Era il 1978 quando uscì il film che avrebbe reso la festa di Halloween qualcosa di indimenticabile per una legione di spettatori amanti dell’horror.

John Carpenter, maestro indiscusso, era un giovane arrembante che ci ha regalato un film e una colonna sonora capaci di risuonare negli incubi di milioni di persone.

Senza contare la nascita di colui che, senza timore alcuno, troneggia sui competitor nella gara del boogeyman più temibile di sempre.

Michael Myers è un caso eccezionale nella storia del cinema horror.

Ed è tornato… anche nel 2018.

 

 

All’apparenza può sembrare il classico mostro indistruttibile e senza volto, ma in realtà dietro alla sua stazza si nasconde molto di più.

Figlio di un autore – di genere, certo, ma sempre autore – Myers è in realtà molto più di quanto molti appassionati di cinema intendono. Per lui, che pure è una perfetta macchina per uccidere, non è importante il body count, lo stile o lo splatter.

Per Michael l’atto stesso dell’uccisione è una forma d’arte, preparata con inesorabilità, infallibilità e pazienza. Nel 1978, Halloween non era altro che un horror indipendente con un budget di 320.000 dollari.

 

 

La presenza del noto attore Donald Pleasance era la “cartina tornasole” e Jamie Lee Curtis era una giovane promessa che nessuno conosceva.

Il cattivo? Aveva un aspetto per nulla impressionante e un costume che poteva farsi chiunque con, boh, meno di 15 dollari.

Una tuta blu da lavoro poteva costarne 10, e la celebre maschera del Capitano Kirk – William Shatner poi verniciata con la bomboletta valeva forse 2 dollari.

Se ti avessero detto che un look simile avrebbe generato uno dei più grandi personaggi del genere horror, che avresti pensato all’epoca?

Andiamo al film originale. Non ci sono moltissime uccisioni nell’originale Halloween, e ancor meno sangue. Michael, a differenza di quelli che diventeranno i suoi “colleghi e avversari” Jason (Vorhees) e Freddy (Kruger), non ha personalità precisa.

Non vediamo molto di lui: non un indizio di viso, non gli occhi, non dettagli significativi.

Quando lo facciamo, sembra tutto sbagliato. Quando la maschera si allontana dal viso, sembra che niente sia al suo posto.

La sua missione è ammazzare la sorella e quanti si mettono sulla sua strada. Come in tutte le belle favole horror, il mostro non muore mai: Michael Myers può subire ogni genere di ferita, ma tornerà sempre in vita.

È Halloween….. tutti hanno diritto a un buon spavento.

Magari Carpenter non aveva intenzione di realizzare un personaggio leggendario, ma solo un “semplice” uomo nero.

Magari dare caratteristiche interessanti al killer non gli interessava davvero.

Magari il cinefilo pedante può affermare che Michael è solo un sottoprodotto da drive-in di Norman Bates (Psycho) + Leatherface (The Texas Chain Saw Massacre).

Ma, guarda caso, Halloween ha partorito la figura dell’orrore perfetta.

 

 

Senza forma, senza parola, senza contorni. La morte incarnata.

Halloween ha dato l’avvio a quello che è stato un sotto-genere codificato, copiato, parodiato (Scream).

Sette sequel tra il 1981 e il 2002, un remake e sequel diretto da Rob Zombie (amati e odiati in egual misura), e ora un sequel diretto della pellicola originale – che bypassa tutti gli altri – diretto da David Gordon Green e co-scritto da Danny McBride.

La strada di quello che doveva intitolarsi “The Babysitter Murders” è stata molto lunga, a partire dall’idea geniale di marketing di trasformare tutto in una celebrazione di “Halloween”.

Anche in questo Michael è stato precursore: hanno preso nota i film e gli assassini che utilizzano le date per farsi ricordare e spuntare fuori… Venerdì 13 su tutti.

 

 

Carpenter era a capo di quello che descriveva come “solo un gruppo di ragazzi che cercano di fare un film“.

Tutti facevano 10 lavori, anche un promettente scenografo e montatore di nome Tommy Lee Wallace, futuro regista di IT, versione televisiva.

La pazzesca sequenza iniziale in steadycam, quattro minuti e mezzo attraverso gli occhi dell’assassino, è nella storia del cinema.

Il colpo di scena che apre le danze sul piccolo Myers è solo l’inizio dell’incubo.

Come la maschera gli viene tolta, una crea di nuovo la sua (non) vita, quindici anni dopo.

Il regista del nuovo film, David Gordon Green, sa perché: “La maschera sembra quella di un clown triste. Dentro ci si proiettano le nostre paure. Meno sai di lui, meglio è… per il tuo terrore. Lui compare, e tu muori.”

Ecco perché, probabilmente, il nuovo film cancella sequel troppo caricaturali e remake che cercano di fare backstory e salta a 40 anni dopo, riportando a zero l’orologio del personaggio.

 

 

The Shape

 

Che sia un segno metacinematografico o una semplice coincidenza, non si può non pensare che l’uomo che ha dato corpo all’originale Micheal Myers, Nick Castle, era un compagno di John Carpenter alla scuola di cinema.

Con una paga di 25 dollari al giorno, Nick ha dato corpo alla “sagoma” che tormenta gli incubi degli appassionati di horror.

Già, la “figura”, la “sagoma”, come viene chiamato Michael quando indossa la maschera. Michael ha un nome, il suo nome, quando non indossa la maschera.

Con quella addosso, nei credits a fine pellicola, è solo The Shape. Altra intuizione geniale di Carpenter e soci.

 

 

Il regista aveva un solo consiglio per Nick: “Non recitare, cammina!”, e lui, di sicuro, sapeva camminare come solo un killer sapeva.

Il vero punto di forza di Halloween è infatti la regia di Carpenter, che quel camminare, quello sparire e riapparire, riesce a inquadrarlo e dosarlo in modo perfetto. Come nessuno mai dopo di lui.

The Shape, la sua immagine, è lì da qualche parte, ma tu non lo sai: potrebbe essere dietro di te, dall’altra parte della strada, sotto il letto o fuori dalla finestra.

Un gioco di inquadrature, angoli oscuri, tagli e fessure da cui Michael potrebbe uscire. Il suo emergere dall’oscurità è sempre un brivido.

E quando scompare per l’ultima volta, quando regala l’ultimo brivido, non è un brivido disonesto. Per Micheal il jump-scare non serve, l’idea di un sequel non era obbligata.

The Shape doveva solo sparire, come sparisce la notte quando arriva l’alba, ma rimanere presente come il Male, che incombe in ogni momento su ognuno di noi.

 

 

 

 

Ed eccoci ad Halloween del 2018, che fortunatamente non cerca di rifare lo stile registico di Carpenter, ma trasforma la lentezza del primo capitolo in una visione più rapida.

Torna Nick Castle, torna Jamie che si “ripulisce” dal sequel postmoderno H20 troppo condizionato da Scream

Lo slasher, alla fine, è il vero trionfatore della sfida tra Michael e Laurie.

Lo slasher, genere bistrattato ma fatto di un solo coltello che fischia nell’aria fino a piantarsi nella carne, è il non-morto, il mostro immortale che torna sempre a fare capolino nell’horror.

Non si può uccidere l’uomo nero.

Si può solo sperare che non sia lui a ucciderti.

Sempre.