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Le Migliori Serie TV del 2019

172
1 anno fa

14 minuti

Trascorsi dodici mesi di televisione, è tempo di capire con la nostra TOP 10 quelle che secondo noi sono le dieci migliori serie TV del 2019.

É stato un anno abbastanza intenso per la televisione. Con i servizi di streaming on demand di WarnerMedia/HBO, Apple e Disney arrivati o in dirittura d’arrivo, lo scontro per l’immenso bacino relativo ai contenuti seriali si fa sempre più agguerrito, alzando complessivamente l’asticella dei valori produttivi e in generale delle risorse in gioco.

Tra il fuoco incrociato delle tantissime uscite valide, estrapolare questa TOP 10 è stato tutto meno che semplice, mettete quindi al solito in conto tanta discrezione soggettiva sia nella scelta delle migliori serie TV del 2019, che saranno elencate più in basso, sia del loro ordine.

Rimangono fuori, ma con merito, serie come Russian Doll (brava Natasha Lyonne), Sex Education, What We Do in the Shadows e la stupenda Undone, ma occorreva fare una cernita e questi che abbiamo appena citato sono i più illustri caduti sul campo.

La classifica delle migliori serie TV di questo 2019 nasce dal confronto serrato tra me, Gabriella e Antonio/Itomi (di cui troverete dei contributi), quindi risponde alle nostre inclinazioni e sensibilità, per questo siamo curiosi di conoscere le vostre opinioni e quello che più vi ha colpito nel corso di questa stagione televisiva.

Fatte dunque tutte le dovute premesse, mettiamo un punto ai convenevoli e partiamo a raffica con la nostra TOP 10. Spoiler: non c’è Game of Thrones.

 

 

 

 

Silicon Valley 6

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Silicon Valley 6

HBO

A fine anno è arrivata la sesta e ultima stagione di Silicon Valley, la serie satirica di HBO che racconta le peripezie di una start-up californiana.

Mike Judge e Alec Berg hanno messo in scena per sei anni una storia davvero divertente per tutti, ma soprattutto realistica e attualissima.

Silicon Valley racconta il progresso tecnologico dal suo interno, in chiave spietatamente satirica.

La serie si conclude con una strepitosa ultima stagione che mette in scena le disavventure di Pied Paper a confronto con i Big Four (Google, Amazon, Facebook e Apple) raccontando il dilemma dell’etica e il problema della Privacy nella Internet di oggi.

Ci mancherai, Silicon Valley.

 

 

 

 

The Crown 3 Cover Olivia Colman

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The Crown 3

Netflix

 

Un progetto sul lungo termine come The Crown è già di per sé lodevole, vista la volontà di voler portare a schermo – con tutte le complessità del caso -, uno dei regni più lunghi della monarchia brittanica, quello della Regina Elisabetta II.

Nonostante le buone intenzioni, c’era il dubbio che il radicale cambio di cast di questa terza stagione (a cui seguirà quello della quinta) potesse stravolgere gli equilibri della qualità eccelsa delle prime due tornate di episodi, ma al contrario con The Crown 3 ci troviamo davanti a dieci episodi semplicemente perfetti.

Vuoi un cast complessivamente di immenso spessore (Olivia Colman, Helena Bonham Carter, Tobias Mendes e Josh O’Connor in particolare), vuoi una scrittura straziante però capace di intrattenere, vuoi una tecnica sobria e valida, Netflix ha confezionato un nuovo gioiello che meriterebbe una chance da tutti gli abbonati.

Se ci fosse stato bisogno di confermarlo, la terza stagione di The Crown pone di nuovo la serie Netflix tra le migliori produzioni disponibili sul servizio e più in generale del piccolo schermo. Non banale trattazione mondana degli alti e i bassi di una famiglia reale, ma una riflessione sulla devastante responsabilità del potere.

Così si concludeva la nostra recensione.

 

 

 

 

 

The Mandalorian Cover

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The Mandalorian

Disney+

 

Sono stati mesi intensi per i fan di Star Wars come il sottoscritto. La pubblicazione di Jedi: Fallen Order, l’entusiasmo per L’Ascesa di Skywalker e infine l’arrivo di The Mandalorian con l’esordio di Disney+. La serie di otto episodi appena conclusa ha letteralmente fatto impazzire la rete e il pubblico americano, attestandosi come la serie più vista/richiesta non solo nel territorio statunitense, ma addirittura a livello globale (l’icona dello show, Baby Yoda, sicuramente ha contribuito).

The Mandalorian, alle cui spalle stanno menti come Jon Favreau e Dave Filoni, saggiamente riprende tutta quella messa in scena caratterizzante la trilogia originale di Lucas, a partire da effetti, scelte cromatiche e scenografia.

C’è spesso tanto western à la Solo nella serie Disney+, come totale rispetto per tutto quello che era Star Wars in origine, e il risultato è una produzione che quasi solo con le sue immagini convince, pure se troppo sfilacciata tra puntate filler e archi narrativi verticali.

Se volete approfondire, di seguito la nostra multirecensione, con riferimento al primo episodio.

 

 

 

The Boys heroes

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The Boys

Amazon Prime Video

 

All’interno di un panorama – più cinematografico che seriale – dove lo stereotipo del supereroe buonista e senza macchia, infarcito dal politicamente corretto e moralismi stucchevoli ha reso standard qualsiasi storia con protagonisti i supereroi, The Boys arriva di prepotenza nel palinsesto di Amazon Prime Video.

A gamba tesa e con ferocia, senza peli sulla lingua, violento e ricco di contaminazioni. Scorretto e brutale,

la serie tv di Amazon Prime Video creata da Eric Kripke e basata sull’omonimo fumetto creato da Garth Ennis e Darick Robertson, è stata in questo 2019 lo scossone di cui avevamo bisogno.
Gli “eroi” di The Boys non sono buonisti, non sono senza macchia e motivati da un bene superiore.

Un furioso vortice, un fiume in piena che ci ha tirato una bella sberla in faccia urlandoci addosso che si, qualcosa di diverso si può fare, anche in ambito cinecomic.

Gli “eroi” di The Boys non sono buonisti, non sono senza macchia e motivati da un bene superiore. No, sono l’esatto opposto. Ipocriti, senza scrupoli, meschini, marci. Sono esattamente il volto della società che li ha generati. Avidi di potere e pronti a tutto per arrivare al proprio scopo, agendo sotto la maschera del falso bravo supereroe impegnato a difendere il mondo.

Vendette, segreti, politica, aziende che strizzano l’occhio alle nostri grandi major, personaggi che sono il dipinto più brutale dell’essere umano. Questi gli ingredienti di una serie che nel corso dei suoi episodi si è mostrata essere un crescendo di dinamismo, azione e colpi di scena, rapendo sempre di più lo spettatore grazie anche ad una componente attoriale gratificante.

Sicuramente uno dei prodotti più validi, rivoluzionari e di rottura dell’anno.

 

 

 

 

Mindhunter season two cover

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Mindhunter 2

Netflix

 

Quando David Fincher, thriller e serial killer si trovano nello stesso contesto, già si può essere certi di un risultato stellare. Nonostante il coinvolgimento di Fincher sia in questo caso alla produzione e solo per qualche episodio alla regia, la firma stilistica che abbiamo imparato a conoscere con perle come Zodiac si riversa tutta nella serie Netflix.

Forse con modalità ancora più raffinate rispetto alla prima, la seconda stagione di Mindhunter senza violenza, senza in pratica azione di alcun tipo, esclusivamente con la tensione del dialogo e una sceneggiatura calcolata al millimetro nei tempi e nel montaggio, tiene in una morsa per la durata di tutte le nove puntate.

É davvero impressionante quanto non ci si riesca a staccare dalle indagini messe su schermo,

raccordate dal solito gruppo di memorabili protagonisti e in questo caso dallo spaventosa scomparsa dei bambini di Atlanta, concentrandosi sulla problematicità di verità torbide e tutto meno che chiare e lineari.

Pure grazie al suo essere una serie – cosa che permette una maggiore complessità -, il ritorno di Mindhunter dimostra come la serie ideata da Joe Penhall semplicemente non abbia eguali nello scandaglio delle personalità folli e contorte nell’ombra della società americana.

Il meglio del meglio del catalogo Netflix, datecene ancora.

 

 

 

 

The Morning Show Carrell Aniston

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The Morning Show

Apple TV+

 

Apple ha lanciato a fine anno il suo nuovo servizio di streaming on demand, Apple TV+ e con lui sono arrivate diverse nuove serie più o meno interessanti. Ma solo una mi ha convinto fino in fondo ed è tra le più belle che ho visto quest’anno: The Morning Show.

La serie di punta di Apple TV+ racconta il mondo dello Show Business di oggi con un cast eccezionale (Jennifer Aniston e Reese Witherspoon su tutti, ma anche un grande Steve Carell) e una scrittura che riesce a raccontare i temi del #MeToo senza la solita insopportabile ipocrisia.

Un cast eccezionale e una scrittura che riesce a raccontare i temi del #MeToo senza la solita insopportabile ipocrisia.

La messa in scena e il livello produttivo sono ai massimi livelli… e vorrei anche vedere visto quanto è costata (300 milioni per le prime due stagioni: già alla prima stagione è tra le serie TV più costose in assoluto fino ad ora)

La prima stagione parte in tromba, poi rallenta nella parte centrale (forse troppo) e infine esplode con un finale da bocca aperta che merita da solo la visione dei dieci episodi.

 

 

 

 

Euphoria Zendaya

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Euphoria

HBO

 

Tratta a grandi linee da una serie israeliana e prodotta da HBO (come altre tre serie in questa classifica, e non è un caso), Euphoria è stata una delle grandi sorprese di questo 2019. Un teen drama non sterile quanto un comune racconto adolescenziale, crudo, senza peli sulla lingua, intelligente quanto spesso brillante, che picchia duro sullo spettatore, descrivendo nel modo più esplicito possibile le crepe di una generazione, le ombre di dipendenze, ansie e disturbi, le difficoltà nell’espressione della propria sessualità.

Quello di Euphoria è un mondo fatto di perversione, soprusi, debolezze, sballo e alienazione, ma anche di amicizia, amore e speranza sempre disillusa e mai astratta.

Se la serie di Sam Levinson vince a priori con un coraggio nello storytelling difficile da trovare altrove, ogni singola, sfarzosa ed opulenta immagine delle otto puntate raggiunge vette di eccellenza assolute, assieme a regia e sonoro, soprattutto per la capacità di piegare i grandi valori produttivi del network americano alle necessità di una scrittura parecchio elaborata.

Attraverso la voce narrante di Zendaya (che interpreta la protagonista della serie), nessun personaggio viene lasciato abbozzato o messo da parte, premiando un ottimo cast ed esplorando per ognuno un tema diverso, una diversa finestra sulla brutalità del reale.

Poi certo, comunque un dramma adolescenziale rimane, quindi aspettatevi i vari eccessi e le varie situazioni tirate/ai limiti dell’inverosimile/melodrammatiche, ma almeno qui il teen ha qualcosa su cui vale la pena fermarsi per respirare e riflettere.

 

 

 

 

Fleabag Season Two Cover

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Fleabag 2

Amazon Prime Video

 

Amazon Prime Video quest’anno, assieme ad HBO, si è dimostrato essere tra i migliori produttori quando si parla di serialità. Non stupisce trovarlo sul podio, al terzo posto, con una delle serie che più ha fatto parlare di sé quest’anno, tanto tra la critica quanto tra il pubblico.

Collezionando ben quattro Emmy Awards lo scorso Settembre Fleabag è una delle serie più provocanti, intelligenti, taglienti e ben scritte dell’anno. Il merito? Tutto della sua protagonista, Phoebe Waller-Bridge. Non solo interprete del personaggio principale di questa serie, ma anche autrice e sceneggiatrice della serie.

Di stampo squisitamente inglese, Fleabag è una commedia dai toni agrodolci che ci porta a seguire la vita di una donna che sembra vivere la propria esistenza quasi come se fosse tutto una stand-up comedy.
Un modo ironico e originale per rompere la quarta parete.

Un modo ironico e originale per rompere la quarta parete, parlare direttamente con il pubblico e farlo empatizzare con la protagonista e la sua vita fatta di alti e drammatici bassi.

Al tempo stesso, però, c’è sempre un muro che ci separa, come per esempio non rivelare mai il nome della protagonista o di alti personaggi, dandogli semplicemente un soprannome, proprio come “fleabag” che in slang londinese indica una persona scorretta, cattiva.

La realtà è che Phoebe Waller-Bridge con un unico personaggio ci da il ritratto di una donna dalle mille facce, complessità e fragilità nascoste sotto un fitto strato di cinismo dovuto ad una serie di brutture ed avvenimenti capitati nella sua esistenza.

Ci porta ad entrare in comunione con lei, nelle sue bizzarre situazioni, ma ci mette anche nella posizione di analizzarla, studiarla e forse anche giudicarla; al tempo stesso riflettendo la nostra stessa immagine sul suo volto.

E chi siamo noi per giudicare Fleabag? Nessuno, perché in fondo ognuno di noi potrebbe ritrovarsi in lei. Ed è proprio con questo fare dissacrante – forse il termine più corretto per rappresentare e definire questa serie – seguito da una scrittura perfetta, precisa e ben curata, tagliente ed intelligente, che Phoebe Waller-Bridge ci conquista con la costruzione paradossale ed assurda, ironica e al tempo stesso drammatica, della rinascita di una donna che non ha paura di esprimere le proprie idee, vivere apertamente la sua sessualità e agire sempre con il proprio istinto, diffidando dei preconcetti stabiliti dalla società.

 

 

 

Chernobyl HBO

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Chernobyl

HBO

 

Oltre a essere una delle migliori serie TV del 2019, Chernobyl è stata senza dubbio anche una delle più chiacchierate

Oltre a essere una delle migliori serie TV del 2019, Chernobyl è stata senza dubbio anche una delle più chiacchierate, spingendo di nuovo sulla cresta del dibattito pubblico l’infame disastro nucleare che ormai più di trent’anni fa ha stravolto l’Unione Sovietica, nonché l’opinione pubblica e l’intera geopolitica mondiale.

Dopotutto Chernobyl è stato a tutti gli effetti un gigantesco monito nei confronti dell’uso improprio di certe tecnologie energetiche ed appartiene a pieno titolo al pesante bagaglio culturale del nostro contemporaneo. Non mi stupisce quindi che la splendida miniserie HBO abbia avuto una tale risonanza, che mette sotto i riflettori pure la grande fattura di un progetto sì in parte romanzato e semplificato per ovvie ragioni, sì figlio di una storia dove l’incertezza è a ogni svincolo, ma in ogni caso pregevole quanto terribile grido di denuncia e attestato di sofferenza.

Indipendentemente da quali nel dettaglio siano state, da quale sia la verità definitiva (composta di certo né solo da bianchi, né solo da neri), Chernobyl racconta di una Torre di Babele di menzogne, di un’umanità calpestata, di futuri spezzati, molte volte completamente al di fuori della dimensione politica (comunque considerata e presente, come ovvio nell’ottica di una Guerra Fredda che volgeva al termine).

[…]Chernobyl è un emozionante e drammatico viaggio lungo un momento storico che non va dimenticato. Il suo impatto visivo, la narrativa scorrevole e la magistrale recitazione, rendono Chernobyl ancora più viva. Non troppo lontano dalla sua origine, forse addirittura più vicina. Più importante.

E chissà che l’omaggio a chi ha deciso di sacrificarsi per un bene più grande non sia l’incipit per iniziare ad essere anche noi delle persone migliori.

Così si concludeva la nostra recensione, che trovate di seguito.

 

 

 

 

 

Watchmen series Doctor Manhattan

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Watchmen

HBO

 

Ok, questa volta forse il vincitore della classifica era un po’ scontato, visto quanto sia in effetti un miracolo della televisione quello portato su schermo da Damon Lindelof (Lost, The Leftovers). Lo diciamo tondo e chiaro: Watchmen è la perfezione (o quanto di più vicino possa avvicinarsi) del linguaggio del piccolo schermo.

Quello che sorprende in primo luogo è dove lo show di Lindelof riesca ad arrivare a fronte del peso immenso di un’opera seminale quale la miniserie a fumetti scritta da Moore e illustrata da Gibbons (di cui è sequel diretto), che emula, sublima, perfeziona ed aggiorna, correlandola a temi esistenziali come a questioni politico/sociali di sensibilità attuale. Sotto le incredibili note di Trent Reznor ed Atticus Ross, Watchmen – esattamente come aveva già fatto Moore nel 1987 – costruisce un mondo simile al nostro quasi al 100%, tuttavia puntellato da una serie di elementi caricaturali e grotteschi che bastano ed avanzano per capovolgere (ma non invalidare, anzi) la nostra percezione.

In nove puntate, attraverso una narrazione implacabile, naturale e fluida, che gioca con la cronologia e scorre per linee (apparentemente) parallele, Lindelof mette al centro la questione razziale, facendola scoppiare dall’interno con twist clamorosi ed un approccio esplicito e coraggioso. Ma Watchmen – come emerge specie nelle tre puntate finali –  è anche una serie sul sentimento, sul retaggio, sulla psicologia delle maschere, sul conseguente smantellamento della figura del vigilante/supereroe, sul percorso inverso e atipico verso l’umanità.

In tutto questo, la Angela Abar di Regina King (che meriterebbe tutti i plausi di questo mondo) rimane impressa come un proiettile nel cervello, come in realtà gran parte del cast e dei personaggi principali, tra cui Tim Blake Nelson come Looking Glass, il Cal di Yahya Abdul-Mateen II e l’Adrian Veidt di Jeremy Irons. Character design alle stelle e interpretazioni di altissimo profilo.

Lindelof parla soprattutto con in mente il pubblico americano, ma la sua (mini?)serie è qualcosa di molto più vasto e dalla portata sconfinata. Il must tra le migliori serie TV del 2019 e instant cult del medium televisivo.

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