Dopo più di sessant’anni, Orizzonti di gloria riesce ancora a colpire nel segno e a raccontare una storia senza fine di ingiustizia, oppressione e autodistruzione.

Il patriottismo è l’ultimo rifugio di una canaglia.

Duecento anni sono passati e le parole di Samuel Johnson si dimostrano ancora estremamente attuali. Sarà per la loro semplice efficacia. Sarà per l’ostinatezza dell’uomo a seguire perennemente i suoi passi falsi. Corsi e ricorsi storici che rendono frasi come questa sempreverdi, mai datate, indicibilmente scomode. Frasi che mantengono nel tempo la stessa valenza di quando sono state pronunciate con tanto fervore e tanta schiettezza. Frasi forti, che raccontano l’uomo e le sue debolezze.
Non a caso Stanley Kubrick ha voluto inserire queste parole all’interno di una delle sue pietre miliari della cinematografia, Orizzonti di gloria.

 

Orizzonti di gloria

 

 

 

Un anno particolare

Spiccatamente antimilitarista, il film è ambientato durante la Prima Guerra Mondiale, nel 1916, un anno di “stallo”.

Non si riusciva ad avanzare per via del rafforzamento di entrambi i fronti. Chi attaccava, il più delle volte, veniva assalito dall’artiglieria nemica e si vedeva costretto a ritirarsi. Potrebbe sembrare anomalo, dato che si sta parlando di uno dei conflitti più sanguinosi che l’uomo abbia mai generato, ma quell’anno fu caratterizzato da una certa calma. Alcuni la videro come una pausa da quell’estenuante conflitto.

Ovviamente, la guerra era ancora presente e sempre sull’attenti, pronta a tendere imboscate a chi abbassava la guardia. Dopotutto, è pur sempre l’anno di Verdun e la Somme, eventi di portata mastodontica che hanno rimescolato le carte in tavola e che hanno contribuito ad accrescere l’accezione negativa di questo conflitto.

 

Orizzonti di gloria

 

Kubrick ha scelto di raccontare il fronte francese ispirandosi a eventi realmente accaduti. Sebbene la Grande Guerra abbia un ruolo cruciale per l’economia della narrazione, è interessante notare come questa venga messa in secondo piano rispetto alle vicende umane (e disumane) che si vengono a creare.

I titoli di testa sono eloquenti in tal senso, con La Marsigliese che accompagna i nomi di chi ha partecipato alla realizzazione della pellicola, simbolo che allude a un patriottismo forzato, non scelto, bensì imposto. Non solo. È simbolo anche dell’ipocrisia dei personaggi che inondano questo film con la loro scorrettezza e la loro brama di ostentare il potere fornitogli.

Canto rivoluzionario per la libertà trasformato in marcia di oppressione e controllo, fedeltà alla patria e conseguente perdita di fiducia in essa.

La Marsigliese è simbolo dell’ipocrisia dei personaggi che inondano questo film con la loro scorrettezza e la loro brama di ostentare il potere fornitogli.

 

Kirk Douglas

 

 

 

Occhi sul nemico

Un altro indizio che porta a vedere la guerra come qualcosa di accessorio in Orizzonti di gloria sono i colpi di artiglieria che sporadicamente si infrangono nei dintorni delle trincee francesi. Hanno quasi la funzione di promemoria. Fanno ricordare ai superiori mandati al fronte che la guerra è lì, è tangibile, è fatale.

Risulta estremamente interessante vedere come questi ultimi, al suono assordante delle esplosioni, si contraggano spaventati, pensando prima alla propria vita che alla loro “amata” patria. Sono gli stessi atti di codardia che condanneranno tre innocenti soldati alla fucilazione. “Una lezione”, come dice il generale, che serve a tenere in riga i commilitoni per evitare ulteriori diserzioni o insubordinazioni.

In altre parole, per continuare ad avere della carne che vada al macello di sua spontanea volontà, cosicché i superiori non debbano sporcarsi gli stivali e possano assistere al grande spettacolo bellico da palazzi sfarzosi.

 

Orizzonti di gloria

 

I colpi d’artiglieria fanno ricordare ai superiori mandati al fronte che la guerra è lì, è tangibile, è fatale.

Proprio questa differenza di spazi, tra le trincee (claustrofobiche e sporche) e la grande residenza occupata dal comando (bianca e luminosa), mostra la volontà di Kubrick di mettere in contrapposizione due mondi che coesistevano allo stesso tempo a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro. Iconico il cambio di scena tra i generali che brindano “Alla Francia!” mentre si preparano a mangiare e lo stacco sui soldati, tutti in fila e con lo sguardo rassegnato rivolto verso la macchina da presa, che attendono l’ordine di andare a morire nella terra di nessuno.

Inezie, quelle appena riportate, che contribuiscono a rendere estremamente eloquente questa pellicola data 1957, ulteriore prova dell’importanza degli obiettivi raggiunti dalla regia di Kubrick in quegli anni.

 

Kirk Douglas

 

 

 

Mutamenti di sguardo

In Orizzonti di gloria i campi-controcampi classici spariscono in favore di long take o lunghe carrellate che seguono i personaggi nei loro movimenti, molto spesso ingiustificati da azioni specifiche (come quando, nella sequenza iniziale, i generali vagano per la stanza del comando e girano intorno al mobilio, con la macchina da presa che li segue con panoramiche a volte anche molto ampie).

Elementi che, per l’anno nel quale è stato girato, rappresentano un grande salto nel buio per la cinematografia americana, ancora avvinghiata alle regole classiche (anche se qualcosa stava già iniziando a mutare).

Kubrick dimostra la sua ostinatezza ad andare controcorrente anche per la scelta del bianco e nero, segno che sembrerebbe evidenziare la voglia di non spettacolarizzare la guerra con i colori, che in quegli anni avevano invaso Hollywood e gran parte delle sue produzioni più opulente e virtuose a livello visivo.

Scelta, questa, che ripete anche nel suo secondo film apertamente antimilitarista, Il dottor Stranamore (1964), ma che sembra abbandonare con il terzo, Full Metal Jacket (1987), forse per riproporre su schermo i colori di quella Guerra del Vietnam che abbiamo imparato a conoscere tramite le immagini di repertorio, simbolo di un’altra epoca, estremamente diversa rispetto alle precedenti, eppure fatalmente identica nei risultati.

 

Orizzonti di gloria

 

Un altro elemento che colpisce di Orizzonti di gloria è la scelta di non mostrare mai il “nemico”. L’esercito tedesco è come un esercito fantasma, destinato a infestare per sempre il “formicaio”, postazione sopraelevata e ben difesa che il comando francese brama quasi più della fine della guerra.

Non esiste un nemico, non si vede da dove arrivano gli spari. Sembra come se gli uomini muoiano senza alcun motivo, come colpiti da un malessere improvviso.

L’unica volta che vediamo del sangue su dei corpi francesi è quando vengono uccisi dai loro stessi compagni. Il primo è il soldato morto a causa della granata lanciata dal suo sergente, più codardo del suo intero battaglione, che si nasconde dietro (o dentro) la sua bottiglia di cognac; mentre i restanti sono i tre “insubordinati” condannati a morte.

Per il resto, i soldati francesi o cadono a causa dell’artiglieria durante la carica imposta dal generale (senza che venga mostrata neanche una goccia di sangue) o sono già morti, ammassati nelle trincee. Sembra, quindi, che l’unica vera minaccia per la vita dei soldati sia proprio la patria che sono costretti a servire.

 

Orizzonti di gloria

 

Non esiste un nemico, non si vede da dove arrivano gli spari. Sembra come se gli uomini muoiano senza alcun motivo, come colpiti da un malessere improvviso.

L’unico personaggio in Orizzonti di gloria che appare a schermo per rappresentare il “fronte opposto” è una ragazza tedesca in lacrime che viene costretta a cantare per i soldati francesi in congedo temporaneo. Se dapprima le urla e i rozzi schiamazzi dei soldati sovrastano la voce della giovane fanciulla, dopo qualche secondo la quiete scende tra i commilitoni. Si accorgono che il nemico che stanno combattendo, quello che non riescono a vedere, che porta via le loro vite come una folata di vento fa con le foglie, ora si trova davanti a loro, spaventato.

Quella è la minaccia che la loro patria vuole sconfiggere con tanto fervore, anche a costo di sacrificare vite umane in favore di un esempio che non istruisce nessuno.
Davanti a quella verità così innocente, ma così poderosa, non possono fare altro che versare lacrime insieme al loro “nemico”. Tutti piangono. E si ritorna al fronte, a fissare con rinnovata consapevolezza quell’orizzonte così vicino e quella gloria così lontana.