Plaire, Aimer et Courir Vite: l’amore tra la vita e la morte secondo Christophe Honoré

5 anni fa

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Plaire, Aimer et Courir Vite

Dopo 120 Battiti al Minuto, che lo scorso anno aveva conquistato la croisette e la giuria di Cannes, quest’anno tocca a Christophe Honoré a parlare dell’ondata dei primi anni ’90 in Francia dell’AIDS con Plaire, Aimer et Courir Vite, questa volta con toni meno collettivi e politici, ma molto più poetici, delicati e colmi della voglia di vivere e di amare.

Nel quarto giorno del Festival del Cinema di Cannes, entrando sempre più nel vivo della competizione, tocca proprio a un francese aprire questa giornata. Uno dei registi più amati di questi anni in Francia, ovvero Christophe Honoré con il suo Plaire, Aimer et Courir Vite.

Lo scorso anno era toccato a 120 Battiti Al Minuto di Robin Campillo toccare il delicato tema dell’AIDS e portare la tematiche LGBT; ma mentre Campillo nel suo film faceva riferimento al collettivo parigino Act Up-Paris, il cui obiettivo era quello di richiamare l’attenzione sui malati di AIDS contrastando una società convinta che ad ammalarsi potessero essere solo omosessuali e drogati, Christophe Honoré, con quello che sembra essere un vero e proprio inno alla vita, decide di trattare l’AIDS da un’ottica differente, più poetica, ma non per questo meno impegnata.

La pellicola ha principalmente come protagonisti due uomini: Arthur (Vincent Lacoste), giovane studente alla scoperta della sua sessualità, in piena formazione culturale, perennemente armato del suo walkman; e Jacques (Pierre Deladonchamps), scrittore francese di una decina d’anni più grandi di Arthur, che vive con il figlioletto, e che si divide tra la voglia di vivere l’attimo, secondo dopo secondo, e la consapevolezza di dover correre più veloce di quell’attimo.

 

 

Plaire, Aimer et Courir Vite

Arthur e Jacques si incontreranno in una notte d’estate e la loro relazione si svilupperà mentre, nel corso della pellicola, osserveremo le vite dei due protagonisti contemporaneamente, come se fossero riflessi in un duplice specchio.

 

Il brio, la felicità, l’ingenuità e la voglia di scoprire e sperimentare di Arthur, e il quotidiano di Jacques, parigino nell’anima un po’ Peter Pan, un po’ consapevole del suo destino, sentimentalmente diviso tra rimorsi e rimpianti ben più interiormente solo di quanto voglia dare a vedere.

Piacere e amare, la prima parte del titolo del film, rispecchia perfettamente la prima parte di questa storia

Piacere e amare, la prima parte del titolo del film, rispecchia perfettamente la prima parte di questa storia. Si, perché anche con dei toni quasi troppo intellettuali, riassaporiamo con i protagonisti il piacere dell’innamoramento, di scoprirsi silenziosamente al buio, tra sguardi ingannevoli, baci rubati e parole apparentemente prive di senso. La voglia di scherzare, di amare e di vivere, quasi con ingenuità, abbandonandosi a quello che poi sarà un vortice ben più brutale, feroce, dove sarà impossibile scappare dalla realtà. Dove correre più veloci del tempo è impossibile e la clessidra per Jacques si farà sempre più inesorabile, piegandolo nei confronti di quella consapevolezza che gli ha già strappato molti amori.

 

Plaire, Aimer et Courir Vite

 

Sul finale ci rendiamo conto che lo stesso regista non ha così tanta voglia di abbandonare quei personaggi. L’addio viene rimandato di volta, in volta. Sembra sempre di trovarsi verso la fine, eppure con le unghie e con i denti, con una sofferenza nascosta dai sorrisi e dall’ironia, si cerca di non pensare a quell’istante che chiuderà un capitolo per sempre. Questo aspetto non gioca sempre a favore del film che, in tutta onestà, non ha davvero bisogno di quasi due ore e mezza per poter essere assaporato e apprezzato. Probabilmente anche una buona mezz’ora in meno avrebbe giovato alla pellicola, rendendola perfino più accessibile a una fetta di pubblico più vasta.

La bellezza di Plaire, Aimer et Courir Vite risiede nel modo in cui la sua storia ci viene raccontata, ovvero con estrema naturalezza, portando le esistenza dei due personaggi a contatto con la nostra e raccontando l’omosessualità così come dovrebbe essere raccontata: come una storia qualsiasi, come quella di tanti, di tutti forse, a prescindere dal proprio gusto personale.

Il modo di raccontare l’AIDS di Honoré è estremamente interessante.

Delicato e brutale, ci racconta della solitudine, della paura e anche della voglia di continuare a vivere. Scava nell’interiorità dei suoi personaggi e ci parla di una tematica come quella dell’AIDS attraverso un duplice sguardo: di chi la vive sulla propria pelle e di chi la vive dagli occhi di chi ama.

 

Plaire, Aimer et Courir Vite

 

Immenso Pierre Deladonchamps in un ruolo drammatico ma senza risultare stucchevole

Immenso Pierre Deladonchamps in un ruolo drammatico ma senza risultare stucchevole. In un paio di sequenze ci basta davvero uno sguardo più approfondito del protagonista per comprendere il terrore prendere forma dentro di sé. Il sorriso, il brio, trasformarsi in un’ombra sul volto. L’amarezza provare a spazzare via anche l’ultimo respiro per poter continuare quella corsa.

E con Plaire, Aimer et Courir Vite – banalmente tradotto in inglese Sorry Angel – forse ci troviamo di fronte, anche se molto prematuramente, a uno dei potenziali preferiti della giuria di quest’anno.

 

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