Nel quarto giorno del Festival di Cannes arriva uno dei film più attesi di questa 72ª edizione: Rocketman, il biopic sulla vita dell’eclettico Elton John, diretto da Dexter Fletcher e con protagonista Taron Egerton. Un vero e proprio viaggio nella stessa memoria del baronetto inglese, icona del pop mondiale, nel suo personale inferno e paradiso musicale.

Non era facile. Non era facile per nulla. Dopo la cocente delusione di Bohemian Rhapsody – che altro non è se non una mera marchetta mascherata da omaggio senza passione né vera cura, dove un comunque notevole Rami Malek sembra essere più il partecipante di un “Tale E Quale Show” che un attore nei panni di una grande icona della musica – Rocketman rischiava di essere l’ennesima pellicola tutto fumo e niente arrosto.

Un altro inutile biopic piatto e infarcito di luoghi comuni, cliché e fan service, con l’unico pregio di portare sul grande schermo una delle voci più grandi di sempre, ma senza un briciolo di passione, accuratezza, rispetto, veridicità e riflessione su cosa si nasconda davvero dietro la faccia di un artista tanto complesso.

 

Rocketman

 

Rocketman invece sembra essere proprio la luce in fondo al tunnel.

E invece Rocketman sembra essere proprio la luce in fondo al tunnel, una pellicola che va ben oltre l’omaggio o il racconto cronologico. Fin da subito comprendiamo che quello che andremo a compiere per le prossime due ore è un vero e proprio viaggio raccontato dalla stessa memoria di un Elton John ormai arrivato a toccare il fondo, a tal punto da non salire sul palco del Madison Square Garden, a pochi minuti da uno show ormai in SOLD OUT da giorni, per ricoverarsi consapevolmente in una clinica e affrontare i suoi demoni: alcool, droga, sesso.

Ma questa pericolosa triade, che sembra essere la condanna di molti tra i più grandi artisti che abbiamo conosciuto negli anni (e non solo in campo musicale), sono solo una facciata del dolore, della sofferenza e della solitudine ben più radicati negli occhi nascosti dai grandi occhiali. E no, non parlo unicamente dell’estrosa collezione di occhiali del cantante, ma anche dei semplici occhialioni di un bambino di periferia di nome Reginald Kenneth Dwight, che nella vita ha sempre e solo voluto due cose: suonare e un abbraccio da suo padre.

Inizia così il viaggio nella vita di un uomo, alla ricerca della sua identità.

Ricerca che partirà fin dall’infanzia, con le prime composizione, l’incredibile orecchio, e gli anni di conservatorio, passando per i grandi successi, la ricerca di uno stile, di un’immagine sempre più trasgressiva ed accattivante, fino ad arrivare alla soglia dell’ultimo infarto e la necessità di dire basta.

Una basta che Elton dice a se stesso, permettendosi di poter, finalmente, affrontare i fantasmi che hanno reso la sua crescita come artista sempre più intensa, brillante e inarrestabile, ma che al tempo stesso affossavano la sua anima, il suo corpo, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

 

Rocketman

 

Rocketman è una sorta di “divino musical” nella vita di Elton John, dove gli alti ci restituiscono gli anni di gloria e ascesa sempre più accecante di una delle più grandi icone musicali che – fortunatamente – ancora abbiamo; ma i bassi sono il vero tassello che conta, quello fortemente voluto dallo stesso John. I momenti di fondo che hanno reso l’uomo artista e l’artista uomo. La gestione del successo, quando arriva violento e inaspettato. La gestione della libertà, dello sfuggire dai confini della vita a Pinner e dallo sguardo di sua madre e i conflitti con suo padre.

Ma anche i primi dolori, delusioni d’amore proprio da parte di quello che è stato l’amico di sempre, il fratello non avuto. Il coraggio di non parlare. E poi la sessualità, la droga, l’alcool con la sua ebrezza che rende tutto apparente più semplice e meno doloroso.

Dexter Fletcher libera del tutto il suo estro adattando perfettamente l’immagine filmica alla stessa immagine di Elton John.

Dexter Fletcher, che vediamo finalmente liberare del tutto il suo estro adattando perfettamente l’immagine filmica alla stessa immagine di Elton John (senza dover rattoppare il già mediocre lavoro altrui), mette in scena una vera e propria giostra di emozioni. Salite e discese che si alternano nei passaggi raccontati, come in una seduta di terapia, dallo stesso protagonista. Passaggi rappresentati dalla musica, nel modo in cui l’artista li ricorda.

E sì, anche se le canzoni ascoltate non sono cronologicamente perfette, ma ognuna di essa viene messa con cognizione di causa e ci viene spiegato il perché. Ognuno dei grandi successi di Elton John è legato ad un periodo, un momento particolare della sua esistenza, e le musiche e parole vengono usate a contrasto con ciò che ci viene mostrato, in una sorta di musical brillante, emozionante, che rende gli occhi lucidi e fa venire una grande voglia di cantare.

 

Rocketman

 

La scoperta di un artista attraverso la sua veste più intima, più umana, quella più nascosta e riservata. E tutto viene mostrato con una tale naturalezza e veridicità, senza filtri, senza l’esigenza di dover costruire un film per famiglie o demonizzare la figura di un uomo per poi redimerla.

No, il Rocketman di Fletcher è uno spettacolo immenso, ricco di sfumature, con grande cura per il dettaglio, per la costruzione della scena che restituisce la stessa essenza dell’artista in quello che sembra essere un girotondo senza fine, all’inizio divertente ma poi sempre più veloce e frenetico.

Attraverso la musica e le sequenze più da musical, che rendono la visione di Elton e di Reggie sempre unita, l’uomo avvilito e il bambino sognatore, scendono in profondità nella sua figura, utilizzando appunto il mezzo musicale come chiave di lettura per non solo un periodo di questo grande nome, ma per tutta la sua vita.

 

Rocketman

 

Punta di diamante per un film che riesce ad essere convincente ed appassionante in tutto e per tutto, è ovviamente il suo interprete. Taron Egerton non imita Elton John. Non vuole essere la sua caricatura. Una macchietta. Taron Egerton, mostrandosi un giovane attore maturo e incredibilmente grato per l’opportunità che gli viene data, studia il personaggio, la vita, i momenti più duri, più fragili, quelli dove i fumi di alcool e droga hanno allontanato Elton John da tutto e tutti, mentre la sua figura come artista cresceva sempre di più. Interpreta e reinterpreta il baronetto inglese, restituendoci attraverso la sua visione la vera essenza non solo dell’artista ma, sopratutto, dell’uomo.

Cosa rende la pellicola ancora più autentica e l’interpretazione di Egerton davvero meritevole di una candidatura all’Oscar?

Ogni singola canzone, ogni singolo arrangiamento sono realmente cantati e suonati da lui. Sotto volere dello stesso John, restando anche piuttosto impressionati da come il timbro dell’attore sia così simile a quello del cantante, Egerton canta e balla ogni scena musicale del film. Ogni singola performance, reinterpretata, rivisitato dallo stile di Fletcher che non si limita a darci una mera copia carbone di un’esibizione già vista.

 

Rocketman

 

Rocketman ha esattamente quella magia che tanto cercavamo in una pellicola come Bohemian Rhapsody. La magia di cui deve essere impregnato il cinema. Un film che entra nell’anima. Fa sognare, sorridere, ci fa scoprire il volto nascosto di Elton John e cosa c’è stato davvero il suo successo. Un viaggio musicale profondo e intenso.

Toccante. Magnetico. Frenetico. Doloroso.

Un viaggio reale, senza filtri, senza illusioni romanzate, senza inganni. Solo Elton John. Solo Reginald Kenneth Dwight.