Recensione The Irishman: suonala ancora, Martin

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1 anno fa

6 minuti

Martin Scorsese mette un punto al genere gangster movie: The Irishman è il canto del cigno di “quei bravi ragazzi”, sia quelli che hanno vissuto solo sul grande schermo, sia quelli in carne e ossa, diventati negli anni la sua famiglia, a cominciare da Robert De Niro.

Pistola aggredisci, coltello scappa”: una regola semplice, che chiunque si sia ritrovato a maneggiare armi o a lottare per la propria vita conosce. Frank Sheeran (Robert De Niro), soprannominato “The Irishman” (l’irlandese) lo sa bene, visto il suo lavoro da “imbianchino”: non uno che pittura i muri con la vernice, ma col sangue.

 

 

Veterano di guerra e dipendente di una macelleria, Frank viene notato da Russell Bufalino (Joe Pesci), italoamericano a capo di un’importante famiglia mafiosa, diventando uno dei suoi soldati più fedeli, nonché amico quasi fraterno.

La loro è un’intesa perfetta, tra uomini che parlano poco e agiscono molto, fino a quando non arriva Jimmy Hoffa (Al Pacino), capo dell’International Brotherhood of Teamsters (Fratellanza Internazionale degli Autotrasportatori) a completare il triangolo: colluso con la criminalità, Hoffa è carismatico e prende a cuore Sheeran, che da sua guardia del corpo si trasforma nel confidente più intimo.

 

 

 

 

Non importa se si sia d’accordo o no con le sue idee: se si ama il cinema, quando Scorsese parla si ascolta. E lo si fa guardando le immagini che ha creato.

Tratto dal romanzo I Heard You Paint Houses di Charles Brandt, The Irishman arriverà su Netflix (l’unica disposta a concedere i 160 milioni che il film richiedeva) il 27 novembre, dopo una lavorazione dai tempi biblici e una valanga di polemiche. Presentato in anteprima italiana alla 14esima Festa del Cinema di Roma, il film è una summa dell’opera di Martin Scorsese e in particolare del genere gangster movie, che il regista di New York ha reso immortale. Non importa se si sia d’accordo o no con le sue idee: se si ama il cinema, quando Scorsese parla si ascolta. E lo si fa guardando le immagini che ha creato.

 

 

The Irishman: Martin Scorsese mette un punto al genere gangster movie

Scorsese ha cominciato una crociata personale contro l’intrattenimento “fatto in serie”

I film Marvel non sono cinema, sono parchi di divertimento”: fin dall’anteprima mondiale di The Irishman al New York Film Festival lo scorso 27 settembre, Martin Scorsese ha cominciato una crociata personale contro l’intrattenimento “fatto in serie”, che secondo lui sta rovinando generazioni di giovani cinefili, che cresceranno convinti che il cinema sia soltanto questo.

Scorsese è un vecchio rosicone, si è rimbambito, Scorsese non ha più nulla da dire”: queste le repliche di chi ama i film sui supereroi o di chi, giustamente, crede che non si debba fare snobismo tra generi cinematografici.

Nonostante sia evidente che il regista (uno degli storici del cinema più colti e raffinati in circolazione) abbia intenzionalmente iniziato una guerra mediatica (a cui si sono accodati Francis Ford Coppola e Ken Loach), un genio come Martin Scorsese non si può liquidare semplicemente con un “è finito”.

 

 

Scorsese ripercorre la sua carriera, i successi, il proprio percorso artistico e umano, mettendo sulla bilancia tutto: la famiglia, gli amici, il lavoro, il senso di colpa, gli interrogativi mai risolti sulla fede.

Se si guarda The Irishman tutto ha un senso: l’epopea di Frank Sheeran, Bufalino e Hoffa comincia come un classico film di criminali, ma ben presto si trasforma in altro. In 209 minuti (che non pesano mai) Scorsese ripercorre la sua carriera, i successi, il proprio percorso artistico e umano, mettendo sulla bilancia tutto: la famiglia, gli amici, il lavoro, il senso di colpa, gli interrogativi mai risolti sulla fede.

Per fare questo ha voluto accanto a sé il compagno di una vita, Robert De Niro, che in The Irishman diventa davvero il suo alter ego: combattuto tra famiglia di sangue e famiglia criminale, diviso tra l’amicizia di un uomo silenzioso e quella di uno irruente, Sheeran incarna il vissuto del regista, che nel terzo atto dà forma una delle più malinconiche rappresentazioni della mortalità umana.

 

 

 

 

The Irishman è quindi la summa del cinema sui criminali di Scorsese e quindi, paradossalmente, proprio l’equivalente di Avengers: Endgame per i cinecomic. Un po’ quello che Ready Player One è stato per Steven Spielberg e il cinema d’avventura.

Non solo: per poter avere accanto a sé De Niro, Pesci, Pacino (tutti da Oscar, soprattutto Pesci) e anche Harvey Keitel a diverse età, il regista ha chiesto aiuto alla Industrial Light & Magic di George Lucas per avvalersi di una tecnologia in grado di ringiovanire gli attori, molto simile a quella usata per Samuel L. Jackson in Captain Marvel.

 

 

Martin Scorsese: il re dei movimenti di macchina ha ancora molto da dire

In Il bello del mio mestiere (edito da Minimum Fax), che raccoglie molti degli scritti del regista sul cinema e sulla sua vita, Martin Scorsese racconta anche di quando da piccolo, figlio di immigrati italiani e malaticcio (soffriva gravemente di asma) si rifugiava in sala invece che giocare all’aria aperta.

Le storie sul grande schermo sono diventate i suoi amici, il suo universo. Per farsi ascoltare dal mondo il ragazzo gracile del Queens è quindi diventato uno dei più influenti e seminali registi del mondo.

E quando sei per decenni uno dei più grandi (se non il più grande) sentire il tempo che passa non deve essere facile, soprattutto per un autore dalle idee inesauribili, con un progetto sempre pronto e una voglia di fare smodata.

 

 

Come i personaggi dei suoi film, Martin Scorsese è sempre affamato: di creatività, di volti, di successo, di riconoscimenti

Come i personaggi dei suoi film, Martin Scorsese è sempre affamato: di creatività, di volti, di successo, di riconoscimenti, si infervora e incassa colpi, reagisce ai fallimenti, si interroga sulle strade da seguire, fa di tutto per realizzare le proprie idee (addirittura mettere a punto una nuova tecnologia!).

In una parola è profondamente umano. E gli esseri umani sono per loro natura imperfetti, contraddittori, pieni di pulsioni irrazionali, sentimenti alti e bassi. Si può capire quindi perché ce l’abbia tanto con i film di supereroi, lui che, insieme a Lucas, Spielberg, Coppola e Brian De Palma ha dato vita alla New Hollywood, più vicina alla cultura europea e che (almeno inizialmente) voleva essere libera e indipendente dai grandi Studios. È un’era che finisce e a Scorsese non va giù.

 

 

Proprio come il regista, Frank Sheeran non ci sta ad accettare la fine che si avvicina e infatti dice: “Uscendo lasci la porta un poco aperta, non mi piace sia chiusa del tutto”.

Come Woody Allen e Clint Eastwood, Martin Scorsese molto probabilmente continuerà a stare dietro la macchina da presa fino all’ultimo istante: e noi gli auguriamo di poterci regalare ancora molti film come questo, nonostante i demoni personali e le dichiarazioni al vetriolo. Perché vuol dire che sarà ancora vivo, lucido, pieno di idee e pronto a regalarci momenti di bellezza assoluta.

 

The Irishman arriva su Netflix a partire dal 27 novembre.

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