Lord of the flies #LegaNerd


”L’uomo produce il male come le api producono il miele”

Questa affermazione dello stesso William Golding riassume a mio parere in una sola frase l’intero suo secondo romanzo, Lord of the flies (In italiano: Il signore delle mosche), e esplica molto chiaramente il suo punto di vista sulla natura umana.

Il romanzo è ambientato in un ipotetico 1984 (stesso anno del famoso romanzo orwelliano e futuro all’epoca della stesura avvenuta nel 1954), in un mondo sull’orlo di un olocausto nulceare. Un gruppo di studenti inglesi dell’alta società sta viaggiando in aereo in seguito ad un’evacuazione d’emergenza quando l’aereo precipita su un isola deserta e si ritrovano soli e senza adulti.
Da qui si dipana la vera trama del libro: i ragazzi, ritrovatisi soli e senza guida, decidono di organizzarsi per sopravvivere prendendo spunto dalla società degli adulti. Mentre i più piccoli vengono lasciati liberi di giocare, i più grandi si dividono in due gruppi: i cacciatori e i custodi del fuoco. Una conchiglia, usata a mò di tromba, chiama l’adunata dei sopravvissuti e da diritto di parola nelle riunioni; il fuoco, da mantenersi sempre vivo, è il segnale per richiamare l’attenzioni di navi di passaggio.
All’inizio i tentativi di vita democratica sembrano riuscire anche grazie a Ralph, il più saggio e riflessivo dei sopravvissuti. A capo dei cacciatori viene messo Jack, anche grazie alla sua esperienza in fatto di caccia. Tutto sembra andare avanti per il meglio: si costruiscono rifugi, si cerca l’acqua, si caccia, si tiene vivo il fuoco e, come è ovvio per dei ragazzi, si gioca.
Ma per una distrazione il fuoco si spegne e i ragazzi perdono la possibilità di essere salvati da una nave di passaggio. Questo sarà motivo di una lenta disgregazione che diverrà totale e drammatica, con conseguenze estreme. I cacciatori ben presto daranno sfogo a tutto il loro lato animale e primitivo, tanto che presto inizieranno a temere presunte entità che abitano la foresta e ad adorare una testa di maiale infilzata in un palo, cui daranno il nome di Signore delle Mosche (uno dei nomi di Satana). Questa testa diventa centrale nel romanzo come simbolo e personificazione del male stesso che in breve contagia tutti gli abitanti dell’isola.
Il finale, altamente drammatico, lascia poco spazio a qualsiasi interpretazione positiva del romanzo.

Golding traccia in questa sua opera una feroce critica alla società dell’epoca, da poco reduce di un conflitto mondiale in cui sono state commesse atrocità indicibili, e scaglia due precisi atti d’accusa: uno nella troppa fiducia dell’uomo nel progresso e della tecnologia, l’altro verso l’interpretazione dei concetti di male e di peccato. Ma a mio parere ribalta notevolmente le ipotesi, filosofiche e politiche, di una presunta bontà innata insita nell’uomo, come ad esempio era stato nelle opere di Rousseau e Voltaire: gli istinti animaleschi prevalgono facilmente in una mente che si ritrova a perdere una guida nell’educazione e nel processo civile, e in quanto umana, la mente preda degli istinti animaleschi da sfogo alle peggiori atrocità.
Inoltre il conflitto dei ragazzi sull’isola fa da contraltare, nel romanzo, al conflitto degli adulti che sta portando il mondo alla distruzione totale. Ma mentre gli adulti hanno motivi precisi per la guerra, i ragazzi, tutti cittadini della stessa nazione e appartenenti allo stesso ceto, non hanno apparentemente motivo alcuno per farsi guerra né tantomeno uccidersi a vicenda.

E’ interesante citare l’episodio da cui Golding trasse ispirazione per il romanzo. Nella scuola presso cui insegnava lo scrittore il direttore ebbe l’iniziativa di un esperimento didattico volto a studiare il comportamento degli alunni: gli studenti venivano divisi in due gruppi e, mentre uno di loro fungeva da arbitro e l’insegnante da supervisore, gli si lasciava liberi di dibattere su un tema stabilito. Golding volle portare all’estremo l’esperimento e abbandonò l’aula. Presto dovette entrare di corsa e interrompere tutto prima che si arrivasse alla rissa aperta e al caos.

A mio parere, è un libro che va letto assolutamente. Io lo lessi per la prima volta come compito a casa ai tempi del liceo. All’inizio non mi interessò particolarmente, ma quando ne dibattemmo in classe, di fronte all’ottusità e all’ignoranza della mia insegnante di lettere, mi trovai a capire il senso profondo di quanto scritto da Golding, trovandomi a difendere a spada tratta questo romanzo (non fu né la prima né l’ultima volta con quella prof).
Dal romanzo furono tratti due film, uno nel 1963 e uno nel 1990.
Qui potete acquistare il libro, quo il film del ’63 e qua quello del 1990

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Itomi confessa: anche noi siamo un tuo esperimento sociologico :rofl:

Schroedingerscat

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