Quanto è possibile creare ancora grandi storie in ambito super eroistico al giorno d’oggi? E soprattutto è possibile distruggere l’archetipo del supereroe, per poi ricostruirlo in modo del tutto originale, pur tributando nel contempo i grandi classici del genere? Evidentemente si. E la risposta è proprio Black Hammer.

Ci eravamo lasciati alla fine dell’anno scorso con la classifica del migliori fumetti del 2017.

La serie Dark Horse Comics di Jeff Lemire e Dean Ormston pubblicata in Italia da Bao Publishing, nel mio modesto parere, si è beccata la medaglia d’argento in classifica proprio per la forte originalità e per un equilibrio tra creatività e tributes davvero eccellente.

In questo secondo volume, “L’Evento” Jeff Lemire prepara ancora la strada per il botto, che sicuramente avverrà – lo sento nell’aria, nel prossimo futuro.

E lo fa raccontandoci di più dei personaggi, svelandoci poco alla volta i particolari legati al loro passato e la loro ri-contestualizzazione nella dimensione nella quale sembrano essere imprigionati, ovvero questa Rockwood misteriosa, lenta e ridondante, dove i libri all’interno della biblioteca sono completamente bianchi, stereotipata al punto che sembra essere l’idealizzazione di cittadina rurale degli States di qualcuno, più che una città vera e propria.

I nostri eroi vivono in trappola un esilio forzato che li sta consumando, neanche troppo lentamente, anche se i tentativi di trovare una via di fuga sono all’ordine del giorno (in particolare da parte di Talky Walky).

Sapremo finalmente qualcosa di più della veterana Golden Gail, intrappolata in modo apparentemente irreversibile nel corpo di una ragazzina “super”, de “LA” robot Talky Walky, scappata dal proprio pianeta natio grazie al Colonello Weird (di cui ancora non sappiamo quasi niente, se non che potrebbe sapere molto più di quello che il suo strambo aspetto lascia intuire), del vecchio Abraham Slam, innamorato della simpatica Tammy e quindi forse meno desideroso di abbandonare questa specie di “altra dimensione” rispetto gli altri, di Barbalien il mutaforma, imprigionato non solo a Rockwood ma anche nella sua – più o meno – taciuta omosessualità e finalmente di Black Hammer, l’eroe più grande e coraggioso, colui che da il nome alla serie ma di cui fino a questo capitolo non avevamo visto praticamente nulla. La terribile Madame Dragonfly, strega dai poteri mostruosi, resta ancora un mistero da scoprire, potente, inquietante, nemmeno troppo benevola.

La storia narrata sarà un continuo zapping tra passato e presente.

La storia narrata sarà un continuo zapping tra passato e presente, tra Spyral City e i suoi problemi da supereroi (e super cattivi) e il presente, Rockwood, cittadina rurale congelata nel tempo, che ora vanta un nuovo ospite illustre: Lucy, giornalista sagace e intraprendente, ma soprattutto figlia di Black Hammer. Sangue del suo sangue.

In pieno stile kirbyano, Lemire ci racconterà dell’Anti-Dio, ancestrale entità malvagia desiderosa di distruggere il mondo (o la galassia o l’intero universo), partendo proprio dai supereroi. Lo scontro con esso sarà appunto L’EVENTO che porterà i nostri eroi a Rockwood, imprigionandoli per tutti questi anni.

 

Ecco Galact…ehm, l’Anti-Dio in tutto il suo kirbyano splendore.

 

Che bel ritmo. Lemire riesce a farci concentrare sulle storie dei protagonisti, appagando la nostra curiosità e facendoci familiarizzare con loro, ma ci fa venire l’acquolina in bocca perché di fatto non svela nulla del mistero principale, anzi lo infittisce, aggiunge particolari, forse ci depista anche.

 

Un carlino nel Valhalla. Succede anche questo.

 

Questo secondo volume ci presenta degli eroi ormai alla fine della loro carriera.

Desiderosi più di rifarsi una vita da “pensionati” (come Golden Gail e Abraham Slam) o di trovare finalmente una realizzazione fuori da un mondo di pregiudizi (come Barbalien), che di salvare il mondo. In qualche maniera ce li mostra nella fase del tramonto, pronti per la trasformazione.

Ed è proprio questo l’aspetto più convincente dell’opera di Lemire, cioè la minuziosa opera di smontaggio dell’archetipo dell’eroe infallibile e senza macchia, unita al progetto di ricostruzione dei personaggi, in modo più umano, più credibile; personaggi non più bianchi o neri ma ricchi di ombre e sfumature, ricchi di misteri e possibilità.

 

 

 

 

Molti eroi nel corso dei tanti anni di fumetti hanno subito un processo di caduta e trasformazione.

Ma ciò che continua a colpire di Black Hammer è il  continuo tributare le atmosfere della golden age e della silver age del fumetto americano, mentre procede l’opera di ricostruzione.

Dovrebbe essere straniante come processo e invece risulta estremamente efficace perché mette in risalto i temi agé degli anni 40, 50, 60, dimostrando che, con il dovuto rispetto, possono essere presi in mano e rielaborati, pur facendoli convivere nella stessa storia contemporaneamente.

 

il personaggio di Golden Gail (che fa il verso a Capitan Marvel) è forse il più riuscito di tutta la serie.

 

E in questo secondo numero i convincenti disegni di Dean Ormston (ancora più sottili e incisivi che nel primo volume, a dimostrazione che ha preso confidenza con i carachter), sono affiancanti da quelli volutamente old school classic di David Rubin, al quale sono affidati molti capitoli del passato dei nostri eroi, generando una meravigliosa separazione narrativa, tra colori sgargianti, inquadrature classiche, e design retrò.

E sui colori di Dave Stewart potremmo parlare un bel pò, perchè davvero l’eccellente lavoro svolto riesce a trasmettere in modo chiaro le atmosfere decadenti di Rockwood, quanto le avventure bizzare di Spyral City, con scelte sempre azzeccate.

 

Le pagine disegnate da Rubin ci riportano nella Golden Age in modo favoloso.

 

Ci voleva una serie del genere sui super.

Ci voleva una serie del genere sui super. E il fatto che siano Jeff Lemire (autore che sa affrontare sia il pop che l’autorialità con straordinaria lucidità e talento) , Dean Ormston e Dark Horse Comics a portarla al pubblico dimostra quanto potenziale ci sia ancora nel mondo dei supereroi anche senza tornare a scomodare sempre i soliti Moore, Millar, Ennis e compagnia bella.

I primi due volumi di Black Hammer sanno accompagnare il lettore lentamente ma in modo deciso dentro la narrazione; in un momento storico dove nelle serie succede “tutto subito” oppure “non sembrano partire mai”, un ritorno alla bella narrativa coi tempi giusti è davvero una benedizione.