Intervista a Karen Cleveland, autrice di “Solo la Verità”

4 anni fa

7 minuti

Negli scorsi giorni siamo stati presso la sede di DeAgostini, a Milano, dove abbiamo potuto intervistare Karen Cleveland, ex agente della CIA e autrice del thriller “Solo la Verità”.

Quello di Solo la Verità è un vero e proprio caso editoriale di cui chiunque apprezzi questo genere di racconti avrà già sentito parlare. Definito da John Grisham come “un thriller che si divora in una notte, originale, incalzante e perfettamente orchestrato” il libro è stato molto apprezzato sui due lati dell’Atlantico per la sua capacità di proiettare i lettori nel cuore dell’attualità e nel dilemma di una donna costretta a lottare per tutto ciò in cui ha sempre creduto. Attualmente in corso di traduzione in oltre trenta paesi, diventerà anche un film prodotto e interpretato da Charlize Theron per la Universal Pictures.

Nel corso di una round table presso la sede milanese dell’editore DeAgostini abbiamo avuto modo di intervistare la trentacinquenne autrice del romanzo Karen Cleveland, che ha lavorato nei servizi segreti americani per ben otto anni, sei dei quali trascorsi a combattere il terrorismo. Di seguito la sinossi del romanzo e domande e risposte con l’ex agente della CIA.

 

Sinossi

Pochi clic separano Vivian Miller, analista del controspionaggio della CIA, dal suo obiettivo. Un algoritmo da lei ideato, due anni di ricerche, svariati tentativi falliti: tutto precipita verso la breve sequenza di gesti che le consentirà di violare il sistema operativo di Jurij Yakov e smascherare una rete di spie russe presenti sul territorio degli Stati Uniti d’America.

Ma quando la cartella “amici” rivela finalmente il suo contenuto, il mondo di Vivian crolla in un istante. Perché a restituire lo sguardo dal pc di Yakov sono gli occhi scuri e profondi di Matt. Il suo Matt. L’uomo della sua vita e padre dei suoi quattro figli. Di colpo non è più solo il futuro professionale di Vivian a essere in discussione, ma il suo presente, il suo passato.

Mentre dentro di lei ogni certezza va in pezzi, la memoria corre a ritroso: l’incontro fortuito e quel caffè rovesciato sulla camicia di Matt (le goffe scuse di lei, il sorriso di lui); il primo appuntamento nel ristorante italiano; l’improbabile proposta di matrimonio in aeroporto; la ricerca della casa perfetta nei sobborghi di Washington; la nascita di Luke. Una bugia lunga dieci anni. Un incubo privato destinato a trasformarsi  in un concitato intrigo politico dove la posta in gioco si fa di ora in ora più alta.

 

 

 

 

Francesco: Il libro sta diventando un vero e proprio fenomeno editoriale, come vivi la cosa? Te l’aspettavi, anche in relazione al forte interesse per una protagonista femminile che non è comune da trovare in questo tipo di storie?
Karen: Essendo io una donna e avendo lavorato per otto anni nella CIA come analista, come del resto la protagonista del romanzo, è stato davvero naturale scrivere il libro da questa prospettiva che sentivo molto personale. Anche se i romanzi di genere in effetti sono pieni di figure maschili non c’è niente di strano nell’essere una donna e lavorare per l’intelligence, anzi gran parte dei miei ex colleghi erano donne. Credo che sia positivo portare anche questo punto di vista ed è strano che ci siano ancora pochi romanzi che analizzino la presenza e la prospettiva femminile all’interno di queste professioni.
In merito al grande successo che il libro ha raccolto ancor prima della pubblicazione a livello internazionale posso dire che è stata un’esperienza pazzesca e inaspettata. Io ho inviato il manoscritto completato durante il congedo di maternità per il mio secondo figlio (quindi in condizioni anche abbastanza estreme) a una serie di agenti, tra cui c’era anche David Kenneth, il mio attuale agente, che è l’uomo dietro a Grisham e ad altri incredibili autori del genere e mi ritengo fortunatissima ad averlo colpito perché grazie al suo aiuto nel giro di pochi giorni ho ricevuto offerte di pubblicazione da molti importanti editori e anche la proposta da parte di Universal per la realizzazione del film.
Com’è essere una donna che lavora nella CIA, e come reagiscono le persone quando scoprono che hai lavorato lì? Ti veniva permesso di raccontare ad amici e conoscenti della tua professione?
Diversamente dall’immagine che spesso si ha dell’agenzia, anche per via dei media e dell’esasperazione di certe situazioni, la CIA è un ottimo luogo in cui lavorare anche se sei una donna, davvero. C’è una parità di genere che tantissime altre professioni non hanno, i ruoli di potere non sono sempre ricoperti da figure maschili e questo aspetto traspare dal libro anche, sono stata piuttosto biografica a riguardo. Poi certo, dire che lavori per la CIA non è proprio una cosa comune, ma è permesso nei limiti, purché non si compromettano informazioni riservate o sensibili, come per qualsiasi forza dell’ordine in realtà.
Una delle tematiche portanti del racconto è la scoperta che il compagno di vita della protagonista non è chi dice di essere. Talvolta si pensa di conoscere davvero qualcuno e quando scopriamo determinati segreti tutto cambia: come ti sei rapportata nel strutturare questo intreccio domestico così delicato?
Assolutamente, nella vita reale soprattutto quando si incontra un partner in età adulta, non c’è modo di sapere se quello che ti ha raccontato del suo passato e delle sue esperienze è vero o no, sostanzialmente tocca fidarsi l’uno dell’altro e prendere per buono quello che ti viene detto. Questo mi ha sempre fatto molto riflettere ed è uno spunto che ho voluto ampliare rendendolo centrale nel romanzo, ma non si riferisce assolutamente a esperienze dirette nel mio rapporto coniugale o in quello di conoscenti e/o colleghi. Potrebbe però accadere realmente, questo sì. La storia è verosimile e anche di recente sono state trovate cellule russe dormienti sul territorio degli Stati Uniti, perfettamente integrate nel tessuto della società in cui ormai vivono anche da generazioni.
In riferimento alla trasposizione cinematografica invece, visto che di recente il tema dello spionaggio è tornato prepotentemente sugli schermi con due film piuttosto diversi tra loro come Atomica Bionda e Red Sparrow, e che in generale tramite film e serie tv si abusa spesso di luoghi comuni su CIA e FBI, come pensi siano stati trattati questi temi in termini di verosimiglianza con il lavoro d’intelligence? E gli agenti, nella vita reale, vivono il lavoro semplicemente come tale o quasi come una missione di vita?

Spesso purtroppo film e altri prodotti d’intrattenimento sullo spionaggio riportano una visione molto irrealistica e romanzata del lavoro d’intelligence, ma tante volte anche la realtà in cui viviamo oggi sa essere più delirante e assurda delle trame di questi film.  In riferimento alla seconda parte della domanda direi di sì, molti vivono il lavoro alla CIA come qualcosa di più grande di un semplice lavoro, come una missione, appunto, che non va però visto con chissà quale connotazione epica o da film.

Si avverte una fortissima responsabilità facendo questo lavoro, io personalmente sono entrata nell’agenzia in seguito alla morte di un caro amico nella tragedia dell’11 settembre e molti altri agenti intraprendono la carriera d’intelligence con questo tipo di motivazione. Poi a differenza di quello che ho fatto io, cambiando dopo otto anni per dedicarmi alla scrittura e ad essere mamma a tempo pieno, molti passano tutta la vita concentrandosi giorno e notte sul loro lavoro in agenzia. C’è gente che dedica davvero la vita alla causa, e detesto che troppo spesso si punti mediaticamente il dito contro gli errori che, in quanto esseri umani, anche gli agenti compiono, senza quasi mai evidenziare i loro successi e meriti.

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