Si apre ufficialmente la XI Festa del Cinema di Roma e l’importante compito d’apertura spetta a Moonlight, film drammatico di Barry Jenkins basato su una storia di Tarell Alvin McCraney con Trevante Rhodes, André Holland, Janelle Monáe, Naomie Harris e Mahershala Ali.

Il film d’accettazione Moonlight apre la Selezione Ufficiale della XI Festa del Cinema di Roma, inaugurando, assieme a 3 Generation di Alice nella Città, un festival all’insegna delle tematiche forti, attuali e coinvolgenti.

Scritto e diretto da Barry Jenkins, basato su un testo di Tarell Alvin McCraney, Moonlight è una storia complessa costruita su tre capitoli. Il difficile percorso di formazione di Chiron, ragazzino omosessuale africano-americano.

Chiron vive in un quartiere di Miami popolato da droga, prostituzione e violenza, dove viene costantemente preso di mira dai suoi coetanei per la sua gracilità.

Sarà l’incontro con Juan (Mahershala Ali), spacciatore del quartiere più malfamato, ma dall’indole paterna, a smuovere qualcosa in Chiron, sentendosi per la prima volta accolto con amore dalle braccia di un adulto.

Non da meno sarà il rapporto con Kevin, bambino più sveglio e coraggioso, che spinge Chiron a credere in sé stesso, senza nascondersi dietro un’esistente debolezza. Una figura emblematica che accompagnare Chiron in ogni fase del suo percorso.

 

 

Moonlight
In realtà, la statura di Chiron è solo un problema d’apparenza. I continui scontri con la madre (Naomie Harris) e il trovare rifugio tra le braccia di Juan e della compagna Teresa (Janelle Monáe), portano Chiron a una consapevolezza: lui è un bambino diverso.

 

Eppure, ciò che per un adulto ha bisogno di tempo, spiegazioni, mille parole e complicazioni, per un bambino è più semplice e naturale. Nella cornice di degrado che Barry Jenkins costruisce con minuzioso realismo, l’innocenza e la schiettezza di Chiron lascia senza parole Juan e Teresa.

Dal loro piccolo angolino di apparente indifferenza e mondo di giochi, i bambini capiscono tutto, meglio degli adulti. Ti mettono faccia a faccia con la realtà, senza darti via d’uscita.

Il primo capitolo di Moonlight, intitolato “Little”, nomignolo affibbiato Chiron, è incentrato proprio su questo, aprendo le porte alla seconda, e più complessa, parte dell’esistenza di chiunque: l’adolescenza.

Accettazione. Formazione. Sopravvivenza.

Se il quartiere era una giungla, la scuola è un inferno. Chiron non ha ancora compreso e accettato i suoi sentimenti verso se stesso. Guardando il mondo ancora con far di innocenza e ingenuità, prova ad approcciarsi alla sua sessualità, ma l’ostilità dei compagni non aiuta.

 

Moonlight

 

Jenkins porta sullo schermo una realtà attuale. Dal ghetto africano americano alla periferia italiana, passando per le grandi metropoli orientali, l’ignoranza non cambia. Il bullismo, le discriminazioni contro il proprio orientamento sessuale, contro la “diversità”, iniziano fin da subito, costringendo molti ragazzi a sentirsi inadeguati, sbagliati.

Durissimo percorso di accettazione all’interno di un mondo feroce, veloce, privo di comprensione. Una vera e propria lotta alla sopravvivenza in cui non si può essere deboli. Non ci si può abbandonare al pianto. La dura, e stupida, legge del più forte. Concetti già visti all’interno del mondo del cinema, ma che porta sullo schermo un focus di approfondimento su una realtà conosciuta, in modo stereotipato, solo a suon di pistole, denti d’oro e droga.

Fin qui, Moonlinght è un film che ha bisogno del suo tempo. Lentamente si sviluppa attorno alla minuta e silenziosa figura del protagonista. Nessuna parola di troppo, solo quelle essenziali. Parlano le immagini, i colori e la musica, lasciando che lo spettatore sia ad entrare in comunione con il protagonista. Non dire niente, dicendo tutto.

Jenkins è particolarmente cruento nella seconda fase di Chiron, l’unica in cui lo conosciamo con il suo nome vero. La transizione dall’infanzia all’età adulta. Non è facile, non lo è per nessuno, ma soprattutto da chi viene estrapolato da un contesto così infimo come quello in cui si trova il protagonista.

 

 

Moonlight

 

 

Gli unici momenti di sollievo, di comprensione, sono relegati alle chiacchiere con Kevin. Jenkins porta il suo protagonista in bilico. Sembra che gli stia dando una via di fuga, un veloce attimo di felicità per imparare ad accettarsi, a convivere con sé stesso ed essere orgoglioso di quello che è davvero.

Subito dopo, Moonlight si trasforma, proprio come il suo protagonista. Diventa violento come due cazzotti in pieno volto. Toglie ogni speranza a Chiron. La scelta è una, sola, inevitabile in un quartiere del genere. Continuamente pressato, incompreso e maltrattato, Chiron reagisce a tutto questo, ma facendo l’esatto opposto di quello che dovrebbe fare. Il ripudio dell’accettazione, l’abbraccio di come la società ci disegna.

Inizia così il terzo capitolo dell’odissea di Chiron, ormai adulto (Trevante Rhodes), un uomo massiccio e spietato. Uno di quelli che il piccolo Chiron ha sempre temuto. La morte di Little, l’inizio di Black.

Ed è proprio con questa ultima e terza parte che Moonlight perde tutto ciò che aveva seminato in precedenza, diventando retorico, banale e stereotipato. Dilatando in modo eccessivo le sue scene. Perdendosi in estetismi privi di senso per la narrazione. Un terzo atto che sembra voler togliere ogni speranza al protagonista, concludendosi togliendo la speranza allo spettatore che ci ha creduto fino all’ultimo.

 

Moonlight

 

Moonlight è un film complesso. Affermazione banale e, sicuramente, semplicistica. Complesso come la situazione, la realtà e i personaggi, attorno ai quali si sviluppa. Complesso come il suo protagonista, perché ricco di sfumature, di incertezze e paure. Complesso perché pone di fronte a molte questioni, ma sembra poi non voler affrontare l’onore di dover rispondere.

Barry Jenkins riesce a parlare di omosessualità in modo differente dal solito modo all’interno del cinema. Prova a scivolare fino alle viscere, cercando di estrapolare quel tipo di emozione da un bambino che non capisce cosa ci sia, in lui, che non va. E riesce nel suo intento. Violento, rude, ma servendosi di una fotografia articolata, psichedelica e che cambia con il mutamento stesso del protagonista.

La più grande disattenzione arriva proprio quando tutto dovrebbe risolversi, nel bene o nel male. Due amici che si ritrovano dopo tempo, intenzionati a voler chiudere ciò che avevano lasciato in sospeso, tra rimpianti e rimorsi, eppure tutto gestito nella più sconveniente della banalità.

 

Moonlight

 

Un accumulo di stereotipi imbarazzanti. Una ricerca spasmodica dell’immagine più autoriale, distaccata dalla realtà. Un onirico che stona con il tipo di sviluppo che il personaggio di Chiron, adesso interpretato da Trevante Rhodes, ha intrapreso.

Moonlight perde così la sua intensità, non convincendo fino alla fine, lasciando l’amara e frustrante sensazione di essersi trovati di fronte a un capolavoro sfiorato, pronto a porsi come film di rottura in una società incapace di accettare, di educare alla “diversità”.

 

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