Il futuro dell’esplorazione spaziale sarà sempre più femminile (finalmente)

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11 mesi fa

9 minuti

La NASA, con la missione Artemis, ha recentemente proclamato che metterà la “prima donna e il prossimo uomo” sulla Luna entro il 2024. Nonostante quasi 60 anni di voli spaziali umani, gli astronauti sono stati per la stragrande maggioranza uomini e le donne si trovano ancora nel territorio dei “primi”.

La prima donna nello spazio fu la cosmonauta Valentina Vladimirovna Tereshkova, che orbitò attorno alla Terra 48 volte dal 16 al 18 giugno 1963.

Il viaggio della prima cosmonauta Valentina Vladimirovna Tereshkova venne politicizzato dall’URSS.

Il suo viaggio fu reso simbolico nella propaganda della guerra fredda per dimostrare la superiorità del comunismo. Al congresso mondiale delle donne del 1963, la leader sovietica Nikita Krusciov usò il viaggio di Tereshkova per dichiarare che l’URSS aveva raggiunto l’uguaglianza per le donne (a differenza degli Stati Uniti).

Questa storia ha parlato al cuore di tutte le donne del mondo che hanno sognato di poter viaggiare anche loro nello spazio. Ekaterina Ergardt, una contadina statale sovietica, scrisse a Tereshkova:

Ho ottant’anni. Ho iniziato a vivere negli anni dell’inizio della lotta delle donne per una vita di libertà e uguaglianza … ora la strada per lo spazio è aperta per le donne.

Nonostante questo ottimismo, passarono ben 19 anni prima che un’altra donna potesse avventurarsi oltre la Terra.

Ma cosa era successo negli Stati Uniti e perché non furono loro ma l’Unione Sovietica a  mandare la prima donna nello spazio?

William Randolph Lovelace II, medico americano laureato ad Harvard iniziò un programma di selezione privato per astronaute donne non riconosciuto dalla NASA.

Negli Stati Uniti, le donne sono state escluse dallo spazio a causa della restrizione secondo cui gli astronauti dovevano essere piloti di test militari, una professione vietata al gentil sesso.

Mentre i primi astronauti americani, conosciuti come Mercury 7, si stavano addestrando negli anni ’60, William Randolph Lovelace II, un medico americano laureato ad Harvard e appassionato di aviazione che aiutò a mettere a punto i vari esperimenti e le linee guida per la scelta dei più promettenti piloti da trasformare in astronauti per il programma Mercury, iniziò un programma di selezione privato su astronaute donne, non riconosciuto dalla NASA (con la quale però continuava a collaborare).

Jerrie Cobb accanto a una capsula Mercury

Lovelace era amico di Jacqueline Cochran, un’aviatrice statunitense pioniera del volo e detentrice di record internazionali, prima donna a rompere il muro del suono, ad aver pilotato un bombardiere e ad aver attraversato l’Atlantico su un aereo a reazione.

Fu forse questo legame, insieme alla consapevolezza che il fisico femminile, più minuto e compatto, sembrava più adatto alle prime capsule spaziali, a convincere Lovelace a iniziare il programma che venne poi chiamato Mercury 13, di cui venne anche fatto un documentario nel 2018 distribuito da Netflix.

Il programma prevedeva di sottoporre le candidate alla stessa batteria di test in tre fasi, fisici, psicologici e di simulazione spaziale, affrontati dai piloti uomini. La prima batteria includeva prove durissime e al limite della sopportazione fisica, che però 13 donne, scelte tra centinaia di profili e su una ventina di candidate finali, superarono egregiamente.

La prima fu Geraldyn (“Jerrie”) M. Cobb, una pilota che nel 1959, a 28 anni, era già dirigente nell’industria aeronautica e aveva alle spalle diecimila ore di volo sebbene non su jet da combattimento, perché l’accesso alla carriera militare era all’epoca ancora preclusa alle donne.

Le altre furono Myrtle Cagle, Janet Dietrich, Marion Dietrich, Wally Funk, Sarah Gorelick, Janey Hart, Jean Hixson, Rhea Hurrle, Gene Nora Stumbough, Irene Leverton, Jerri Sloan, Bernice Steadman: donne dai 23 ai 41 anni, piloti con almeno 1.000 ore di volo alle spalle, più di quelle segnate nel curriculum di alcuni astronauti poi scelti per il programma Mercury.

Alcune di queste candidate – denominate Mercury 13 o Fellow Lady Astronaut Trainees – passarono anche la fase II (con test psicologici e sessioni in vasche di deprivazione sensoriale). Jerrie Cobb superò anche la fase III, condotta su attrezzature militari.

Ma la NASA non era convinta.

Quando però fu il momento degli ultimi test, che richiedevano il vaglio dei medici militari della Scuola Navale di Medicina Aeronautica, in Florida, la marina militare non accettò le candidate, in assenza di un’autorizzazione ufficiale della NASA.

A nulla valsero i tentativi di Cobb e colleghe di scrivere al Presidente Kennedy e al vicepresidente Johnson, per essere ricevute, o di far indire un’audizione pubblica davanti a un Comitato del Congresso americano, nel 1962.

In questa circostanza, si rivelò determinante la testimonianza della Cochran, che in un inatteso cambio di casacca dichiarò che la presenza di astronaute donne avrebbe potuto danneggiare la NASA nella corsa allo Spazio affermando che il tempo era essenziale, e che procedere come previsto, ossia senza donne, era il modo migliore per battere i sovietici nella corsa allo spazio.

L’iniziativa di Lovelace si arenò in questa lotta per la parità di genere, per cui i vertici militari e la NASA non erano ancora pronti.

Nella sua testimonianza, Jerrie Cob, candidata all’astronauta di Mercury 13, ha dichiarò:

Trovo un po’ ridicolo quando leggo su un giornale che c’è un posto chiamato Chimp College nel New Mexico dove si stanno addestrando scimpanzé per il volo spaziale, di cui uno si chiama Glenda. Penso che sarebbe altrettanto importante lasciare che le donne si sottopongano a questo addestramento per il volo spaziale.

Jerrie Cob sarebbe stata pronta a prendere il posto di uno scimpanzé, se quello fosse stato l’unico modo per andare nello spazio.

Peccato perché alla fine gli americani così persero due volte sia perché il primo cosmonauta fu il russo Jurij Gagarin, sia perché anche la prima donna nello spazio, che fu Valentina Vladimirovna Tereškova venne lanciata dai sovietici nel 1963.

Un po’ triste pensare che le prime donne sulla Luna furono “compagne di giochi” stile Playboy, sotto forma di immagini scherzosamente incluse nelle liste di controllo degli astronauti dell’Apollo 12. I loro nomi erano Cynthia Myers, Angela Dorian, Reagan Wilson e Leslie Bianchini.

I corpi delle donne erano paragonati al paesaggio lunare: entrambi oggetto della conquista maschile.

D’altra parte nella cultura popolare degli anni ’60, le donne erano spesso associate alla magia e alle emozioni piuttosto che alla scienza e alla tecnologia.

La sitcom I Dream of Jeannie tradotto in italiano Strega per amore descriveva la relazione tra un astronauta americano e un magico “genio della lampada” donna, fantasiosamente chiamato Jeannie.

Larry Hagman e Barbara Eden in Strega per amore

La NASA era un consulente per la serie, che rispecchiava eventi spaziali reali. Jeannie rappresentava la seducente femminilità orientale in opposizione agli astronauti maschili.

Il messaggio era chiaro: le donne dovevano rimanere a casa.

Dal grembiule alle passeggiate nello spazio

Le cose in pochi anni cambiarono però perché negli anni ’70, il movimento femminile aveva fatto passi da gigante e la NASA doveva adattarsi.

Le prime donne furono ammesse all’addestramento degli astronauti nel 1978. Per non essere da meno, l’URSS portò più donne nel suo programma.

Nel 1982 Svetlana Savitskaya visitò la stazione spaziale Salyut 7, diventando la seconda donna nello spazio e la prima a eseguire una passeggiata spaziale. Ma non le era permesso dimenticare la natura del lavoro delle donne: quando arrivò, i suoi colleghi maschi le regalarono un grembiule.

L’anno seguente, Sally Ride volò come specialista di missione sullo Space Shuttle Challenger, diventando la prima donna americana nello spazio. La prima donna americana a camminare nello spazio fu Kathryn Sullivan nel 1995.

Nel 21 ° secolo, ci sono ancora ostacoli alla pari partecipazione delle donne allo spazio.

A marzo 2019 la prima passeggiata spaziale per sole donne è stata annullata perché non c’erano abbastanza tute spaziali di medie dimensioni. Le astronaute Christina Koch e Jessica Meir hanno successivamente realizzato l’impresa nell’ottobre 2019.

Discutendo della cancellazione, l’amministratore della NASA Ken Bowersox ha chiarito che il corpo ideale dell’astronauta è ancora quello maschile. Ha incolpato la bassa statura media delle donne, dicendo che sono meno in grado di “raggiungere e fare le cose un po’ più facilmente”.

Ma sono davvero i corpi delle donne il problema o è un mondo spaziale costruito per gli uomini? Come sarebbe la tecnologia spaziale progettata da e per le donne?

C’è un enorme divario di genere nello spazio. Ci sono state molte meno ricerche sugli effetti della microgravità sui corpi delle donne rispetto a quelle sugli uomini.

Tuttavia, le donne potrebbero essere astronauti ideali. La resistenza fisica e l’altezza non sono svantaggi in condizioni di microgravità.

Le donne usano meno cibo e ossigeno, mantengono meglio il loro peso con diete limitate e creano meno rifiuti. Sally Ride sostiene che

l’assenza di gravità è un grande equalizzatore.

L’accesso delle donne allo spazio, non solo come astronauti ma come utenti e creatori di servizi spaziali come l’osservazione della Terra e le telecomunicazioni satellitari, è ancora tutt’altro che paritaria. Ma ci sono segni di progresso.

Uno è il programma Space4Women gestito dall’Ufficio delle Nazioni Unite per lo spazio cosmico (UNOOSA), che mira a garantire che

i benefici dello spazio raggiungono le donne e le ragazze e che le donne e le ragazze svolgano un ruolo attivo e paritario nella scienza, nella tecnologia, nell’innovazione e nell’esplorazione dello spazio.

Come ha osservato la direttrice dell’UNOOSA, Simonetta di Pippo, il 40% degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite si basa sull’uso della scienza e della tecnologia spaziali.

Il piano della NASA di far sbarcare una donna sulla Luna è un altro segno positivo e nel frattempo piano piano anche le donne iniziano a raccogliere i loro record, come nel caso recente dello scorso febbraio dell’astronauta della NASA Christina Koch ha completato il singolo volo spaziale più lungo di sempre per una donna.

Nel 1964, Valentina Tereshkova espresse il suo desiderio di andare sulla Luna, ma non fece mai un altro volo spaziale.

Nel suo tour mondiale post-orbita nel 1964, Valentina Tereshkova espresse il suo desiderio di andare sulla Luna, ma non fece mai un altro volo spaziale.

Ora a 83 anni, la dott. Tereshkova ha avuto una illustre carriera scientifica e politica e rimane un membro in carica del parlamento russo. Vedere una donna mettere piede sulla superficie lunare durante la sua vita rappresenterebbe per lei e per il mondo un grande segnale di avanzamento nella parità di genere.

 

 

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