Harukichi Shimoi: La Katana tra i denti

5 anni fa

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Ci sono momenti della storia che spesso si dimenticano oppure si cancellano per tanti motivi sopratutto se questi sono dolorosi o alquanto bui. Eppure ogni storia merita di essere raccontata sopratutto se è un tassello importante nel ponte tra due mondi.

Era il 20 ottobre del 1883 e nella provincia di Fukuoka, in Giappone, veniva al mondo il protagonista di questo racconto.

Harukichi Shimoi, questo il suo nome, era un uomo dalla statura decisamente piccola e magra, con folti capelli scuri e delle grosse sopracciglia a fare da contorno ai suoi occhialini tondi. Intellettuale  e amante della poesia si era innamorato dell’Italia e dei suoi poeti. Sognava ad occhi aperti leggendo Dante.

Laureatosi a Tokyo in Anglistica, grazie all’intercessione del marchese Guiccioli, ambasciatore italiano nel paese del Sol Levante, riuscì ad ottenere una cattedra come insegnante di giapponese all’Istituto orientale di Napoli che in quegli anni brillava nel panorama accademico europeo.

Li vivrà i suoi anni migliori, respirando la cultura partenopea, parlando e scrivendo in lingua napoletana, da professore fino al suo ritorno in Patria decenni dopo.

Era un’epoca di grande amore per la cultura e le giornate di Harukichi passavano frenetiche, insegnava, partecipava ad attività letterarie, scopriva nuovi scrittori e si dedicava anima e corpo alla rivista da lui fondata. Sakura, il fiore di ciliegio.

Due culture iniziavano a conoscersi ed amarsi.

Fu il primo periodico in assoluto che portava nel nostro paese notizie dal Giappone e traduzioni di storie e poesie dal giapponese all’italiano. Due culture iniziavano a conoscersi ed amarsi.

Gli anni passarono pero’ in fretta e da li a poco sarebbe avvenuto l’evento che sconvolgerà ogni continente del pianeta senza poter tornare indietro. La prima guerra mondiale.

Scoppiata la guerra, nel 1915, l’Italia ne prese parte e si buttò a capofitto nel conflitto convinta di poter portare a termine l’unità territoriale che tanti anni prima aveva iniziato a costruire e sognare.

Nonostante il fronte fosse molto lontano dalla città all’ombra del Vesuvio, Harukichi sentiva che doveva fare la sua parte per difendere il nostro paese e ricambiare l’affetto che gli italiani avevano dimostrato a lui. Decise quindi senza pensarci troppo di arruolarsi come volontario.

Gli fu dato un posto da ufficio presso lo stato maggiore, ma non era soddisfatto. Si sentiva ancora in debito. Prese il coraggio e andò allora dal generale Caviglia, il comandante delle truppe, e chiese di essere mandato in prima fila dove combattevano tutti gli altri, in trincea.

Il militare stupito dalle parole di quell’uomo così minuto e che credeva fosse più buono con la penna che con il fucile, gli mise in mano la divisa, che regalò personalmente, e lo mandò laddove solo un figlio del Bushido o un pazzo poteva andare, in mezzo agli Arditi.

Li tra i combattenti di prima linea, sprezzanti del pericolo e amanti della morte, equipaggiati solo da una bomba per iniziare ed un coltello per finire il lavoro, Shimoi trovò la sua dimensione vivendo tra gli italiani e respirando l’ Italia. In mezzo alle trincee le giornate passarono veloci tra i proiettili che fischiavano vicino all’orecchio ed i racconti, rigorosamente in dialetto napoletano, sui samurai che il giapponese proclamava agli altri commilitoni la sera dopo avergli insegnato il karatè.

In quei tristi giorni di battaglie e morte la sorte fece sbocciare un’amicizia che sarebbe durata per molti anni. Quella con Gabriele D’Annunzio.

La leggenda narra che quando i due letterati si incrociarono per la prima volta il Vate sentì forte il bisogno di abbracciare l’uomo dagli occhi a mandorla e il nipponico felice iniziò a piangere. Seppur non si fossero mai visti prima, fu come se due fratelli si fossero ricongiunti.

Finito il conflitto, con gli accordi che penalizzarono l’Italia, Harukichi seguì ad occhi chiusi il “fratello” D’Annunzio nell’impresa di Fiume. Li trovò anche Guido Keller e Giovanni Comisso i quali fondarono il “Gruppo Yoga” che si basava sull’esoterismo orientale. Fu nominato “Caporale d’onore” e gli venne concessa l’onorificenza “Dell’amicizia dell’acqua e dell’anima” creata apposta in suo onore. Per tutti i legionari fiumani divenne il “Camerata Samurai”.

 

legionari

Arditi a Fiume.

 

Le potenze europee non videro di buon occhio l’occupazione e complice lo Stato Italiano, che non supportò la causa, la città venne messa sotto assedio. Spinti dalla ricchezza del Vate all’inizio gli occupanti riuscirono a resistere ma con il passare del tempo, i beni di prima necessità, complice anche la spesa per la moltitudine di vizi come droghe, alcool, ecc.ecc., iniziarono a scarseggiare. L’unico che poteva risolvere la situazione entrando ed uscendo per portare richieste di aiuto, grazie al suo passaporto diplomatico, era Shimoi.

Fece molte volte sponda tra Milano e Fiume portando le lettere tra Mussolini e D’Annunzio nonostante questo portò al nulla. Solo anni dopo confessò il motivo a Montanelli per cui il Duce non fece nulla per quella causa: “Chistu lu dico a vui, e a vui soltanto, tengo ‘a vostra parola, guaglio’: per D’Annunzio Mussolini era ‘nu cafone; e per il cafone il Vate era ‘nu pagliaccio”.

Con il fascismo che ormai aveva preso il potere e D’Annunzio rinchiuso nella prigione d’oro del Vittoriale, Harukichi iniziò ad intrattenersi con il Duce raccontandogli le stesse storie che anni prima facevano brillare gli occhi agli altri soldati. Mussolini decise allora di inviare in Giappone una colonna tratta dal Foro romano dalla casa di Pompeo.

E volle che ai piedi della colonna fosse posta una epigrafe commemorativa dedicata “Allo spirito del Bushido”. Decise inoltre di assegnare un ultima missione a Shimoi, tornare nella sua terra e portare ai fratelli del Sol Levante la cultura italiana.

Tornato nel suo paese iniziò a tenere conferenze sul fascismo e fu uno dei maggiori sostenitori dell’asse “Roma, Tokyo e Berlino”.

Finita la guerra venne epurato dalle sue cariche e solo con il tempo riuscì a ritrovare di nuovo spazi che gli permisero di tradurre e far pubblicare le maggiori opere italiane in lingua giapponese.

La lingua giapponese che ha una scrittura ideografica appaga più l’occhio che l’orecchio, un popolo di calligrafi non può essere un popolo di oratori, le fesserie taciute valgono come quelle dette, fesserie sono tutte. Tutto quello che l’uomo fa è una fesseria. È questa la cosa più grande che mi abbia insegnato Napoli.

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