Un libro e un documentario prima di arrivare ad un progetto cinematografico in solitaria. Sembra che Ethan Coen si sia voluto prendersi del tempo prima di fare il passo che il fratello Joel aveva compiuto con la sua versione del MacBeth (qui la nostra recensione), forse perché non ha avuto un’idea valida, forse non era abbastanza “self confidence” da scrivere e dirigere da solo. Chi lo sà? Noi vi diamo due indizi: il primo è che neanche stavolta ha scritto da solo, visto che è stato affiancato dalla moglie Tricia Cooke; l’altro è che il film di cui stiamo per parlarvi dovrebbe essere il primo di una trilogia queer. Il responso può essere quindi che da solo non riesce ancora a scrivere un film, ma che in coppia si trova ancora suo agio.

Quindi, nella recensione di Drive-Away Dolls, nelle sale italiane solo in lingua originale dal 7 marzo 2024 con Universal Pictures, vi presentiamo la prima fatica fiction (il film precedente a questo è Jerry Lee Lewis: Trouble in Mind, per chi interessasse) del minore dei genialoidi fratelli di St. Louis Park, anzi, la prima “fatichetta”. La pellicola ha infatti tutte le caratteristiche di uno di quei divertenti esercizi di stile dei Coen, che, all’interno di una sceneggiatura da storia breve improntata sulle coincidenze e sull’assurdo, riuscivano a mischiare cinismo e affetto, quasi pietistico, per raccontare la condizione umana, persa nella cornice socio / antropologica degli Stati Uniti d’America. Uno dei segreti della sagacia di quegli scritti, oltre alla brillantezza e ai riferimenti alti, era la capacità di ribaltare i cliché e i meccanismi cinematografici tradizionali. Cosa che accade anche qui, ma non pienamente, purtroppo.

Il responso può essere quindi che da solo non riesce ancora a scrivere un film, ma che in coppia si trova ancora suo agio.

Una rilettura quindi monca della propria poetica, che accusa un po’ di stanchezza nella riproposizione di stilemi stracollaudati e soprattutto quando deve tirare fuori il guizzo, quello che ha sempre fatto girare le storie dei fratelli. E pensate, nonostante questo, il film alla fine la trovata ce l’ha ugualmente. Perché gli archetipi funzionano ugualmente, perché i personaggi rispettano sempre la regola di presentarsi in poche sfumature e perché, seppur relegata in un’ambientazione di fine anni ’90 con inserimenti lisergici da epoca hippie, riesce comunque a parlare al contemporaneo quando si parla di rapporto tra maschile e femminile.

Oltre la scelta di avere delle coordinate temporali precise, sono probabilmente decisivi il minutaggio esiguo (84 minuti) e la prova di Margaret Qualley, l’unica, con buona pace della sodale Geraldine Viswanathan, a coinvolgere sul serio lo spettatore, in un ruolo che ha dimostrato di avere nelle sue corde più volte nel recente passato. Pedro Pascal e Matt Damon non sono neanche da considerare visto quanto sono in scena e perché si preoccupano di ricalcare lo stile macchiettistico per il quale è quasi richiesta una disumanizzazione.

Due ragazze on the road

Siamo quasi all’alba del Duemila, ci troviamo in un piccolo diner di una metropoli americana e uno spaventatissimo avventore stringe a se una valigetta metallizzata, come se temesse che qualcuno possa sottrargliela da un momento all’altro, magari anche con la forza. Le premesse per una serata non troppo felice per lui, che magari se l’è anche un po’ tirata.

Passiamo ad un’altra situazione, molto più piacevole, dove facciamo la conoscenza di Jamie (Qualley), una bellissima ragazza sessualmente disinibita, intenta a darsi alla pazza gioia insieme alla sua conquista di turno, una prosperosa giovane che accetta di buon grado la compagnia della nostra protagonista. Anzi, coprotagonista, perché l’altra è Marian (Viswanathan), che ha gli stessi gusti sessuali della sua migliore amica, ma tutto un altro modo di affrontarli. Una è libertina, leggera e refrattaria ai rapporti, l’altra invece è in perenne conflitto con se stessa (un po’ come i personaggi di quell’Henry James che così tanto ama leggere), divisa tra il senso di ciò che è pudico e conveniente e ciò che i suoi istinti le dicono.

Drive-away dolls

Le premesse per una serata non troppo felice per lui, che magari se l’è anche un po’ tirata.

Le due partono per fa visita alla zia di Marina a Tallahassee, un modo, dice la ragazza, “per schiarirsi le idee”, ma per loro sfortuna (?) acquistano un auto a noleggio dove qualcuno ha nascosto la valigetta metallizzata di cui sopra, oltre a qualcosa che al di là ogni ragionevole dubbio può far capire quanto è finita male quella serata al diner quasi all’alba degli anni Duemila.

Durante il loro tour on the road all’insegna dell’amore, in occasione del quale Jamie proverà a far capire alla sua amica come a volte bisogna solamente lasciarsi andare senza stare sempre a pensare a cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, le due si troveranno ad essere inseguiti da una coppia di gangster, incaricati di recuperare il contenuto di questa benedetta ventiquattrore, la quale nasconde l’unica cosa che può rovinare la reputazione di chiunque, a prescindere dalla statura intellettiva o dal prestigio sociale.

La ricetta LGBTQ+ contro il repubblicanesimo patriarcale

Il tono della pellicola è la prima cosa che gli autori decidono di dichiarare allo spettatore, confezionando un incipit dai toni grotteschi e, praticamente, fumettistici, piazzandoci in mezzo la presentazione di quello che, anche visivamente, è il più classico dei MacGuffin. Per dirci che anche in Drive-Away Dolls siamo in uno di quei film dei Coen lì, dove tutto sembra scontato, ma niente lo è o quasi niente.

E infatti sebbene in effetti ci sia la sorpresa rispetto al tradizionale MacGuffin, il citazionismo letterario (come al solito alto), la sotto trama demenziale, ma allo stesso tempo significativa, e la chiarezza tematica, in questo caso una presa in giro scanzonata di un patriarcato repubblicano che non può fare altro che cedere di fronte al sesso, tutto sembra un po’ una copia sbiadita del passato. Quella brillantezza, quel nuovo slancio, risulta alla fine, soprattutto nello scioglimento dissacrante un po’ da polveri bagnate. Ne sono testimonianza le riproposizioni di situazioni e personaggi canoniche, soprattutto le solite gag tra i delinquenti violenti, ma idioti, rappresentati quel grottesco che alla fine fa girare la storia.

Drive-away dolls

Per dirci che anche in Drive-Away Dolls siamo in uno di quei film dei Coen lì, dove tutto sembra scontato, ma niente lo è o quasi niente.

Un buddy movie on the road militante in cui un mostro a due teste (femminili) percorre la periferie statunitense fino a ritrovarsi tra le mani la “leva” per smascherare il potere maschile, ricattare, approfittarsi, mettendo da parte quel senso di giusto o sbagliato fasullo e costruito da chi non ha minimamente intenzione di rispettarlo. Cinismo coeniano che affiora nella buona amalgama tra crime e coming of age, elemento che alla fine permette a Drive-Away Dolls di riproporre quel giochino, che, seppur un po’ sbiadito, le consente di girare. Ora vediamo, se ci sarà, il secondo capitolo.

Drive-Away Dolls arriva nelle sale italiane solo in lingua originale dal 7 marzo 2024 con Universal Pictures.

65
Drive-Away Dolls
Recensione di Jacopo Fioretti

Drive-Away Dolls è la prima pellicola di finzione in solitaria di Ethan Coen, nata da una sceneggiatura che scrisse con la moglie Tricia Cooke e nella loro mente primo capitolo di una trilogia a tema queer. Il film è, di fatto, una commedia da racconto breve pensata come un buddy movie on the road militante in cui una coppia LGBTQ agli antipodi comincia un viaggio all'insegna dell'amore arrivando a trovarsi tra le mani la leva per ricattare la politica patriarcale che rappresentano i repubblicani di matrice trumpiana. Crime, comedy e coming of age, miscelate secondo gli ingredienti della commedia degli equivoci coeniana, di cui però risulta alla fine dei conti una copia sbiadita. Molto brava Magaret Qualley, meno la sua dirimpettaia, Geraldine Viswanathan, loro malgrado bene e male di un film che spara un po' a salve, ma alla fine arriva a dama grazie alla matrice intellettuale che c'è dietro.

ME GUSTA
  • Ci sono gli ingredienti delle commedie coeniane più leggere.
  • L'elemento dissacrante in chiave politica tra maschile e femminile è efficace.
  • La prova di Margaret Qualley.
FAIL
  • Appare come una copia un po' sbiadita della poetica dei fratellini.
  • Manca la brillantezza e la profondità che di solito sta nei conflitti delle sceneggiature coeniane.