Come per tutti gli ultimi film di Star Wars, ecco arrivare la nostra multirecensione di redazione di Star Wars: L’Ascesa di Skywalker, con le opinioni di tutti i nostri principali redattori e di qualche ospite, in aggiornamento per i prossimi giorni.

Questo articolo verrà aggiornato ogni giorno per almeno una settimana, quindi tornate a visitare questa pagina perché aggiungeremo tante nuove opinioni su Star Wars: L’Ascesa di Skywalker sia dei nostri redattori che di tanti ospiti.

 

Spoiler Free! La nostra multi recensione è assolutamente senza spoiler. Leggetela pure senza paura per farvi solo un’idea del film e delle opinioni dei nostri redattori, prima di andare al cinema.

 

 

 

Antonio Moro

EDITOR IN CHIEF / LEGANERD.COM

Finalmente è finita. La Saga degli Skywalker giunge al termine con l’ultima trilogia della “gestione Disney”, Da quando è uscito The Force Awakens nel 2015 a oggi non si è persa un’occasione per puntare il dito verso “Disney” quando qualcosa non andava e invece carezzare la guancia dei singoli professionisti quando qualcosa funzionava. Troppo facile così. L’Ascesa di Skywalker conclude la grande Saga, conclude il nuovo ciclo Disney e, tra le altre cose, conclude la gestione di Kathleen Kennedy di Lucasfilm, vera responsabile, non mi stancherò mai di ricordarlo, della gestione claudicante di questa ultima trilogia.

J. J. Abrams, il regista di Episodio 7 e poi a sorpresa (tanto per cambiare, dopo l’ennesimo cambio, ripensamento, dietrofront) di Episodio 9, passa tutta la prima parte (un buon terzo diciamo) del film a “correggere” le scelte del suo predecessore, quel Rian Johnson a cui era stato scelleratamente data mano completamente libera e che era, di conseguenza, uscito dal seminato di Abrams e dello Story Group di Lucasfilm, per fare il “suo” film all’interno di una trilogia e di un saga tutto meno che sue.

Lo spettacolo è abbastanza desolante e anche se sotto sotto sorridevo della cosa (non è un segreto che non apprezzo per niente le scelte di Johnson in termini di sceneggiatura) non si può far finta che sia normale e non assolutamente cringe vedere come Abrams si tolga non uno, ma dieci, venti sassolini dalle scarpe per tutto il film.

L’Ascesa di Skywalker ti fa pensare di essere arrivato tardi al cinema.

L’Ascesa di Skywalker ti fa pensare di essere arrivato tardi al cinema. Inizia già iniziato, con un ritmo forsennato che potrebbe essere anche una buona idea, non fosse che ti spiazza e ti disorienta. Poi si ferma un attimo, finito di sistemare la trama torna un film normale e comincia a piacerti. L’avventura ha finalmente inizio, i protagonisti si imbarcano in una ricerca di indizi, oggetti e persone, la scena si sposta tra solo un paio di punti di vista e non dieci diversi: ci si appassiona ad una trama lineare e il tempo passa veloce. Funziona.

Poi arriva il finale che ti aspettavi, ma che non ti aspettavi in realtà. Ti aggrappi ai braccioli, sai che sta per succedere, spalanchi gli occhi e le orecchie, sei pronto al meglio possibile. E finisce. Non come avrei voluto, ma finisce. Non come sarebbe stato epico finire, ma finisce. Finalmente finisce.

E ora finalmente siamo pronti ad una nuova gestione di Lucasfilm. Siamo pronti alla serialità. Siamo pronti per Disney+ e per lo Star Wars Cinematic Universe.

Siamo pronti per i nuovi film singoli e ci scorderemo delle trilogie. Siamo pronti per un nuovo Star Wars, in mano a qualcuno che non sembri capitato lì per caso.

È finita e ricomincerà alla grande. Sono sicuro che sarà molto meglio di questa ultima trilogia. Non che ci voglia poi tanto.

 

 

“This is the way” (by Fabio Pupin) via Lega Nerd Social Club

 

 

 

 

 

 

Roby Rani

STAR WARS EDITOR / LEGANERD.COM

Il mio ampio sorriso nascosto da questo breve embargo dovrebbe rappresentare il mio umore dopo questa prima esaltante visione. Si, L’Ascesa di Skywalker mi è piaciuto un bel po’ riuscendo a trasportarmi esattamente dove volevo. Andare al cinema senza aspettative è la miglior cosa che mi potesse accadere.

J. J. Abrams ha percorso l’unica strada possibile ed è tutto andato secondo i piani, ma si è perso in un momento cruciale che, sebbene passabile, ti lascia purtroppo un po’ troppo sconsolato… Peccato, veramente un peccato. Oh, a pensarci bene è veramente l’unica cosa che fatico a far passare in tutto questo ambaradan di contenuti, per cui diciamo che i “si” sono assolutamente vincenti sui “no”.

Detto questo, e stabilito che la perfezione sia un’altra cosa, questo capitolo finale va dritto come un treno a velocità smodata! 2 ore e 20 di azione continua senza stop, forse anche troppo, soprattutto nella parte inziale dove JJ mette una palese pezza a quello che fino a ieri sembrava solo un’idea sbagliata dei fan delusi da Episodio 8, dimostrando che forse forse non avevamo così torto.

Il tutto è estremamente palese anche durante il resto del film con alcune frecciatine che resteranno nella storia nel gossip hollywoodiano. Con questo non voglio dire che Gli Ultimi Jedi viene dimenticato, anzi, con mia grande gioia quella storia evolve in maniera sensata, e anche qui è esattamente ciò che volevo.

Inutile girarci intorno, la sensazione che tutto questo sia un enorme riassunto di tutto quello che i delusi urlavano ai quattro venti è fortissima, veramente fortissima.

Altra cosa la fotografia che mi ha portato indietro nel tempo, c’è una “patina vintage”, passatemi il termine, sull’immagine che proprio non mi aspettavo, anche li sembra abbiano capito che quel sintetico da parco Disney presente nei due capitoli precedenti non paga.

La chiudo qui perché altrimenti dovrei andare nel dettaglio spoilerando, ma concludo dicendo che è sicuramente l’episodio migliore della sequel trilogy e azzardo anche della prequel e soprattutto, cosa personalmente apprezzatissima, è anche il più divertente, con una linea comica azzeccatissima e ispirata che porta finalmente C-3PO a dei livelli mitologici altissimi, è lui il mattatore del film senza alcun dubbio, anche se Babu Frik si merita una menzione speciale.

Mi rendo conto che per certe cose ci voglia un consistente atto di fede, ma credo che questa saga se lo meriti tutto.

 

 

 

 

 

 

Gabriella Giliberti

ENTERTAINMENT EDITOR / LEGANERD.COM

La parola fine non piace mai a nessuno. Lapidaria. Feroce. Un punto che, in qualsiasi ambito, non vorremmo mai mettere. Eppure la “fine”, soprattutto di una saga che ha accompagnato per oltre 40 anni tre generazioni diverse di spettatori, ce la si aspetta sempre gloriosa, enorme, epica. No, non è questo il caso di Star Wars: L’ascesa degli Skywalker. Si, è un punto, ma solo ad un capitolo di questa odissea stellare. Un punto che ti lascia intendere che un continuo ci sarà, c’è sempre.

In questo terzo capitolo conclusivo di questa terza trilogia, J. J. Abrams non ci permette mai di pensare davvero al futuro, di farci prendere dalla nostalgia o tristezza; piuttosto il suo sembra essere un grande tributo di gratitudine verso una delle saghe più straordinariamente incastonate nella storia di ognuno di noi.

Questo nono capitolo, districandosi tra colpi di scena, eredità inaspettate e trovate un po’ troppo scontante se non addirittura poco coerenti, ma anche colpi di scopa – fin troppi eh – per mettere la polvere di The Last Jedi sotto il tappeto, riesce ad essere un film godibile. Non il finale che ci saremmo aspettati e neanche quello che ci metterà tutti d’accordo, ma sicuramente il film più completo, quello più bilanciato e che forse meglio strizza l’occhio all’originale trilogia nata nel 1977 da un certo George Lucas.

Si, perché L’ascesa di Skywalker è un film fatto per abbracciare i fan, per chiedergli perdono e al tempo stesso ringraziarli.

Si prende il suo tempo, anche troppo all’inizio. Ti fa entrare ad azione già cominciata, un po’ confuso, addirittura frettoloso, poi torna sui suoi passi, “cancella” Episodio VIII (giocosamente si, ma in modo forzato e a parer mio per nulla necessario) e ti fa, finalmente, entrare nel vivo dell’avventura. Nell’anima, nel cuore di questo capitolo. Allora ti prende a schiaffi, prepara due/tre chicche incredibili. Ti stringe allo stomaco. Ti emoziona. Ti fa tremare e per un attimo anche arrabbiare. Ti porta alla grande rivelazione, quella che tutti aspettavamo ma che non credevamo sarebbe finita proprio così. Ti parla di sacrificio, di enormi sacrifici, per un fine più grande. Si, perché è sempre così alla fine, no!? Bene o male, alla fine della giostra c’è sempre chi si sacrifica per qualcosa di più grande, che sia un ideale o… una nuova speranza.

Ecco, ed è così che si arriva agli ultimi tocchi. Le ultime scene che piaceranno più ad alcuni che ad altri. A sorrisini compiaciuti o grugniti infastiditi. Ad occhi lucidi. A risate per nuovi personaggi che sono già icone nell’universo Star Wars (dopo questo film tutti a parlare come Babu Frik) e al dolore, dolore per personaggi che non ci sono e non ci saranno più. Personaggi che forse abbiamo compreso o amato troppo tardi.

Si, in fondo è davvero la fine. Non proprio quella che mi sarei aspettata, imperfetta come lo è stata tutta questa ultima trilogia, ma è comunque una fine. Ironica, eroica, fragile e forte. E va bene così! Una fine che, come sempre, ti chiede di crederci, di non perdere mai speranza nella Forza perché quella no, non è assolutamente destinata a finire. Quindi, grazie, grazie come sempre ragazzi!

 

 

 

 

 

 

Giovanni Zaccaria

ENTERTAINMENT EDITOR / LEGANERD.COM

Eccoci dunque arrivati al momento tanto atteso. La saga finisce, ma il mito vivrà per sempre. Di certo nel mio cuore, di certo nei cuori di tutti coloro che non solo hanno amato Star Wars, ma lo hanno addirittura abbracciato come filosofia e manifesto del proprio modo di vivere.

L’Ascesa di Skywalker si rivolge proprio a questi ultimi, in una sorta di ultimo – a tratti epico ed emozionante, a tratti claudicante – walzer finale, in sengo di ringraziamento.
Episodio IX è il mondo di Star Wars che fa pace con tutti i fan delusi da Gli Ultimi Jedi e dalle scelte azzardate e ribelli di Rian Johnson.

Sono arrivato al cinema senza aspettative, ad un livello tale che la cosa mi ha sinceramente preoccupato, più attirato da The Mandalorian che non dall’ignoto retaggio di Rey.  Il film si può dividere in due parti: la prima è una corsa estenenuante e frenetica dove J. J. Abrams cerca di rimettere a posto le carte in tavola dopo che qualcuno prima di lui le aveva stravolte, la seconda si lascia andare a quanto ci sia di più classico (e stereotipato) della poetica starwarsiana, in un crescendo di emozioni e – perchè no? – fan service.

L’Ascesa di Skywalker è un concentrato di essenza di Star Wars, con tutti gli archetipi, la struttura e i colpi di scena che in qualche modo fanno “canone”, questo è innegabile. J. J. Abrams, chiamato a fare da ambasciatore di pace verso i fan e da ingegnere riparatore, corre come un matto per tutto il film come se avesse un timer che inesorabilmente porterà alla detonazione di un ordigno.

JJ, abbiamo due ore e venti, muoviti a disinnescare la bomba”.

E lui ci mette l’anima (oltre ad un grandissimo talento) per riuscirci, a discapito della trama che presenta delle scontatezze notevoli, quasi nessun colpo di scena veramente ad effetto (Luke, sono tuo padre) e uno sviluppo concentrato nel dare il giusto spazio a tutte le questioni da risolvere più che alla meraviglia e alla genuina emozione.

Alla fine il film riesce a divertire, ad emozionare nel suo finale già predestinato fin dai titoli di testa e a fornire una degna conclusione di una trilogia che ha diviso come e forse di più della trilogia prequel.

Addirittura in tutto questo correre e rincorrersi (i protagonisti sono delle vere e proprie pedine che si possono spostare in tempo reale ovunque nella galassia ci sia qualcosa da fare o da scoprire, con piccoli richiami alla atmosfere dei vecchi Indiana Jones o The Goonies), JJ ha il tempo di fare il professore che sbacchetta l’alunno indisciplinato Rian Johnson, impartendogli non una, ma due – tre lezioni su come dovrebbero essere trattati certi argomenti in questa galassia.

Un po’ triste, un po’ doveroso, certamente è sintomo di una trilogia che non è riuscita completamente nel suo intento, visti gli evidenti timori iniziali (Ep. VII), le virate pericolosissime (ep. VIII) e la necessità di rimediare tutto alla fine sacrificando altri aspetti filmici e di sceneggiatura importanti (ep. IX).

Da adesso in poi basta trilogie, basta correre rischi inutili. Il sistema MCU sarà con buona probabilità integrato all’interno della galassia lontana lontana e probabilmente è un bene visti i risultati raggiunti da Feige and company.

Dal canto mio sento di aver dato. Ho visto e vissuto tutto quello che si poteva vedere e capisco che il prossimo step sarà necessariamente rivolto a generazioni più entusiaste e meno aggrappate al passato, anche se prodotti come il suddetto The Mandalorian potrebbero anche far pensare al contrario.

Alla fine pur con i suoi difetti questo Episodio IX mi è piaciuto, anche se dall’ultimo capitolo della saga mi sarei aspettato un tripudio, non gente che al cinema esce dicendo “eh, da, non mi è dispiaciuto”.

Porto nel cuore tutto di questa immortale saga, gioie e dolori, perchè a pensarci bene Star Wars è come noi. Si, esatto, proprio noi nerd, eternamnete innamorati e facilmente irascibili.

È una saga che è partita da un gruppo di sognatori che facevano esplodere i modellini nei garage, è diventata un cult, è ascesa ad un livello di evoluzione superiore, ha sbagliato, si è corretta e si è rialzata. Ma, almeno per quanto attiene a questo ultimo film, ha dimostrato di avere ancora amore nel cuore.

 

 

 

 

 

 

Giacomo Lucarini

ENTERTAINMENT EDITOR / LEGANERD.COM

Sono appena uscito dalla sala e vivo un momento di forte dissociazione. La parte di me che ama Star Wars vorrebbe essere con tutte le sue forze soddisfatta, e in qualche modo lo è. Considerata la nuova trilogia, ci sono gli estremi per definire questo capitolo finale un lavoro compiuto, in qualche modo coerente – nonostante le arcinote traversie produttive – e con idee valide. C’è poi il buon lavoro degli attori, con in testa Adam Driver e una ritrovata Daisy Ridley, e un cast di contorno efficace tra volti vecchi e nuovi, personaggi inediti compresi.

Dall’altra parte c’è la quasi totale assenza di emozione. E intendiamoci, io vivo col cuore in gola e mi si bagna l’occhio senza pudore anche davanti ai blockbuster. Il problema è che stavolta mi sono ritrovato davanti scene che vorrebbero essere madri completamente svuotate di pathos. Colpi di scena che si afflosciano. Scarso senso di epicità.

La parte razionale, da spettatore prima ancora che da studioso e divoratore di cinema, avrebbe preteso ben altra messa in scena. L’accumulo forsennato di materiale e avvenimenti è quasi straniante e spesso si sfiora il piazzare qua e là qualcosa e qualcuno giusto per timbrare il cartellino.

Il comparto tecnico è sopraffino, alcune sequenze visivamente magistrali, ma alla fine sulla bilancia manca quella magia (o Forza, naturalmente) che in un film “la vita crea e accresce” e “circonda e lega” un’opera con il suo pubblico.

C’era un tempo (ahimè, purtroppo si usa il tempo passato) in cui i film di Star Wars erano anche bel cinema, nel vero senso della parola. Qui la sensazione è del prodotto standardizzato, senza guizzi. Mi rileggo e mi maledico perché sembro un vecchio trombone, ma senza vergogna lascio intatto questo passaggio.

A livello di narrativa, al netto dell’andamento incerto e claudicante, la trilogia sequel mantiene un certo perché e un certo fascino, a livello sia di messaggio che di drammaturgia. Ma tanto potenziale è stato sprecato, e non ci si può accontentare di trovare delle briciole saporite in un prodotto che dovrebbe essere un’esplosione di gusto.

Questa conclusione della saga è più una liberazione che un tripudio.

E a piangere è solo il cuore a utilizzare queste parole. Nei prossimi giorni una seconda e terza visione potrebbe mitigare quanto scritto, ma al momento, come direbbero i tizi di Gomorra, “Chest’è”.

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Grossi

GUEST / MOVIEPLAYER.IT

Niente romanzi, niente fumetti, niente di niente. Solo e soltanto cinema. Non esiste mito puramente cinematografico più radicato di Star Wars. Per epica, densità, vissuto, immaginario, retaggio familiare e fanatismo.

Con un groppone sulle spalle pesante come Jabba the Hutt, la terza trilogia di Star Wars ha avuto due modi opposti di approcciarsi al mito. Al mito dentro Star Wars e al mito di Star Wars.

Il Risveglio della Forza si è specchiato in Rey. Si è messo sulla scia della vecchia gloria, ha curiosato tra rottami da rimettere in sesto, ha seguito le orme nel rispetto di quel mito. Gocce di novità dentro una ricetta tradizionale.

Gli Ultimi Jedi, invece, ha abbracciato l’inquieto Kylo Ren. Si è specchiato nella sua anarchia, nel suo essere scoordinato e sgraziato, nella sua insofferenza nei confronti di quel passato troppo mitizzato. Basta soggezione, basta timori reverenziali. Adesso sfidiamo la nostalgia diventando persino profani. I vecchi hanno fallito, hanno stancato. La rabbia è giovane. Il futuro è nostro e ne facciamo quel che ci pare.

L’Ascesa di Skywalker è pura Restaurazione, il congresso di Vienna di J. J. Abrams, il lento e inesorabile fiorire della vecchia guardia dentro il dubbio di due ragazzi disorientati.

Il duello in Star Wars non è mai stato solo questione di spade laser da incrociare, ma un dilemma esistenziale e di spirito. E forse non è mai stato così intimo e astratto come questa volta. Rey e Kylo sono il fulcro di questa battaglia finale contro o a favore del sangue che scorre dentro le loro vene. Ancora una volta, e una volta per tutte, il punto è: come mi rapporto al mito? Lo rinnego o lo rispetto? Sono solo quello che sono stati gli altri oppure no?

J. J. Abrams ha sempre saputo la risposta. La sua risposta. Dopo una prima mezz’ora stracolma di informazioni e troppo spezzettata, L’Ascesa di Skywalker confluisce in un epilogo tutto pacche sulle spalle, pelle d’oca e lacrimoni. Prendere o lasciare. Nessuna indifferenza. Contro le resistenze e le perplessità dentro gli spettatori più maliziosi, J. J. Abrams si aggrappa al potere enorme di quel mito cinematografico per vincere facile e avere la strada spianata. Se ami Star Wars, L’Ascesa di Skywalker a un certo punto ti travolge e non ti lascia più. Alcuni potranno considerarle emozioni scontate comprate dal discount del fan service, ma sono problemi loro. Per tutti gli altri è un ritorno a casa, un rassicurante ritorno sui binari, un lungo abbraccio tra vecchi e nuovi personaggi davanti al mito che non conosce tramonto.

Rievocare la leggenda di continuo. Abbassare ogni difesa grazie alla nostalgia. Quello che hai vissuto è più forte di quello che stai vivendo.

Forse la Forza è anche questa roba qui.

 

 

 

 

 

 

Simone Di Gregorio

ENTERTAINMENT EDITOR / LEGANERD.COM

Una trilogia priva di una vera dimensione, per una conclusione figlia della visione schizofrenica di più menti e più autori, senza un raccordo comune a rendere omogeneo uno dei franchise più importanti dell’intrattenimento pop

La prima sensazione che emerge dopo aver visto L’ascesa di Skywalker è senza dubbio rammarico. Rammarico per una trilogia priva di una vera dimensione, per una conclusione figlia della visione schizofrenica di più menti e più autori, senza un raccordo comune a rendere omogeneo uno dei franchise più importanti dell’intrattenimento pop. J. J. Abrams torna alla regia per assolvere alla necessità di rimediare alle derive de Gli Ultimi Jedi, e lo fa pure con una certa schiettezza, dedicando quasi la metà del film ad un impressionante lavoro di retcon.

Di questo ne risente ovviamente il ritmo, la sospensione dell’incredulità nel seguire il racconto e la stessa mitologia del canone, qui incanalata e forzata come mezzo per giustificare le pretese necessarie ad un percorso sì di conclusione, ma soprattutto deciso a ripudiare l’operato di Rian Johnson. Fin da subito durante la visione ci si rende conto di questa violenta inversione di tendenza, e non sappiamo fino a che punto sia stata una buona idea tornare sui binari de Il Risveglio della Forza se questo è stato il risultato.

Insomma, che lo si veda come nel mio caso come una rivisitazione interessante o come un disastro assoluto, bisogna ammettere che Gli Ultimi Jedi è stato causa (o forse sintomo?) di un gigantesco terremoto in casa Lucasfilm, che da una parte ha svilito le potenzialità de L’Ascesa di Skywalker, dall’altra siamo certi porterà ad una grande ventata d’aria fresca per il brand. Nonostante non sia certo tra i detrattori più agguerriti, la speranza è che davvero la gestione disastrosa di Kathleen Kennedy e compagnia sarà da qui a breve finalmente messa alle spalle, magari sotto la guida più razionale e programmata di illuminati come Feige o Favreau.

Detto questo e fatto notare quanto il film soffra del fattore dimentichiamoci di Johnson, L’ascesa di Skywalker ha i suoi bei e grandi momenti, specie nelle emozioni dello scontro conclusivo, nell’evocativo finale e più in generale nei confronti tra Rey e Kylo, che vive di un Adam Driver ormai costantemente in stato di grazia. Una menzione particolare va anche all’ultima comparsa di Carrie Fisher, la cui Leia viene trattata e bilanciata sempre con immenso rispetto, nel suo ruolo di madre, donna e guerriera. Intorno ai tre si chiude una volta per tutte la tela degli Skywalker, lasciando – forse giustamente – il resto di comprimari e nemesi appena abbozzati.

Il viaggio dopotutto finisce dove è iniziato, ribadendo e recuperando parte dei temi del passato, dando almeno un senso di chiusura totale ad una delle poche storie in grado di trasmettersi oltre le generazioni.

 

 

 

 

 

 

Alessandro Mercatelli

ENTERTAINMENT EDITOR / LEGANERD.COM

È dura riuscire a giudicare la conclusione di una saga così longeva, sviluppatasi nell’arco di oltre 40 anni nei quali si sono alternati momenti epici, innovazioni visive ai tempi ancora impensabili, ma anche profonde delusioni.

Sono andato al cinema con la curiosità di scoprire se J. J. Ambrams sia riuscito a ristabilire equilibrio nella forza e secondo me ha perseguito il suo intento.

L’impronta del regista si respira sin dal primo minuto di pellicola: senza troppe premesse siamo trasportati all’interno dell’azione e delle battaglie, portati su pianeti lontani e messi dinanzi tanti nuovi personaggi, ma anche a molti altri volti del passato della saga ai quali si è cercato di dare anche il più piccolo spazio nell’intento di lasciare un bel ricordo.

Si perché, come per episodio VII, J. J. non fa nulla per mascherare i pomeriggi passati in giardino intento a simulare il rumore dei propulsori e dei laser delle astronavi che faceva volteggiare tra le sue mani. Ci troviamo dinanzi ad un atto di fede che ha anche la valenza di “correttivo” alle tante polemiche suscitate dall’episodio precedente.

L’Ascesa di Skywalker è questo, un grande saluto ai fan da un fan, J. J. Abrams, che non ha mai nascosto la dedizione verso la saga e che in questo suo ultimo lavoro cerca in ogni modo di dare allo spettatore esattamente quel che desidera. Purtroppo questo non è sempre positivo e nonostante l’onnipresente spettacolarità di molte scene, la sceneggiatura presenta il suo conto. Accadimenti importanti sembrano avvenire per puro caso, tanto ci penseranno poi i fan a giustificare il tutto tramite il complesso meccanismo della Forza.

Il lato tecnico non presenta particolari magagne, scontri a fuoco, duelli all’arma (di luce) bianca, colpi di scena telefonati ma comunque apprezzati si susseguono nelle oltre due ore di durata della pellicola lasciandosi dietro una storia sempre ben confezionata che evidentemente suscita ancora magia e stupore dopo tanti anni.

Forse proprio per questo la trama si prende i suoi tempi e i suoi spazi all’interno della pellicola chiudendo un cerchio attorno ad un cognome, ma lasciando l’apertura ad alcune incognite sulle quali i fan avranno sicuramente di che discutere per anni… nel frattempo si susseguiranno tante altre avventure in quella galassia lontana lontana e si continueranno a ricordare gli episodi passati.

 

 

 

 

 

 

 

Lorenzo Delli

GUEST / SMARTWORLD.IT

L’ascesa di Skywalker non è un film perfetto. È senza dubbio il più frenetico della saga, il più veloce nonostante i suoi 2 ore e 20 di durata. E la velocità, anzi, la fretta in alcune scene è piuttosto palese. Ma non è la fretta di voler chiudere una saga che non è stata sempre apprezzata dai fan di vecchia data.

È la fretta di chi avrebbe ancora molto da dire, di chi deve concentrare in quelle 2 ore e poco più la fine di un ciclo che va avanti da più di 40 anni.

E nonostante la fretta e il suo essere imperfetto, caratteristica comune di praticamente tutti i film della serie, ci si diverte e, sopratutto, ci si commuove, non solo perché essendo l’ultimo film implicitamente si debba provare chissà quale sensazione di nostalgia.

No, ci si commuove perché vengono toccate le corde giuste, perché alla fine quel furbone di JJ ha costruito il tutto in modo che fosse un crescendo di emozioni. E ci si diverte, per le scene ultra frenetiche, per i colpi di scena niente male e per un personaggio, quello di Kylo Ren, in continua evoluzione, il migliore senza ombra di dubbio di questa ultima trilogia. Quasi tutte le tessere del puzzle vanno al loro posto componendo un quadro generale che, al netto appunto di qualche piccola mancanza, ha il suo perché.

E nonostante il parere di molti giornalisti, italiani e non, non riesco proprio a vederlo come un tentativo di riparare al “danno” di Episodio VIII. È semplicemente il proseguo di una storia scritta già da tempo, non un fan service costruito ad-hoc per mettere a tacere o per accontentare appunto chi con Star Wars ci è cresciuto.

Che poi il cambio di rotta rispetto ad Episodio VIII ci sia è piuttosto palese e sotto gli occhi di tutti già dai primi minuti di film. Vengono introdotti nuovi personaggi, ma risultano comunque meno ingombranti di quelli de Gli Ultimi Jedi.

Ci sono comunque momenti che strappano, per forza di cose, una risata, senza però risultare imbarazzanti o fin troppo prolungati (lo scherzo telefonico di Poe in Episodio VIII rimarrà per sempre uno dei momenti più odiati di tutto Star Wars). Ma da lì a definirlo una mera soluzione a quanto visto nel film precedente ce ne corre.

Come già detto, assistiamo all’evoluzione dei personaggi chiave, assistiamo ad un crescendo che ci porta ad un finale dal sapore agrodolce e, a mio avviso, nemmeno troppo scontato, il tutto condito con tutto ciò che rende Star Wars la nostra passione: duelli, inseguimenti e guerre… stellari!

Quindi sì, mi sono alzato soddisfatto e con gli occhi lucidi, con l’immensa voglia di riguardarmelo tutto d’un fiato. Con l’amore per Star Wars ancora intatto.

 

 

 

 

 

 

 

Umberto Stentella

TECH EDITOR / LEGANERD.COM

L’ascesa di Skywalker si apre in modo inverosimile, già dal crawl ti chiedi se per caso non ci sia un errore: “è davvero questa la premessa all’ultimo capitolo della Saga o hanno montato per sbaglio un fake di Reddit?”. E invece è tutto vero.

Se The Last Jedi si distingueva per un certo sadismo nel prendere le teorie dei fan e ridurle in minuscoli brandelli, sembra che The Rise of Skywalker sia intenzionato a compiacerle tutte.

Il disorientamento continua per tutta la prima parte del film, con un ritmo serrato e isterico. Lo spettatore viene rimbalzato come una pallina da flipper da un pianeta all’altro nel giro di pochi minuti. Poi le cose si fanno più calme, ma si fa per dire: è come il passaggio da una Ferrari ad una Mustang. Niente soste all’autogrill. Non c’è mai tempo per metabolizzare bene quanto si è appena visto.

Star Wars è sempre stato un cocktail perfetto di diversi elementi miscelati alla perfezione. Nell’ascesa di Skywalker l’equilibrio viene a meno. Al barman è sfuggita la mano con il risultato di produrre un bibitone dal sapore eccessivo, a tratti quasi stucchevole. Vale come detto per il ritmo, ma vale anche per i contenuti: più adatti ai fumetti del vecchio canone, con Jedi sempre meno cavalieri e sempre più stregoni.

La forza è sempre stato il lato più esoterico di Star Wars. Nell’esalogia le vie della forza sulla carta sono infinite, ma solo sulla carta. Di fatto ci sono limiti impliciti che non vengono mai superati. Luke Skywalker non è né Harry Potter, né Thor. In Ep. 9 questi limiti non esistono.

Certo, a vedere certe cose, nella poltrona di quel cinema, ero inebriato e in estasi. Ma come succede in ogni sbornia da manuale – ora che rifletto a mente fredda sul modo in cui è stato declinato l’anima di Star Wars in questa conclusione di Saga- l’eccitazione è passata e io mi sento in totale hangover. Che mal di testa.

Non che le 2 ore e 20 del film siano un totale disastro, viene messo in scena sicuramente anche del grande intrattenimento e, tra gli eccessi, c’è anche del buono se non dell’ottimo. Spezzo volentieri una lancia anche (soprattutto?) per la comicità del film: questa sì dosata alla perfezione, genuinamente spiritosa e mai fuori posto.

Vorrei poter dire di aver amato L’ascesa di Skywalker. Mi accontenterei anche di un netto sentimento d’odio e ripudio. La verità è che l’ultimo capitolo della nuova trilogia mi ha lasciato in uno stato di totale confusione. Ho visto spade laser, Star Destroyer e wookie. Non sono sicuro di aver visto Star Wars, quantomeno non quello che amo alla follia e che pure avevo ritrovato anche in Episodio VII e in Episodio VIII.

Ora vado a guardarmi l’ultima di The Mandalorian: ho davvero bisogno di sentirmi di nuovo a casa.

 

 

 

 

 

 

 

Emanuele Bianchi

ENTERTAINMENT EDITOR / LEGANERD.COM

“Do un’ultima occhiata signore, ai miei amici” dice C-3PO in L’Ascesa di Skywalker e il film conclusivo della Saga è proprio questo, un addio ad amici che ci hanno accompagnato per oltre quarant’anni.

È come dare un’ultima occhiata alla casa in cui si è cresciuti ed essere invaso da tutte le emozioni possibili e dai mille ricordi che contiene.

Perché è questo quello che Episodio IX provoca, un’infinità di emozioni – dalla nostalgia alla sorpresa, passando per rabbia e commozione – e non poteva essere altrimenti.

Per ogni fan di Star Wars giungere alla fine di quel viaggio che si pensava infinito è sicuramente un colpo al cuore, probabilmente non è il finale che ci si aspetta o che soddisferà del tutto, ma è comunque un traguardo importante e per quanto J. J. Abrams nella prima parte sembri più propenso a correggere quanto visto ne Gli ultimi Jedi, che a portare avanti la storia, il film comunque emoziona e diverte e lo fa bene.

Star Wars: L’Ascesa di Skywalker è un film in cui i difetti di certo non mancano, dove si storce il naso in più di un’occasione ma è un film di Star Wars al 100% in cui i duelli di spada laser sono più di un semplice incrocio di fasci di energia ma sono uno scrutarsi dentro, perché c’e’ quella patina di sporco imperante, perché i personaggi non nascondono le loro emozioni ma camminano, inciampano, si rialzano, cadono ancora e si rialzano fino a trovare se stessi.

È la lettera d’amore di J. J. Abrams a Star Wars e ai suoi fan, perché in fondo Star Wars sempre stato un film sull’amore. Che sia fraterno, tra amici, di un genitore per un figlio o di un maestro per un discepolo l’amore è sempre stato la chiave di tutto e qui ne troviamo in abbondanza.

Abrams ci riporta in qualche modo tutti a casa confezionando un film in cui l’azione di certo non manca, dove i primi minuti sono sicuramente confusionari e inizialmente lasciano un po’ intontiti ma le due ore e venti di visione volano via senza neanche accorgersene.

Un film che chiude il cerchio su una saga ed una famiglia che hanno fatto la storia del cinema con emozione ed un’inquadratura che per quanto fan service ci riporta lì dove tutto è iniziato. Perché la Forza sarà con noi. Sempre.

 

 

 

 

 

 

Davide Mirabello

ENTERTAINMENT EDITOR / LEGANERD.COM

J. J. Abrams ha provato a rattoppare i buchi e le lacune dei capitoli precedenti della trilogia

La leggenda della maschera di Arlecchino racconta della nascita dell’iconico costume del personaggio come frutto dell’assemblaggio di una serie di toppe colorate, donate al bambino povero che non aveva possibilità di comprarsi un vestito carnevalesco.

Ecco, Star Wars: L’Ascesa di Skywalker cerca di fare la stessa cosa, usando le toppe per creare un bell’abito, ma con risultati decisamente diversi. Il regista J. J. Abrams ha provato a rattoppare i buchi e le lacune dei capitoli precedenti della trilogia, ma anziché far uscire fuori un costume iconico alla Arlecchino, ha tirato fuori un evidente abito rattoppato.

Così come è successo ne Il Risveglio della Forza il regista ha cercato di omaggiare il più possibile la saga, inserendo citazioni ed un fan-service spropositato. I continui ammiccamenti sono stati anche in parte funzionali all’evoluzione della trama, ma non l’hanno decisamente fatta decollare.

Tutto ciò che poteva, e doveva essere risolto, in questo ultimo film della trilogia non ha portato a delle soddisfacenti conclusioni, generando ancora più dubbi e perplessità.

Si nota che Abrams crede veramente nella saga e nella Forza, ma non riesce a purificare i peccati di una trilogia sgangherata. Anche in L’Ascesa di Skywalker si fa fatica ad empatizzare con i personaggi: l’estrema forza (in tutti i sensi) di Rey ha portato fin dal primo film alla nascita di un personaggio potentissimo, ma le cui paure e dilemmi, non riescono ad essere trasmesse allo spettatore creando empatia. Di lei ricorderemo solo la capacità di mostrare nuove vette della Forza, senza però trasmettere la sufficiente umanità per far affezionare i fan al suo personaggio.

Anche le dinamiche di gruppo, sebbene in questo film si tenti di rafforzarle, non riescono ad essere abbastanza forti da creare un passaggio di testimone. Rey, Poe e Finn sono protagonisti di alcune scene divertenti e interessanti, ma non così potenti da farli amare, e considerare come legittimi eredi della precedente squadra vincente di Star Wars.

E poi Kylo Ren, il villain simbolo di questa nuova trilogia, nonostante sia il personaggio più tormentato dell’intero franchise (superando anche Anakin Skywalker) non ha un percorso (fatto di eventuali flashback e scene che ne richiamino il passato) che riesca a mostrare ciò che più conta: il suo alterego Ben. Il lato buono di Kylo Ren, ed il suo rapporto con i genitori, non è mai stato approfondito, e si fatica a capire cosa veramente lo abbia trasformato da erede degli Skywalker a spietato killer e distruttore. Ed in tutto ciò la nuova trilogia di Star Wars risulta essere, paradossalmente, il punto più debole della carriera di un grande attore come Adam Driver.

Di questa nuova trilogia non restano che le macerie di un percorso con del potenziale, ma troppo incerto, e incapace di creare un reale passaggio di consegne. L’ausipicio è che ora il franchise, passando tra le mani sapienti di Kevin Feige, possa rivitalizzarsi e tornare a far scorrere la Forza. Per ridonare a tutti gli appassionati una vera “nuova speranza”.

 

 

 

 

 

 

Nanni Cobretti

GUEST / I400CALCI.COM

Non so cosa dire. Due ore e 20 di encefalogramma piatto.

Non so cosa dire. Due ore e 20 di encefalogramma piatto. È l’equivalente filmico di entrare in un ristorante inglese, con il cameriere che è stato istruito a dire alcune frasi di cortesia robotiche, e non importa quanto lo tratti da cazzo o quante domande sceme gli poni o che ti contraddici e poi accusi lui di aver sbagliato l’ordine, ti risponderà sempre con educazione e un sorriso.

È l’equivalente filmico di un tamponamento in cui non importa che sei stato te a non rispettare la precedenza, è lui a scusarsi e andarsene per non creare problemi.

Coincidenze o meno (l’unica soddisfazione è che la sceneggiatura ripara ogni istanza problematica senza ricorrere al ret-con puro) pare di assistere alla lista della spesa delle lamentele di Episodio VIII, a cui per non sbagliarsi hanno aggiunto le lamentele dai film precedenti, a cui per non sbagliarsi hanno aggiunto lamentele mai realmente ricevute, e hanno chirurgicamente riparato e annacquato tutto per essere sicuri che nessuno si sconvolgesse.

E per carità, qualcosa era giusto concederlo (Snoke), qualcos’altro delude per la mancanza di coraggio ma sicuramente era previsto così fin dall’inizio (Rey), ma altri, volontariamente o meno, sembrano piegarsi a 90 a quelle che erano le lagnanze più becere e ingiustificate (Rose).
Ma pazienza.

J.J. Abrams continua ad essere il miglior regista di sondaggi in circolazione, e se l’obiettivo era darci un altro Star Wars classico, ci ha dato un altro Star Wars classico confezionato con decoro.

La nuova trilogia è stata schizofrenica: Episodio VII era per chiamarci a raccolta e contare quanti eravamo, Episodio VIII era per dimostrare che si poteva guardare al futuro mantenendo il cuore della faccenda intatto, Episodio IX è quello che dice “ah, non pensavo che i fans storici fossero ancora così tanti e rumorosi, famo così: accontentiamoli per l’ultima volta, lasciamoci in buoni rapporti in nome di un passato glorioso, e poi via per nuove avventure”.

È legittimo, e mi sarebbe forse andato giù meglio se fosse stata gestita con maggior equilibrio. Ma io attendo le nuove avventure.

Aiutami Disney+, sei la mia unica speranza.

 

 

 

 

 

 

Vincenzo Lettera

GUEST / MULTIPLAYER.IT

Tre, quattro, dieci salti nell’iperspazio. L’Ascesa di Skywalker comincia alla velocità della luce, con un’azione serrata, un ritmo forsennato e un montaggio che non dà il tempo di respirare, pensare o porsi delle domande.

Mentre si viene strattonati da un pianeta all’altro, si assorbe tutto così come viene presentato e ci si fida degli autori anche quando qualcosa non torna. “Domande per un altro momento”, ci diceva Maz Kanata ne Il Risveglio della Forza.

Solo che stavolta non ci sarà un altro momento, con Episodio 9 che segna la conclusione della principale saga di Star Wars. E della trilogia di J.J. Abrams. La sua trilogia, sì.

Perché in quel turbinio di eventi che è il primo atto del film, a nessuno in sala sfugge la volontà del regista di riportare la storia sui binari di Episodio 7, accantonando il tentativo di Rian Johnson di condurre la storia in una direzione completamente inesplorata, originale, seppur controversa.

Abrams non solo rifiuta il testimone de Gli Ultimi Jedi, ma sembra ignorare quasi del tutto lo sviluppo di certi personaggi e gli insegnamenti che il film precedente aveva dato tanto a loro quanto allo spettatore.

Dopo aver guardato al futuro e alle nuove generazioni, tornare a ricalcare il passato e a parlare di sangue, eredità e lignaggio stride come un Acklay indemoniato. Forse troppo influenzato dalle polemiche che hanno costellato la Rete negli ultimi due anni, Episodio 9 preferisce mettere una pezza a tutti gli elementi più criticati del film diretto da Johnson e tornare su una strada più facile e prudente.

Ed ecco che ritroviamo i mille riferimenti alla trilogia originale, l’autoreferenzialità dei dialoghi, i momenti carichi di fanservice e i classici easter egg che stanno già popolando video su YouTube e listoni sui blog.

Com’era prevedibile aspettarsi dal capitolo conclusivo di una saga così iconica, longeva e di massa, L’Ascesa di Skywalker si pone come principale obiettivo quello di celebrare il passato del franchise, e nel farlo si perde qualche pezzo per strada.

Colpi di scena ed eventi drammatici non sembrano avere conseguenze tangibili

Colpi di scena ed eventi drammatici non sembrano avere conseguenze tangibili, troppe domande restano senza risposta, e mentre il film si affida a cliché e convenzioni fin troppo abusate, la sensazione che si ha alla fine è paradossalmente quella di incompiutezza, con l’assenza di un vero messaggio e personaggi chiave che avrebbero meritato una chiusura più soddisfacente.

Ed è un vero peccato, perché – quando non è impegnato a celebrare i tempi andati – L’Ascesa di Skywalker è pieno di momenti notevoli dall’inizio alla fine, scambi commoventi, un senso dell’humor eccezionale e alcuni dei combattimenti più furiosi e possenti dell’intera saga.

C-3PO ha il ruolo più attivo (e divertente) mai visto finora, le new entry sono una piacevole aggiunta al cast, laddove ancora una volta Ben Solo si dimostra uno dei protagonisti più interessanti visti nei nove film, ed è un peccato che la sceneggiatura di quest’ultima pellicola non gli abbia permesso di brillare tanto quanto la stellare interpretazione di Adam Driver.

L’Ascesa di Skywalker è insomma una chiusura prevedibile a una trilogia che diverte ed emoziona, ma a cui innegabilmente manca un senso di coesione e un messaggio che possa essere abbracciato dal pubblico.

Adesso, checché ne dica il film, si guarda al futuro, e a produzioni che – slegate dal peso degli episodi numerati – possano esplorare percorsi differenti e modi di raccontare storie completamente nuovi.

 

 

 

 

 

 

Chiara Guida

GUEST / CINEFILOS.IT

Quando si tocca una materia amata e famosa come quella di Star Wars, è impossibile mettere d’accordo tutti

Quando si tocca una materia amata e famosa come quella di Star Wars, è impossibile mettere d’accordo tutti. Lo sa bene la Lucasfilm, che dopo le critiche a Gli Ultimi Jedi si è rifugiata nella visione rassicurante e fedele alla linea di J.J. Abrams che infatti regala alla Saga degli Skywalker una conclusione scontata, ma non per questo brutta.

Se nella prima parte il film appare frammentato per l’imponente mole di informazioni da fornire al pubblico, nella seconda parte è molto più coeso e soprattutto pieno di riferimenti nostalgici e di momenti emozionanti, perfetti per dire addio, piano piano, a tutti i luoghi, i personaggi, le storie che questa saga ci racconta da 42 anni.

Il cuore del racconto sono ovviamente Rey e Kylo Ren, non più due opposti rappresentanti della Forza, ma due giovani che con timore ma con coraggio provano a svincolarsi dalla propria eredità, alla ricerca di una identità che non deve essere più affermata dal sangue ma dall’importanza delle proprie scelte.

Star Wars: L’Ascesa di Skywalker è prevedibile, certo, ma emozionante e divertente, una volta fatta la pace con la premessa pretestuosa della storia.

 

 

 

 

 

 

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Posted by Lega Nerd on Friday, December 20, 2019