Il Fallimento di Atari

8 anni fa

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Atari 2600

NEW YORK, Jan. 21, 2013 /PRNewswire/ — Today Atari Inc., Atari Interactive Inc., Humongous, Inc. and California US Holdings, Inc. (collectively, the “Companies”) filed petitions for relief under chapter 11 of the United States Bankruptcy Code in the United States Bankruptcy Court for the Southern District of New York. With this move, the U.S.-based Atari operations seek to separate from the structural financial encumbrances of their French parent holding company, Atari S.A. (formerly Infogrames S.A.) and secure independent capital for future growth, primarily in the areas of digital and mobile games.
Within the next 90-120 days, the Companies expect to effectuate a sale of all, or substantially all, of their assets in a “sale free and clear” under section 363 of the Bankruptcy Code or to confirm plans of reorganization that accomplish substantially the same result. These assets include not only one of the most widely recognized brand logos, which is familiar to 90% of Americans, according to a recent survey, but also legendary game titles including Pong®, Asteroids®, Centipede®, Missile Command®, Battlezone® and Tempest®. Other recognized brands include Test Drive®, Backyard Sports® and Humongous®.

Proprio ieri Atari, la mitica società che ha creato il Pong e l’Atari 2600 (tanto per citare due dei suoi prodotti più noti), ha informato il mondo, tramite il comunicato stampa sopra riportato, la volontà di dichiarare bancarotta per potersi liberare dei numerosi debiti che la affliggono.

Non è la prima volta che la grande casa statunitense naviga in cattive acque

Non è la prima volta che la grande casa statunitense naviga in cattive acque, a onor del vero. Già nel 1983, a seguito dello sviluppo del videogioco “E.T. The Extra-Terrestrial”, la Atari fallì di fatto dando il via al malfamato crack del mondo videoludico del medesimo anno, in cui tutta l’industria subì un devastante tracollo.

In quel periodo però la casa era di proprietà della Warner, la quale prontamente vendette nel luglio 1984 le divisioni home computing e game console di Atari a Jack Tramiel, il recentemente allontanato fondatore della Commodore International, concorrente dell’Atari, sotto il nome Atari Corp. per $240 milioni in stock della nuova compagnia. Warner mantenne la divisione arcade, proseguendo sotto il nome Atari Games e alla fine vendendola a Namco nel 1985.

Negli ultimi anni le cose sono andate sempre peggio per Atari, con un calo dei ricavi pari al 43% nell’anno fiscale 2011 e del 34% in quello successivo. Minimi i profitti, appena 4 milioni di dollari nel 2011 e 11 milioni nel 2012, e situazione ugualmente nera sul fronte del valore azionario con le singole azioni scese sotto il valore di 1 euro (contro gli 11 euro del 2008).

La ragione principale di questo tracollo possono essere ricercate in diversi fattori, probabilmente Atari ha deciso di puntare sul cavallo sbagliato, offrendo ri-edizioni dei suoi vecchi classici principalmente per il mercato delle console, anziché puntare sul casual gaming e sui dispositivi mobili. Ed è proprio da questi ultimi che l’azienda vorrebbe ripartire, magari grazie all’ausilio di qualche privato che, a seguito della dichiarazione di bancarotta, si faccia in avanti per rilevare la società.

In definitiva quello che rimane attualmente è la fine di un corposo pezzo di storia del mondo videoludico, senza il quale, molto probabilmente, adesso non potremmo apprezzare le varie console casalinghe quali Wii, Ps3, XBox e compagnia bella. Lascia inoltre anche un po’ di amaro in bocca la notizia che la maggior parte del fatturato della Atari negli ultimi anni derivasse principalmente del merchandising, ossia dalle magliette che riportavano lo storico logo come immagine.

Sinceramente spero che la situazione possa risolversi e che Atari riesca, seppur dalla porta di servizio, a ritornare uno dei grandi nomi del panorama videoludico mondiale, senza rimanere un vecchio mito da raccontare davanti al camino ai propri figli e nipotini.

 

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