I Giorni che Scompaiono: come uccidiamo noi stessi

4 mesi fa

10 minuti

Il fumetto di Timothé Le Boucher è una analisi al contempo delicata e spietata di ciò che significa affrontare il passare del tempo, il rendersi conto non solo della propria mortalità ma anche dell’effimeratezza e scarsità del tempo concesso e di come vi è una crudeltà intrinseca nella maniera in cui cambiamo, uccidendo chi eravamo in precedenza, per diventare di volta in volta i nuovi noi.

La storia di Timothé Le Boucher si incastra perfettamente nella tradizione del Doppelgangher che da secoli ci accompagna come uno degli archetipi preferiti della narrativa.

La storia di Lubin è quella di un giovane che vive a Bruxelles e che sogna di diventare un artista ed attore di teatro. Per questo spende i suoi giorni allenandosi e preparando gli spettacoli con i suoi amici, che condividono con lui la passione per l’arte, mantenendosi con un lavoretto in un piccolo centro commerciale.

Questo suo progetto di vita si interrompe quando, dopo aver subito un forte colpo alla testa durante uno dei suoi allenamenti, Lubin inizia a vivere una vita a metà. Una nuova personalità, una sorta di “parassita”, come all’inizio si definisce lui stesso, emerge dalla sua psiche. Lubin è il sé stesso che tutti conoscono per 24 ore. Nelle 24 ore successive, diventa un’altra persona, un altro Lubin, con un carattere e un’attitudine completamente diversa. Mentre il primo Lubin, l’originale, è estroverso, spensierato, artista, disordinato, salutista e vegetariano, il secondo Lubin è pacato, studioso, intelligente, più chiuso, più “goal oriented”, come si suol dire spesso nei curriculum vitae che scriviamo oggi.

La nuova personalità di Lubin è un “parassita”, senza memoria, senza un passato, e con un carattere completamente diverso dall’originale

Il secondo Lubin non ha un passato, è emerso apparentemente dal nulla dalla mente dell’originale, per reclamare un giorno della sua vita ogni due. Di punto in bianco, Lubin si ritrova così a dover condividere il proprio corpo e la propria esistenza con una persona completamente diversa da lui.

Inizialmente, l’opera sembra voler raccontare del rapporto che si instaura tra queste due facce della stessa medaglia. Una sorta di amicizia, o quantomeno alleanza, inizia a formarsi tra i due Lubin. Mentre l’originale è più concentrato sul presente e sul suo sogno di esibirsi come artista, il secondo Lubin è interessato a studiare, imparare nuove cose, come programmare siti web, così da poter trovare un lavoro e guadagnare i soldi che tanto dispearatamente necessitano.

I due prendono a lasciarsi dei video-diari, dove parlano tra di loro, si spiegano e si raccontano a vicenda, e organizzano la loro vita combinata. Inizialmente, il primo Lubin sembra trarre non pochi vantaggi da questa condivisione forzata e mai spiegata durante il corso di tutto il fumetto. Il suo secondo sé si occupa di tenere la casa pulita, di guadagnare e riempire il frigo per entrambi, mentre lui può concentrarsi sui suoi progetti privati.

L’opera acquisisce presto un tono più cupo quando le due personalità iniziano a pestarsi i piedi a vicenda. Prima in questioni sentimentali, e poi, via via, su tutti gli altri aspetti della loro vita, e di come questa dovrebbe essere vissuta secondo le loro due visioni contrastanti.

Dopo un certo tempo, la seconda personalità, il nuovo Lubin, inizia a prendere il sopravvento, rompendo la regola del “un giorno per uno”. Inizia prendendosi prima due giorni per volta, poi tre, poi intere settimane, mesi, ed infine anni.

Il lettore è così portato ad accompagnare la personalità originale di Lubin, costretto ad osservare impotente a come i suoi giorni vengano rubati da lui stesso, e come il suo corpo e la sua direzione nella vita vengano poco a poco presi da qualcun altro, completamente diverso da lui, e che pure, come gli dice una psicologa all’inizio della storia, è comunque lui stesso, non è qualcuno o qualcosa di diverso. Tutto acquisisce una velocità sconcertante, e il ragazzo si trova presto nel corpo di un adulto, con una vita non scelta da lui, mentre tutto ciò che aveva costruito precedentemente si sgretola velocemente, così come le relazioni della sua vita “originale”.

Come ogni opera profonda, i Giorni che Scompaiono si propongono sotto diverse letture ed interpretazioni.

Il punto di vista proposto dall’autore per la maggior parte del racconto è quella del Lubin originale, la personalità che pian piano viene soppiantata dal nuovo Lubin. In questo modo, assistiamo dal suo punto di vista al soppruso subito, a quello che lui stesso definisce ad un certo punto come un “omicidio” compiuto verso se stesso. L’atto di una persona più fredda, cinica e calcolatrice, l’altro sé, verso l’originale, che era invece pieno di vita, amici, ed ambizioni.

E, tuttavia, man mano che siamo proiettati avanti nella vita dell’altro Lubin, quello che riusciamo a intravvedere nei brevi intervalli di coscienza che vengono lasciati all’originale, è un uomo che crea per sé, quasi dal nulla, una carriera di successo, dove riesce a contribuire e ad avere un impatto sulla comunità, con una moglie ed un figlio che lo amano e che sono preoccupati dal fatto che ogni tanto questa “disturbante personalità sopita” riemerga, minacciando di scappare per cercare vecchi amici, causando al suo stesso figlio traumi psicologici che lo accompagneranno nel futuro.

Non riusciamo mai a sentir parlare il nuovo Lubin. Non abbiamo mai la sua versione dei fatti. Quello che ci è dato sapere è quello che gli amici del Lubin originale dicono dell’altro lui. Ma come credere che questi siano giudizi sinceri e non traviati dal loro punto di vista? Dall’amore che provano per il loro amico, e dal dolore che sentono nel vederlo scomparire un po’ alla volta?

Da un certo punto di vista, la storia di Lubin è in qualche modo la storia di tutti noi, quando messi a confronto con il procedere della vita. Durante il corso della nostra esistenza cambiamo, a volte solo in pochi aspetti per volta, a volte in maniere più profonde e intrinseche, a causa di esperienze ed eventi che ci succedono. Continuamente, il nuovo noi, colui che emerge apparentemente dal nulla in noi stessi, è costretto ad “uccidere” colui che eravamo.

L’adolescente, per farsi accettare dai coetanei, uccide il bambino che vuole solo giocare ed essere attaccato ai genitori. Il giovane che deve iniziare a lavorare e mantenersi per sé stesso deve ignorare l’adolescente che si lamenta dell’ingiustizia della sua vita e di come le cose gli siano troppo difficili e incomprensibili. L’adulto si prende ancora più responsabilità, nel creare una famiglia ed una carriera. Il vecchio affronta il suo tramonto, affogando le ambizioni passate, creandone di nuove e più consone alla sua situazione attuale.

La nuova personalità è l’opposto dell’originale. Lavora, si crea una famiglia, contribuisce alla comunità. Il dubbio è pertanto se non sia meglio che sia lui  ad avere il sopravvento

La prima sensazione, leggendo l’opera, è che il nuovo Lubin sia un mostro, un parassita emerso dal nulla che si approfitta del Lubin originale, uccidendolo a poco a poco, senza pietà. E, tuttavia, riflettendosi più tardi con calma e considerando gli elementi che vengono raccontati, egli non è una cattiva persona.

Paga personalmente per la casa e per le cure di sua madre, durante la sua tarda età, cosa che il Lubin originale, probabilmente, non sarebbe stato in grado di fare allo stesso modo. Degli amici del Lubin originale, nessuno ha successo, o realizza un granché nella propria vita, sebbene gli restino sempre fedeli e cerchino di fargli godere al massimo quei pochi giorni che gli spettino. Essi tuttavia assomigliano più a dei saltimbanchi, più interessati a divertirsi e godersi il momento, piuttosto che cercare di capire realmente cosa sta succedendo, e a escogitare un qualche piano per aiutare l’amico a guarire o comprendere più chiaramente cosa si nasconde dietro questo fenomeno.

Sebbene sia vero che il secondo Lubin derubi il primo dei suoi giorni, ad un certo punto viene da chiedersi quale altra scelta potesse veramente restargli. Una vita spartita a metà, in quella maniera, stava lentamente rovinando le vite di entrambi. Sarebbero stati incapaci di trovare una relazione sentimentale seria, incapaci di avere carriere stabili con prospettive di miglioramento, incapaci di seguire con cura e passione i propri amici.

In altre parole, un uomo non può servire due padroni. Per questo, uno dei due Lubin doveva morire. E non è una sorpresa che sia il secondo Lubin, colui che studia, che si impegna, che riflette sui problemi e cerca una soluzione, ad essere quello che scopre il modo con cui rimuovere il suo alter-ego.

Solo per pura fortuna, il Lubin originale scopre, dopo aver perso anni, come il suo sosia lo sta soffocando. Non per sua iniziativa personale. Per molto tempo, come anche suggeritogli dalla sua psicoanalista, lui aveva semplicemente subito questa conquista, preferendo scappare dalle sue responsabilità.

E tuttavia il primo Lubin non scompare mai del tutto, come pure il secondo vorrebbe. Lo accompagna per tutta la sua esistenza, fino ai giorni della morte, sebbene in maniera sempre più rada. È come il ricordo di quello che era, di quello che ha lottato così tanto per superare. La traccia del suo passato resta con lui, e sebbene adesso sia un uomo nuovo, sebbene lo abbia dimostrato a tutti coloro che contano nella sua vita, vi è ancora quella traccia, quel fastidioso rimasuglio di ciò che era, che ogni tanto riemerge, minacciando di danneggiare i suoi rapporti personali e professionali. La paura e il terrore di perdere se stesso, da un giorno all’altro, per colpa della follia dell’altro, del suo desiderio di rivalsa. Vivere sapendo che tutti gli sforzi compiuti, tutto il bene fatto, potrebbe essere distrutto dai gesti inconsulti dell’altra parte, immatura, piena di odio e di ripicca. Allora si inizia a comprendere che anche il secondo Lubin ha i suoi problemi, le sue paure, le sue angosce. Mentre il primo Lubin è vittima del futuro, il secondo è vittima del passato.

L’opera si conclude con una piccola, piccolissima rivincita del Lubin originale, che ci fa comprendere quanto in verità la battaglia fosse vana fin dall’inizio. Non c’è stato, sebbene lo avessimo creduto per tutta la durata del racconto, un lato che fosse nel “giusto” e uno che fosse nel “torto”. La stessa persona, lo stesso Lubin, doveva passare attraverso questo dolore, la sofferenza del crescere, e vedere una parte di se stesso morire.

La paura della morte ha radici nel fatto che dobbiamo dire addio a noi stessi dopo tutta la fatica spesa per imparare ad amarci nel corso della vita

È d’altronde, come già ribadito anche da Galimberti nel suo libro “La parola ai giovani”, una delle basi della paura della morte. Passiamo tutta la nostra vita ad imparare ad amarci. Quando siamo poi prossimi alla morte, ci rendiamo conto che dovremo dire addio non solo a tutti gli altri amici ed amati, ma anche e soprattutto a noi stessi, che abbiamo imparato ad accettare ed amare nel corso di una vita intera. Solo che un uomo non vive una sola morte, ma molte. Non una meno crudele dell’altra, e, tuttavia, tutte necessarie ed inevitabili.

 

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