Invasion, la recensione: se smetti di cercarlo, ti troverà

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1 mese fa

6 minuti

Invasion

La scoperta dell’altro sconosciuto, l’incontro (che spesso è stato scontro) con l’ignoto, il primo contatto, tutte variabili di un tema molto caro all’immaginario popolare e quindi anche un argomento ricorrente nella letteratura fantascientifica e, di conseguenza nel cinema. Una di quelle aree di indagine che ha accompagnato la storia umana ed è mutata con eventi storici (l’11 settembre) e cambiamenti geopolitici, intrecciandosi con altri elementi che ne hanno ampliato il raggio immaginifico, aggiornandone i punti di vista e i linguaggi. Uno dei più suggestivi è stata la rilettura della nostra umanità tramite una minaccia che potrebbe porvi fine. Ne è una testimonianza fondamentale il fenomeno de La guerra dei mondi, il romanzo di Wells che raccontava di un’invasione aliena, originariamente pubblicato in formato seriale nel 1897, poi al centro dell’affaire che coinvolse l’adattamento di Orson Welles in radio nel 1938 ed infine protagonista al cinema nel 1953 con Byron Haskin e nel 2005 con Steven Spielberg e in tv nel 2019 con una miniserie dove tornà in terra inglese (citiamo solo gli adattamenti più celebri). Una storia nata come riflessione sul darwinismo sociale e sul colonialismo per poi divenire spunto per parlare di noi.

Nella recensione di Invasion, di cui abbiamo visto i primi 5 episodi in anteprima, serie tv Apple Original di tutt’altro spessore rispetto all’omonima ABC, in uscita il 22 ottobre con le prime 3 puntate e poi a cadenza settimanale, vi parliamo di un altro titolo che si va ad inserire in questo immaginario, prendendo molto spunto sia dal titolo sopracitato che dalla serie tv ideata da Rod Sterling Ai confini della realtà. Un altro fenomeno culturale, ancora più focalizzato sull’analisi de cambiamento delle nostre vite nel momento dell’arrivo del non conosciuto, la cui prima edizione uscì nel 1959 per poi essere riproposta con ben tre revival nell’1985, nel 2002 e nel 2019, quest’ultimo presentato da Jordan Peele e prodotto, tra gli altri, anche da Simon Kinberg. Lo stesso Kinberg noto per il suo lavoro nella saga degli X-Men (è in arrivo The 355, suo secondo lavoro da regista, qui il trailer), candidato agli Oscar per The Martian e creatore della serie a cui l’articolo è dedicato insieme a David Weil (Hunters).

Per essere all’altezza della tradizione, Apple, insieme a Boat Rocker, investono circa 200 milioni di dollari (si vedono tutti, ma non riescono a coprire un paio di momenti di CGI un po’ scadenti) e arruolano nomi eccellenti come Shamier Anderson, Golshifteh Farahani, Sam Neill e Shioli Kutsuna per il cast e come Jakob Verbruggen per la regia di alcuni episodi.

Ogni angolo del mondo

Oklahoma, Long Island, Tokyo, Londra, Afghanistan.

La serie si presenta con una strutturale corale, dividendo la narrazione dell’invasione in 5 storie diverse, ambientate in diversi angoli del mondo e permettendo di analizzare il classico “incontro ravvicinato del terzo tipo” da diversi punti di vista, accomunate dal bisogno di rispondere alla stessa domanda: “è possibile trovare un nuovo senso alla propria vita nel momento in cui tutto quanto quello a cui teniamo è messo in pericolo?” Dimostrandosi a volte anche un po’ cinica nella risposta fornita.

Sam Neill

Ne è l’esempio più lampante la vicenda dello sceriffo John Bell Tyson (Neill), il quale, arrivato ad un passo dalla pensione, si riscopre orfano di una soddisfazione personale che possa riempire un vuoto mai stato colmato dall’attività lavorativa che doveva indirizzare la sua esistenza verso una soddisfazione piena e appagante. Un preludio che apre alla scoperta degli altri personaggi, ognuno più o meno nella stessa condizione del poliziotto di provincia dai capelli imbiancati, ovvero bisognoso di riposizionarsi e di riscoprire un significato o una motivazione.

È il caso di Aneesha (Farahani), donna siriana di prima generazione trapiantata in America, piena di speranze e ora moglie di un imprenditore e madre di due splendidi bambini, ma con una laurea in medicina abbandonata a malincuore, e di Mituski (Kutsuna), addetta alle comunicazioni della JASA, costretta ad assistere in silenzio alla partenza dello shuttle con la sua amata a bordo per volere di quest’utlima, che ha sempre voluto tenere il loro rapporto segreto. Ma anche quello di Casper (Barratt), giovanissimo studente che, come il fantasmino con cui condivide il nome, ha sempre preferito nascondersi dietro i suoi quaderni e le sue cuffiette piuttosto che apparire, spaventato da un bullo dalle orecchie a sventola che gli ricorda ogni volta perché non può essere un bambino normale, e, infine, del soldato Trevante Ward (Anderson), che per non affrontare i suoi problemi personali a casa ha preferito guidare una missione in Afghanistan, dove almeno può sentirsi utile, badando ai suoi uomini.

Età, luoghi, necessità e vite diverse. Un’esplorazione variegata e attenta della dimensione umana, in attesa del primo contatto, con la convinzione che per trovare un senso basta aspettare il cielo ti scelga.

L’inizio dopo la fine

Shamier Anderson

Adottando una struttura della narrazione distribuita in modo così diversificato, la serie accetta il rischio di un montaggio più ragionato e meno ritmato in modo da mantenere il canonico fil rouge della trama principale (l’invasione, of course), scommettendo tutto sull’esplorazione dei personaggi e giocando con un’interazione centellinata tra le loro vite e i rappresentati dell’evento apocalittico che li sta interessando, in un in & out che vede sempre la predilezione del racconto del mondo interiore.

Quello di cui si parla nella serie è infatti la capacità dell’uomo di reinventarsi, di fare una rivoluzione dentro di sé e di ricominciare, anche dopo la fine, anzi, proprio perché è arrivata la fine.

Nello svelare l’anima dei protagonisti gli autori decidono di prendersi i propri tempi, non schiacciando mai sull’acceleratore, come un innamorato che ha la sensibilità di lasciare che sia l’oggetto del suo amore a venirgli incontro e non il contrario. Una scelta che monopolizza gran parte del minutaggio, non considerando per ora particolari novità nella sua proposta della variante, comunque godibile, sul tema sci-fi che tratta (almeno fino ad ora, anche se un paio di passaggi lasciano presagire che qualcosina di succoso potrebbe accadere). L’invasione è, nello specifico, rigorosamente presentata solo nella misura in cui diventa funzionale all’approfondimento dei protagonisti e alternando momenti di palese rivelazione a indizi sibillini, non disdegnando mai il citazionismo (oltre a vari riferimenti, anche palesi, ai titoli citati ad inizio articolo ce ne sono altri iconici, vedi monolite nel deserto).

Invasion

In conclusione della recensione di Invasion, dopo la visione dei primi 5 episodi (sempre un bene specificarlo), possiamo dire che la serie di Kinberg e Weil corre il rischio di essere quasi fin troppo palese nelle sue intenzioni di spostare il focus rispetto alla narrazione dell’incontro con l’ignoto vero e proprio, ancora piuttosto nebbioso, correndo quello che pare il rischio calcolato di rimandare un ingrediente che si rivelerà probabilmente fondamentale esplorare nella seconda parte in modo da dare un giudizio definitivo sulla natura della serie. Staremo a vedere, con giustificata curiosità.

Invasion è disponibile Apple TV+ con i primi tre episodi dal 22 ottobre, seguiti da nuove puntate settimanali, ogni venerdì.

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Invasion
Recensione di Jacopo Fioretti Raponi

Invasion è la nuova serie tv Apple Original di genere sci-fi, creata dal candidato all'Oscar Simon Kinberg e da David Weill, di cui abbiamo visto i primi 5 episodi in anteprima. 200 milioni circa di budget e un cast variegato ed importante per la cronaca di un'invasione raccontata attraverso più storie, distribuite in varie parti del mondo, diverse, ma unite dalla necessità comune dei protagonisti di cambiare la propria vita. La struttura narrativa è pensata per mettere in primo piano il mondo interiore dei protagonisti, usando l'incontro con l'altro solo in funzione del suo sviluppo, almeno fino ad ora. Nulla di troppo nuovo, anzi, ma comunque godibile, in attesa delle prossime puntate.

ME GUSTA
  • L'alternanza delle varie storie è ben pensata e i personaggi sono tutti variegati e ben approfonditi.
  • La gestione dell'invasione in funzione del racconto intimo dei protagonisti è ben pensata.
  • ...la variazione sul tema è godibile.
FAIL
  • Dei momenti di CGI non all'altezza.
  • Fino a questo momento nulla di nuovo all'orizzonte, ma...
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