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Déjà vu: quella strana sensazione di già visto

8 anni fa

11 minuti

Déjà vu: quella strana sensazione di già visto

Non so a voi, ma quando mi capitano li trovo davvero irritanti. La sensazione che ti lascia un déjà vu è decisamente particolare. Sai che quella situazione non è mai accaduta prima ma, dannazione, giureresti di sì. Probabilmente si tratta di un ritardo tra la registrazione dell’informazione da parte del cervello e la sua percezione tramite i sensi, o almeno io me lo ero sempre immaginato così. Lag insomma… Ma come stanno le cose in realtà?

 

 

Déjà-chè?

01Come sicuramente saprete, nella frusciante lingua dei Mangiaranocchie, il termine vuol dire “già visto” e fu usato per la prima volta nel 1896, in un saggio per l’Università di Chicago, divenuto anni dopo il libro L’Avenir des sciences psychiques (1917) di Émile Boirac. Bisognerebbe inoltre notare, a voler essere proprio dei PdF (Precisini della Fungia™), che negli anni è stata fatta una differenza di termini tra déjà vu e tutta una serie di fenomeni ad esso correlati ma che si differenziano per le modalità attraverso cui si manifesta la sensazione di memoria alterata.

02Il déjà vécu, ad esempio, è nello specifico la sensazione di aver “già vissuto” una determinata situazione. 

Un caso documentato1 e piuttosto “famoso” è quello del signor Pharel il quale, contattato per una visita dal dottor Chris Moulin, neuropsicologo dell’Università di Leeds, si rifiutò categoricamente di andarci.

Interdetto il buon dottore chiese spiegazioni e la motivazione addotta dell’arzillo ottantenne fu che lui la visita, QUELLA visita in QUELL’istituto, se l’era già fatta.

Il simpatico nonnino arteriosclerotico dimostrò decisamente un’ottima memoria e raccontò per filo e per segno cosa aveva fatto e dove era stato, descrivendo ambienti e procedure con dovizia di particolari.

Insomma lui la visita l’aveva fatta e gli pesava il culo a spostarsi dalla sua adorata poltrona che poi si perdeva la puntata di Eastenders, quindi la finissero di rompergli i Figgins. L’uomo, che ho personalmente ribattezzato “Il Prodigioso Mr. Pharel”, pare sia uno dei due soli casi al mondo di déjà vu cronico.

1 – Nota
Non sono riuscito a confermare l’esistenza di questo famigerato Mr. Pharel, per quanto abbia cercato in giro per l’internet tutto. Saltavano sempre fuori i soliti 3 o 4 siti a cui ho fatto riferimento per questo articolo. Tendo a fidarmi delle fonti e dei riferimenti alle riviste scientifiche da esse riportati, su cui pare sia stato pubblicato lo studio del Dr. Moulin, ma come ogni buon scettico dovrebbe fare prendete comunque questo aneddoto con le pinze e se indagando per conto vostro scoprite qualcosa non esitate a farcelo sapere.

 

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Normalmente il déjà vu è una forma di alterazione della memoria.

Ma senza arrivare a casi senza dubbio eccezionali, come “Il Prodigioso Mr. Pharel”, in cosa consiste questo fenomeno? Normalmente il déjà vu è una forma di alterazione della memoria, da alcuni definita paramnesia o addirittura, impropriamente, “falso riconoscimento”, che causa una erronea e straniante esperienza di “già visto/già vissuto”.

Un’immagine, una situazione, un evento ci causano una sensazione di forte familiarità e ricordo in contrasto con la consapevolezza che ciò non è mai avvenuto prima.

03Il buon Boirac, che come detto su coniò il termine, non fu tuttavia il primo ad occuparsene perché Arthur Ladbroke Wigan se ne interessò addirittura alcuni decenni prima, arrivando a formulare una prima e rudimentale spiegazione.

Secondo Wigan il déjà vu era causato da una piccola sfasatura nella percezione dell’evento da parte dei due emisferi del cervello.

Uno lo percepiva per primo con qualche millisecondo di anticipo rispetto all’altro, che quando finalmente registrava anch’esso l’informazione generava la sensazione di familiarità e ricordo, perché una parte del cervello, per certi versi, aveva già vissuto la cosa. Ipotesi come vedremo non del tutto sballata… almeno a grandi linee.

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Vous voulez “Giacobber” avec moi?

Le teorie paranormali a riguardo, ovviamente, si sprecano. Il fenomeno del déjà vu viene spesso strumentalizzato al fine di provare diverse tesi pseudoscientifiche.

Ad esempio Ian Stevenson, psichiatra canadese e professore alla Virginia School of Medicine, insieme ad altri ricercatori sosteneva che alcuni casi potessero essere la prova concreta della reincarnazione.

Remo Bodei, professore italiano di Filosofia attualmente al lavoro sulla storia e sulle teorie della memoria presso l’Università di Los Angeles, nel suo libro Piramidi di tempo. Storie e teoria del déjà vu (2006) afferma:

In termini religiosi ha dato luogo all’idea della trasmigrazione delle anime, una metempsicosi dove in un lampo ci ricordiamo di vite trascorse. Ed era un atteggiamento condannato dalla Chiesa, Sant’Agostino diceva che era una trappola del demonio.

 

e ancora:

Aristotele sosteneva che quelli che dicevano di aver vissuto esperienze precedenti erano dei pazzi, mentre Nietzsche lo considerava un ritorno all’uguale. Noi viviamo le stesse esperienze in una circolarità enorme: accettiamo il passato senza rimpianti e guardiamo al futuro con innocenza. Per Freud non era una pura illusione, ma una reale fantasia radicata nell’inconscio.

 

Certo però queste teorie non sono proprio il top come originalità… perché non spingersi oltre? Uhm… ci sono: Universi paralleli!

Ma sentiamo che ne pensa Michio Kaku, fisico statunitense e noto divulgatore scientifico.

Oh beh, pazienza…

Purtroppo però non sono pochi coloro che, di fronte a spiegazioni scientifiche ancora non del tutto risolutive, si limitano a concludere che l’unica spiegazione plausibile e logica sono appunto abilità paranormali o la summenzionata reincarnazione quando non addirittura gli universi paralleli.

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Il principio del Rasoio di Occam infatti recita:

A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire.

 

Ma, attenzione, deve essere ben chiaro però che una dimostrazione sia comunque necessaria e non opzionale. Senza si parla solo di aria fritta.

Siamo quindi in grado di spiegare scientificamente cosa è un déjà vu?

Ni…

05Vengono fornite diverse spiegazioni del fenomeno, tutte con basi abbastanza solide ed argomentate, ma nessuna esente da critiche e punti quantomeno dubbi. Insomma, nulla di esauriente al 100%.

 

 

Alla ricerca della sinapsi perduta!

Cercare di spiegare l’esperienza di un déjà vu in termini di ricordi perduti, chiaroveggenza o reminescenza di vite passate è dunque privo di solide basi scientifiche. Dovremmo concentrarci, a questo punto, su un aspetto tanto sottovalutato da queste teorie pseudoscientifiche quanto centrale nella ricerca di una spiegazione razionale.

Stiamo parlando di una “sensazione” non di un vero “ricordo”, e le sensazioni alla fin fine sono chimica ed impulsi elettrici. Sono causate da uno stato del cervello, da fattori neurochimici collegati alle nostre percezioni e che nulla hanno a che vedere con la memoria vera e propria.  È interessante notare come spesso il déjà vu sia comune in pazienti psichiatrici, affetti da disturbi mentali come la schizofrenia e l’ansietà, ma soprattutto in presenza di casi di epilessia del lobo temporale.

 

Déjà vu: quella strana sensazione di già visto

La possibilità di una correlazione ha condotto alcuni ricercatori ad ipotizzare che il déjà vu è forse un’anomalia legata ad una temporanea e scorretta diffusione degli impulsi neurali nell’encefalo. Poiché la maggior parte delle persone soffre di qualche lieve, cioè non patologico, episodio epilettico (ad esempio l’improvvisa “scossa”, tecnicamente uno spasmo ipnagogico, che si prova talvolta prima di addormentarsi), si pensa che una simile (lieve) aberrazione capiti occasionalmente durante il fenomeno del déjà vu, con il risultato di un “ricordo” erroneo.

 

0Nel 1955 Wilder Penfield, effettuando esperimenti volti allo studio del cervello vivo in cui stimolava elettricamente il lobo temporale delle sue cavie, riscontrò che circa l’8% dei soggetti aveva sperimentato una sensazione di “ricordo” durante il test. Egli ipotizzò di aver stimolato le aree preposte alla memoria suscitando così la strana sensazione di reminescenza. I suoi esperimenti possono essere considerati i primi casi di déjà vu indotto artificialmente.

06Ovviamente la difficoltà di riprodurre un déjà vu in laboratorio ha reso la vita decisamente poco agevole ai ricercatori, ma i nostri prodi non si sono arresi.

In uno studio del 2003 Alan S. Brown, psicologo della Southern Methodist University (Dallas) e autore del libro The déjà Vu Experience (2004), riporta statistiche interessanti relative all’incidenza del fenomeno. Circa il 70% della popolazione mondiale adulta ha sperimentato almeno una volta nella vita un déjà vu mentre i bambini pare ne siano immuni.

Questo particolare sembra una ragionevole conferma della connessione riscontrata tra esso e lo sviluppo di certe aree del cervello in quanto comincia a manifestarsi solo a seguito dell’adolescenza ed in età adulta, soprattutto in condizioni di stanchezza o stress. 

Brown nel suo studio arriva a trattare ben 30 possibili spiegazioni scientifiche raggruppandole in 4 categorie.

Segue mega-citazione da wikipedia, per evitare che mi incasini con tecnicismi e spari cazzate (oltre che perché sono pigro, ovviamente!).

  • Teorie neurologiche. Si tratterebbe di una epilessia breve e circoscritta che causa una disfunzione del sistema nervoso. Il medico austriaco Josef Spatt ha collocato la sede nella corteccia paraippocampale (in particolare nel giro paraippocampale e nelle sue connessioni con la neocorteccia), associata con la capacità di giudicare la familarità. L’ipotesi sembra supportata da evidenze sperimentali perché, al verificarsi del fenomeno, l’attivarsi della corteccia paraippocampale può essere escluso selettivamente dal funzionamento normale di altre strutture cerebrali (la corteccia prefrontale e l’ippocampo propriamente detto), legate alle funzioni mnemoniche e cognitive.
  • Teoria del processamento duale. Pierre Gloor spiegherebbe il déjà-vu come una momentanea e rara (o, per i suoi studi su pazienti cronici, patologica) disattivazione del sistema di recupero della memoria – distinto e indipendente da un altro sistema amnestico di sensazione di familiarità, che rimane attivo e causa il fenomeno (“sto già vedendolo, so che l’ho già visto, ma non riesco a recuperarlo”).
  • Teoria attenzionale. Una interruzione (un “black out” o un “reset”) nella continuità dell’attenzione causerebbe un riprocessamento dell’informazione. L’interruzione ne avrebbe fatto dimenticare la presenza e non è consapevole; la percezione – o meglio la sensazione della percezione – invece permarrebbe attraverso un altro canale non cosciente. Da qui la sensazione di familiarità (“l’ho già visto un attimo prima”).
  • Teorie amnestiche. All’interno del campo di attenzione ci sarebbe un elemento appartenente a un ricordo realmente memorizzato (e probabilmente avvenuto); questo elemento però, a causa di un errore di memoria per cui non si riesce a richiamare anche il contesto complessivo, sarebbe sufficiente a richiamare la sensazione di familiarità (“c’è qualcosa in questa situazione che mi ricorda… no, ho già visto proprio tutta questa situazione”).

Un video interessante riassume e spiega in parole povere alcune di queste teorie, le quali non si escludono necessariamente a vicenda.

04È anche possibile, ciliegina sulla torta, che l’assunzione combinata di alcuni farmaci o droghe causi episodi di déjà vu.

Taiminen e Jääskeläinen, ricercatori presso l’università di Turku (Finlandia) hanno infatti pubblicato uno studio relativo al caso di un maschio adulto e sano che ha iniziato a sperimentare intensi e ricorrenti sensazioni di déjà vu dopo aver assunto contemporaneamente amantadina e fenilpropanolamina per alleviare i sintomi dell’influenza.

07L’uomo trovò l’esperienza così interessante che invece di smettere condusse fino in fondo il suo “trattamento” e riportò il tutto al suo psicologo affinché ne facesse un caso di studio.

Sulla base dell’azione dopaminergica dei farmaci e grazie ad esperienze precedenti con la stimolazione del cervello tramite elettrodi i due finlandesi sono arrivare a supporre che i déjà vu siano il risultato di un’attività iperdopaminergica nelle aree temporali mesiali.

 

 

 

Oh… dèjà vu…

Non so a voi, ma quando mi capitano li trovo davvero irritanti. La sensazione che ti lascia un déjà vu è decisamente particolare. Sai che quella situazione non è mai accaduta prima ma, dannazione, giureresti di sì…

:troll:

Ok, ok, è un espediente da quattro soldi, lo so, ma non ho resistito e mi sembrava una chiusa adeguata

Trollate a parte, come dovrebbe essere emerso da quanto scritto fin ora,  siamo ancora lontani dal poter dire con assoluta certezza quali siano le cause di un déjà vu ma d’altronde il nostro cervello è una “macchina” straordinaria e tutt’ora non ne conosciamo appieno le possibilità. Possiamo solo continuare ad esplorarne le profondità e sondarne gli abissi… prima o poi ne verremo a capo. Sempre se usciamo dalla matrice… :D

L’articolo ha fonti anche piuttosto datate ed io non sono esperto in materia, ma solo un curioso con un po’ di tempo da perdere su Google. Chiunque avesse maggiori informazioni si faccia avanti e provvederò ad aggiornare.

 

 

 

 

Déjà vu: quella strana sensazione di già visto

Oh, déjà vu…
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