 

 

Facendo quattro salti indietro nel passato, l’eroe, o meglio il concetto più strettamente legato alla figura che verrà poi definitiva supereroe, fa la sua comparsa nella mitologia.

I miti antichi raccontano di imprese di grandi eroi coraggiosi che si battono, armati di spada e scudo, per compiere azioni grandiose per far si che il loro nome rimanga impresso nelle generazioni a venire, definendo, in questo modo, quelli che sono i valori e gli ideali di un intero popolo, ovviamente in riferimento con quell’epoca.

L’eroe, in questo caso, è una figura straordinaria, decisamente più vicina a un dio che a un uomo; infatti, sono spesso storie fantastiche, con un misto di verità e fantasia; ossia il contesto storico è reale, ma le azioni o gesta eroiche sono inventate, in modo da rendere avvincenti questi racconti.

Le vicende si svolgono soprattutto su campi di battaglia, per difendere la libertà del proprio popolo; più si combatte, più si uccide e più si è eroi.

Tuttavia, nonostante questa sovrumana potenza, l’eroe classico inizia a mutare quando anche egli si va a scontrare con quelli che sono i mali inevitabili della vita come il dolore o la morte o, peggio ancora e spesso fattore scatenante, la morte di qualcuno caro. Ricordiamo Achille e la sua furia scatenata contro Troia per la morte del cugino e amico Patroclo, no?

 

 

Eroe

 

 

Attraverso il confronto con la sofferenza e gli scacchi più atroci del destino, i grandi narratori del passato come Omero e Virgilio, umanizzano l’eroe dando vita a una figura con la quale la gente possa identificarsi.

L’eroe classico non prende le distanze dal mondo, ma vuole che chiunque possa essere come lui.

L’eroe classico, quindi, non prende le distanze dal mondo, non resta apatico sulle pagine di un libro, ma diventa vivo e vuole che chiunque possa essere come lui. Porta con sé riferimenti del mondo classico, ovvero le virtù civili in lui presenti come il coraggio e lo spirito di sacrificio, ma al tempo stesso la sua condizione di semidio gli permette di superare la condizione di finito del tempo mortale.

Attraverso la propria morte, morte “incontrata” in nome di qualcuno o in nome di un ideale, acquisisce la capacità di superarla. Come? Attraverso quella fama che si diffonde oltre la sua morte, rendendogli indietro l’eternità di generazione in generazione.

Questo umanizzazione apre la strada a un nuovo tipo di eroe, un eroe molto più vicino ai nostri giorni, in particolare all’Enzo di Minetti, e molto più “comune” dei suoi fratelli epici: l’eroe tragico.

Questo tipo di eroe lo incontriamo soprattutto nelle tragedie di Sofocle, esempio L’Edipo Re. È un eroe basato su una dualità di fondo: se da un lato è sempre al centro della scena, capace di straordinarie azioni, dall’altra parte della sua grandiosità viene messa in ombra dalla sua impotenza esistenzialista che lo allontana dagli spettatori, quindi lo rende uno sconfitto. Sofocle presenta per la prima volta la grandezza e la miseria dell’essere umano.

Un essere umano troppo spesso schiacciato dal potere delle sue responsabilità.

 

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità.

L’eroe di Sofocle è innanzitutto un isolato ed è proprio grazie a questo suo isolamento che spiccano le sue qualità e la sua forza di combattere il destino avverso. Questo spessore psicologico del personaggio sofocleo fa sì che l’eroe esiti, cambi spesso idea e rimpianga il passato. Sono dunque profonde le motivazioni che spingono i personaggi di Sofocle ad agire portandoli ad una amara consapevolezza, che fa appunto di loro dei vinti.

In questo senso Sofocle è il primo a dare vita a una seria di eroi che perdono totalmente la loro purezza.

In questo senso Sofocle è il primo a dare vita a una seria di eroi che perdono totalmente la loro purezza. L’eroe senza macchia, ripreso più dalla letteratura medievale e in parte da quella più pop, cede il posto all’eroe che perde la sua virtù di perfezione, e questo avviene con Aiace, eroe che si macchia di vergogna, di follia e ira vendicativa.

Vediamo come l’esempio di virtù e perfezione crolla lentamente e fa diventare l’eroe più “umano” senza che però finisca per perdere la sua dignità e conservando sempre il rispetto del codice di valori della società in cui vive. Ecco perché nella tragedia abbiamo quelli che possiamo definire “eroi sconfitti”: perché mantengono le caratteristiche morali tipiche dell’eroe, ma sono costretti da un destino avverso, o comunque da un evento esterno alla loro volontà, alla rovina e al dolore.

 

 

Eroe

 

 

Enzo viene investito da un grande, grandissimo potere.

Da questo punto di vista l’eroe proposto da Mainetti è molto vicino. Sebbene Enzo sia l’esatto opposto della definizione di eroe, un vero e proprio nessuno, un omuncolo di periferia, talmente tanto codardo da essere poco più di un ladruncolo, un menefreghista e bugiardo.

Enzo viene comunque investito da un grande, grandissimo potere. Potere che inizialmente sfrutta per se stesso, restando fedele alla sua linea iniziale di personaggio.

Ma Enzo, così come l’eroe classico e quello tragico, è perfettamente collocato nel nostro attuale contesto: un Paese fatto per lo più da mediocri, un Paese in rovina che continua a ostentare la sua splendente facciata di superficialità, fingendo di non guardare il suo lato più marcio e grottesco; eppure, Enzo riesce a trovare la via di quella grandezza, della virtù imperfetta ma fedele agli ideali – ben pochi in questo caso – della sua civiltà.

Grandezza consumata nella solitudine dell’anonimato, a differenza della sua controparte, ovvero Lo Zingaro (Luca Marinelli), senza proiettori ma con la sola consapevolezza di aver fatto un’azione giusta per il bene di tutti senza un tornaconto personale. Insomma, Enzo Ceccotti è lo Zorro de noantri.

 

Eroe

 

La storia degli eroi ha continuato su questa scia, mutando di piccole sfumature, dall’eroe malinconico ma magnanimo rappresentato da Goffredo nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, all’eroe romantico, quello sia devoto al sacrificio per amore, come in Goethe o Foscolo, o per amore della patria e della libertà del popolo.

La società borghese e capitalista inizia a mutare la figura dell’eroe a sua immagine e somiglianza.

La società borghese e capitalista, già a partire dal XIX secolo, inizia a mutare la figura dell’eroe a sua immagine e somiglianza, prendendo spunto da un po’ tutte quelle che sono le qualità dell’eroe perfetto, incontrato fino a questo momento. L’eroe è pur sempre rappresentato da quello classico, ma adesso i suoi ideali sono perfettamente configurati in quelli che sono i simboli della società del novecento: patria, bandiera e servitù alle armi. L’eroe funge da modello da seguire e imitare per tutti i cittadini.

Da qui il passo verso il fanatismo e l’abuso della parola “eroe” è assai molto breve. Ben presto i soldati mandati a morire sui campi di battaglia, con e contro la loro volontà, sono diventati eroi. Le ideologie e il fanatismo hanno creato sempre più “eroi”, talmente tanti da non distinguere più quelli veri da quelli falsi.

In questo contesto, ovviamente spostandoci di qualche decennio, la cultura letteraria più pop ritorna a prendere le origini del mito mescolando gli ideali della società moderna. Nasce “così” il supereroe.

Il supereroe è colui che oltre ad avere le qualità descritte nell’eroe classico, ha super poteri non comuni che lo rendono maggiormente speciale; sappiamo tutti che questa categoria è solo un’invenzione narrativa per rendere più appetibile la lettura, con naturalmente limitazioni oggettive per tutti. Eppure anche i supereroi, nel loro mondo fittizio, sono stati oggetto di modello e di studio, a volte critico e altre volte propagandistico, basti anche solo pensare a Capitan America negli anni ‘40.

Eroe

Il tempo non è stato di certo amico del mondo degli eroi e dei supereroi. La società si è evoluta nei modi più disparati, perdendo sempre più contatto con i veri ideali e le virtù di un qualsiasi essere umano. Il rischio è diventato un elemento da elogiare; spettacolarità e popolarità sono le “virtù” fondamentali all’interno della scala sociale se si vuole realmente essere qualcuno; modelli inverosimili di perfezione sono diventati forme ossessive e, spesso, discriminatorie.

Al di fuori di tutto questo c’è il nulla.

Trovare un eroe in questo minestrone di personalità robotiche ce ne vuole. I pochi eroi della nostra società moderna e contemporanea sono quelli che nel loro piccolo hanno saputo conservare quelle caratteristiche di virtù e sacrificio nei confronti del prossimo, a favore di un mondo migliore, senza avere nulla in cambio, anzi spesso perdendo l’unico bene in loro possesso: la vita.

 

 

 

 

Arrivati a questo punto, prendendo in esame il mondo del XXI secolo, in esame una società come la nostra, costantemente bombardata da stimoli su stimoli, modelli su modelli, come possiamo davvero definire il concetto di eroe? Viene quasi spontaneo ritornare a bomba su quella che è la domanda iniziale del nostro discorso. Ebbene, una risposta reale non c’è. Ognuno di noi potrebbe dare una definizione differente di quello che per lui è un eroe.

L’eroe è colui che si sveglia ogni giorno.

L’eroe è si colui che si sveglia ogni giorno, quello che riesce a sopravvivere alla giungla della metropoli e ritornare col “pane al proprio nido”, ma l’eroe è anche colui che mette la propria vita in pericolo per salvare quella degli altri, o colui che combatte ogni giorno per la verità, rischiando il tutto e per tutto pur di dare un senso alla civiltà di adesso, pur di salvare la propria razza.

Eppure, per le generazioni più giovani, l’eroe è anche colui che va oltre il limite, che fa arrivare in testa la sua squadra o rappresenta la sua Nazione vincendo una medaglia d’oro. L’eroe è anche colui che ammazza e muore sui campi di una guerra non sua in nome del proprio Paese. Si, quest’ultima affermazione è piuttosto forte, eppure è ciò che stiamo vivendo proprio adesso. Questa parola, la parola eroe, è continuamente abusata. Continuamente sfruttata in modi differenti e disparati, a tal punto che ormai essere un eroe è qualcosa che non appartiene più al positivo ma, bensì, al negativo.

 

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Gabriele Mainetti con Lo Chiamavano Jeeg Robot, col suo Enzo, coniuga linee di pensiero differenti, che vanno dall’eroe classico a quello tragico, dall’antieroe all’eroe dei nostri giorni, arrivando fino al supereroe più commerciale. Enzo è un eroe frutto della società entro la quale si colloca, ma anche un eroe somma delle scelte della sua parte mortale, quella più fallibile, quella più fragile, ma che al tempo stesso gli permette di differenziarsi dalla massa. Mainetti non fa solo un film. Il suo non è solo cinecomic, ma è una vera e propria analisi dell’eroe moderno, quello di oggi, quello comune che va “dall’ultimo stronzo de periferia a quello che c’ha i sordi”.

Enzo è il vero eroe italiano, perché a suo modo, imperfetto, goffo e con tante macchie, rispecchia quella voglia di fare la differenza, di credere ancora in qualcosa che non sia solo marcio, che non sia solo di facciata, di vetrina e likes. Enzo è un eroe che viene dalla strada, un eroe di Tor Bella Monaca, e in strada ci rimane.

Sulla stessa linea viaggia anche il sequel fumettistico di Lo Chiamavano Jeeg Robot, uscito pochi giorni fa in edicola, scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Giorgio Pontrelli e Stefano Simeone (oltre alle tre variant cover di Zerocalcare, Giacomo Bevilaqua e Leo Ortolani).

 

Eroe

 

Recchioni non fa un fumetto che parla di supereroi, bensì un fumetto sui supereroi che indaga sugli stessi temi di popolarità e anonimato su cui si interroga Mainetti. Enzo passa da essere un eroe a essere un mito ridicolizzato dai social, nuovo prodotto per far parlare i talk show, esempio idolatrato – male – dai fanatici. Eppure Enzo continua nella sua linea da cinico e da duro. Nella sua malinconia e sofferenza da eroe solitario, che vorrebbe solo aiutare senza che ogni sua azione venga eccessivamente chiacchierata o idolatrata.

Enzo è l’eroe di oggi, ma non è l’eroe che veramente vorrebbe questo tipo di società.

Enzo è l’eroe di oggi, ma non è l’eroe che veramente vorrebbe questo tipo di società, affamata dalla fama e dalla spettacolarizzazione, pane quotidiano della nemesi di Enzo. Ciò fa comprendere quanto il problema non sia avere davvero un eroe, anche perché come abbiamo visto non è davvero così difficile avere il proprio eroe, quanto invece distingue gli eroi dai falsi idoli.

Quelli che alla fine altro non sono che lo specchio della società che li ha costruiti; eppure, “chissà perché” so’ sempre quelli che alla fine vengono elogiati, passati per le “vittime”, mentre ai veri eroi non resta che chiedersi che male hanno fatto per meritarsi un mondo come questo che, infondo, non vuole essere difeso.

O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare… un povero stronzo.

Del resto, come diceva un grande cantautore come Fabrizio De Andrè: dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.

 

 

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