Da Blade Runner e A-X-L: l’amore ai tempi del 4.0

3 anni fa

9 minuti

Al cinema tecnologia e sentimento sembra essere una combinazione particolarmente amata. Ne abbiamo avuto un assaggio con il tempo e oggi, in occasione dell’uscita di A-X-L: Un’Amicizia Extraordinaria, andiamo a vedere cinque pellicole che rappresentano, in chiave differente, questa tematica.

Bambini robot, androidi con un’anima, computer in grado di provare sentimenti.

Bambini robot, androidi con un’anima, computer in grado di provare sentimenti. Da Blade Runner ad oggi il cinema ha portato sul grande schermo quello che sembra essere una nuova tendenza umana dell’affezionarsi più all’artificiale e digitale che a ciò che è fatte di carne ed ossa.

Olive Daly arriva al cinema affrontando questa tematica da un punto di vista differente, ovvero quello dell’animale.

Può una macchina da guerra progettata con il corpo di un cane provare dei sentimenti?

Reagire come reagirebbe qualsiasi altro cane nei confronti di un nuovo padrone? A questa domanda prova a rispondere il regista con il suo nuovo film, A-X-L: Un’amicizia extraordinaria, dall’11 Ottobre al cinema con M2 Pictures.

 

 

Seguendo la scia dei classici film anni ‘80 come Corto Circuito e NavigatorA-X-L: Un’amicizia extraordinaria è una nuova, emozionante avventura che vede protagonista Miles (Alex Neustaedter), un giovane biker non molto fortunato, che scopre per caso un cane robot super avanzato di nome AXL, di proprietà dell’esercito.

Dotato di un’intelligenza artificiale di ultima generazione, ma con il cuore di un vero cane, AXL instaura da subito un forte legame con Miles, con gran disappunto degli scienziati senza scrupoli che lo hanno creato e che sono pronti a tutto pur di riaverlo.

Intuendo le conseguenze dell’eventuale cattura di AXL da parte del governo, Miles unisce le forze con la sua brillante fidanzata Sara (Becky G), per proteggere il suo nuovo migliore amico in un’avventura epica e senza tempo adatta a tutta la famiglia.

 

 

Non è certo la prima volta che vediamo al cinema coscienza reali di essere umani – o in questo caso animali – trapiantati all’interno di un androide, capace di sostituire letteralmente un suo simile in carne ed ossa. Certo, il più delle volte, se ci fate caso, a questo punto della storia o l’essere umano o l’essere artificiale, si rende conto dei limiti emotivi e sentimentali di quest’ultimo.

Non sempre deve andare a finire male, ma è pur vero che forse, in un mondo alla “Black Mirror” dove ormai i nostri dispositivi sono il prolungamento di noi stessi (o viceversa), riusciamo ancora ad avere un briciolo di raziocinio alla realtà concreta, fatta di carne, ossa e sangue.

Può un bambino robot sostituire un figlio perso? Può un sistema operativo diventare il nostro compagno di vita? O un cane robot progettato per uccidere diventare il nostro nuovo fedele compagno a quattro zampe?

La risposta in questi film generalmente è sempre la stessa: no. A volte la pillola ci viene indorata, altre volte, invece, la realtà nuda e cruda si abbatte senza possibilità di replica sul protagonista e, di riflesso, sullo spettatore.

Andiamo a vedere quali potrebbero essere film che, in questo caso specifico, rappresentano perfettamente il dualismo tra macchina e sentimento.

 

 

Blade Runner

Ridley Scott (1982)

Qui siamo alle basi della relazione tra essere umano e robot, quando c’è ancora un corpo consistente, perfettamente ambientato all’interno di un mondo dove è la normalità vedere corpi di sangue e ossa e corpi di chip e metallo.

Lo abbiamo citato ad inizio articolo, non possiamo non citarlo nello specifico. La storia di Rick Deckard e Rachel, che ha continuato a tormentarci anche nel sequel di Denis Villeneuve Blade Runner 2049, è probabilmente uno degli esempi cardine di sentimenti tra androide ed essere umani. Certo, il dubbio su Deckard rimane sempre, ma se anche lui fosse un androide, a questo punto potremmo perfino dire che la natura robotico non ha assolutamente limiti, neanche di tipo emotivo: amando, soffrendo e generando perfino nuova vita.

Il rapporto tra Rick e Rachael è completo, carico di quei picchi passionali e sentimentali delle story line delle pellicole di quel periodo, dove è davvero impossibile scindere l’uomo dalla macchina.

 

 

L’Uomo Bicentenario

di Chris Columbus (1999)

Dopo Philip K. Dick, andiamo ad affrontare un’altra grande storia fantascientifica scritta da un altro enorme autore e, trasposta, successivamente al cinema. Parliamo di ASIMOV e del suo uomo bicentenario, trasposto nel 1999 sul grande schermo da Chris Columbus e interpretato da Robin Williams.

Qui la storia si fa ancora più incredibile perché l’intelligenza artificiale, ovvero Andrew un robot costruito come maggiordomo e che a differenza della Rachael di Scott si presenta totalmente come un robot, non solo viene accettato dalla sua famiglia come un vero e proprio membro di quel nucleo, ma stringe un particolare legame con la figlia più piccola che, col tempo, porterà Andrew ad aprirsi a sentimenti ancora più complessi ed elaborati, spingendolo a farsi accettare dalla stessa società come essere umano in tutto e per tutto.

Nel film si porta lo spettatore, attraverso lo stesso processo dove Andrew chiede di essere riconosciuto come essere umano, abbattere qualsiasi limite nei confronti di quella che potrebbe essere definito unicamente un oggetto di metallo animato, ma comprendere la sua complessità come vero e proprio essere umano, capace di provare sentimenti come gelosia, rabbia, gioia, dolore e amore, ma anche tristezza, desiderio carnale, desiderio di vita e di morte. Nella sua semplicità scava ancora più affondo a questo tema, portando allo scoperto diverse complessità del concepire l’amore tra essere umano e robot.

 

 

A.I.: Intelligenza Artificiale

di Steven Spielberg (2001)

Cosa c’è di più grande dell’amore di una madre verso suo figlio? E cosa di più straziante del dolore di una madre per la morte di un figlio? Spielberg con A.I.: Intelligenza Artificiale mette a durissima prova i nostri sentimenti e anche la nostra etica e senso di giudizio.

David è un Mecha, ovvero un robot costruito con le fattezze di un bambino, che entra nella vita dei coniugi Swinton in sostituzione del figlio in coma. David, con il tempo, viene accettato come figlio vero ed egli stesso, a causa dell’imprinting con la madre adottiva, si sente realmente parte di quella famiglia, iniziando a vivere e “crescere” come se fosse un bambino reale, concepito e nato da grembo materno.

Ma quando il vero bambino di questa storia si sveglia David, come “atto d’amore”, viene abbandonato dalla madre adottiva per non essere distrutto dalla fabbrica in cui è stato creato, ritrovandosi solo in un modo in cui sente di non essere né essere umano né robot. Un bambino abbandonato a sé che dalla sera alla mattina rinuncia al calore di una madre, ritrovandosi a fare i conti con il lato più perverso e disturbante del genere umano. Eppure, in questa storia, il robot sembra non provare rancori nei confronti dei suoi “genitori”, cercando disperatamente la vita per tornare a casa. I sentimenti che, in questo caso, offuscano addirittura il raziocinio di un essere creato per avere, digitalmente parlando, una mente perfetta.

Qui, però, il dibattito è diverso. Non è David il problema. Il problema è chi ha creato David per uno scopo così misero e infame. Sostituire un bambino reale per poi essere buttati nel momento in cui non si ha più bisogno. Generare dei robot con dei sentimenti per poi fargli assaporare la parte più atroce di essi. Ovvio che Spielberg con questo film ci vuole portare a toccare corde che iniziano a raggiungere un nuovo livello del rapporto tra esseri umani e robot, andando oltre quelle discriminazioni, verso la mercificazione che, ovviamente, in questo caso ha dei rimandi molto forti con la nostra realtà.

 

 

Her

di Spike Jonze (2013)

Spike Jonze, qualche anno fa, con uno dei film più belli e intensi del cinema contemporaneo, ci porta verso vette di empatia tra uomo e macchina ancora più alte. Qui l’amore tra macchina e uomo supera un livello ancora più alto e particolare. Qui non si tratta di corpi e, forse, neanche di coscienze. Qui si parla di un uomo che letteralmente si innamora del suo sistema operativo che, lentamente, impara ad avere una coscienza di sé.

Proprio come un bambino Samantha, che potrebbe tranquillamente essere la nostra Siri o Cortana o Google Home, nel relazionarsi ogni giorno con Theodore impara cosa voglia dire flirtare, provare dei sentimenti, sentire il desiderio “trai propri circuiti”, arrivare addirittura all’orgasmo attraverso lo studio incrociato di esperienze differenti che vengono caricate, ogni giorno, sulla rete e con le quali la stessa Samantha si relaziona.

Qui non si tratta neanche di chiedersi quanto sia giusto o sbagliato, ma quanto sia possibile che l’essere umano sia arrivato a un punto tale di distacco con la realtà da preferire una compagna totalmente virtuale. Una compagnia stimolante, accattivante, per la quale si possa addirittura provare attrazione fisica senza conoscerne i tratti del viso, i colori dei capelli o la forma del corpo.

 

 

Ex Machina

di Alex Garland (2015)

L’Ava di Ex Machina, interpretata da Alicia Vikander, ha riportato al cinema l’idea classica dell’androide sensuale e seducente, che lo scorso anno abbia visto più che mai anche nel già citato Blade Runner 2049 con il personaggio di Ana de Armas.

Ava è una macchina progettata come un test. Progettata attorno ad una domanda: può un androide avere una coscienza? La particolarità di Ex Machina si basa proprio su questa domanda perché il personaggio robotico della Vikander non solo capovolge il quesito ma va ben oltre tutto quello che abbiamo visto in questi anni di “sentimenti tra macchina e uomo”.

Ava ha più che coscienza del suo corpo e delle sue potenzialità. Finge di non averne, finge di imparare, di desiderare ad essere donna, scoprendo per la prima volta l’amore e immaginando come potrebbe essere la sua vita al di fuori di quella gabbia di vetro. In realtà Ava è una grande manipolatrice; non si fa scrupoli ad utilizzare il corpo femminile, auto-strumentalizzandosi, per poter arrivare al suo fine. Una provocazione quella di Garland di come il cervello femminile – e robotico – ha sempre la meglio su un cervello maschile spesso giostrato da un altro tipo di organo.

Ex Machina ci dimostra di quanto i sentimenti possano essere volubile e di quanto semplice sia arrivare ai propri scopi attraverso “l’amore”.

 

 

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