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I navigatori di ogni epoca hanno sempre fantasticato sull’esistenza dei mostri marini, che emergevano dalle profondità dell’oceano per capovolgere navi e divorare interi equipaggi, ma ci sono epoche remote, molto prima che i nostri antenati camminassero nelle savane africane, in cui i mostri marini esistevano davvero e le acque degli oceani erano un posto molto più pericoloso di adesso…

Ve ne è uno poco noto, dall’affascinante nome mitologico, che si aggirava per i mari di quasi tutto il mondo durante il Miocene, in un periodo compreso fra 13,6 e 11,6 milioni di anni fa (periodo Serravalliano), era una creatura colossale, uno dei più grandi e potenti predatori di tutti i tempi, un classico predatore apicale che non temeva nessuno e poteva mangiare qualsiasi altra creatura marina: il suo nome era Livyatan melvillei.

 

Per avere un’idea di quanto imponente fosse, basti pensare che l’unico predatore marino contemporaneo (e non solo) paragonabile ad esso per dimensioni e potenza, fu il leggendario Megalodonte.

250px-Destruction_of_LeviathanSi può dire che il nome Livyatan melvillei sia decisamente appropriato, inizialmente gli era stato dato il nome di Leviathan, il famoso mostro marino citato nella Bibbia, il nome era però già stato usato come sinonimo di una specie di Mammut, così per non creare confusione si decise di usare la versione ebraica di questo nome: Livyatan. La denominazione della specie: melvillei, è invece un omaggio a Herman Melville, autore di Moby Dick. Questa creatura marina era infatti simile per dimensioni e anatomia ad un moderno capodoglio, di cui è un antenato (non diretto), ma con fauci spaventose con cui poteva predare qualsiasi altro animale marino e a differenza del capodoglio aveva denti sia sulla mascella che sulla mandibola.

Era infatti un cetaceo appartenente al sottordine degli odontoceti, che si distinguono dai misticeti  per il fatto di essere dotati di veri e propri denti, invece di fanoni.

 

Non si conosce nessun altro predatore carnivoro con denti grandi quanto i suoi, con una larghezza di 12 cm alla base e una lunghezza di 36 cm sono più grandi di quelli del Megalodonte, del Mosasauro, di uno Spinosauro o di qualsiasi altro “mostro” preistorico o vivente vi possa venire in mente…

 

Le zanne di un elefante o dei trichechi sono ovviamente più lunghe, ma non vengono usate direttamente per cibarsi.

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Il Livyatan, lungo fra 13,5 e 17,5 metri a seconda del metodo usato per stimarne la lunghezza, aveva un’imponente testa simile a quella del capodoglio, che probabilmente proprio come nel suo discendente moderno conteneva spermaceti, una sostanza cerosa biancastra contenuta in due grandi organi definiti cassa e giunca, sopra e davanti al cranio dell’animale.

Per via delle similitudini con il capodoglio si è ipotizzato che questi organi fossero utilizzati per controllare la galleggiabilità, modificando la densità dello spermaceti e forse per l’ecolocazione delle proprie prede. Alcuni studiosi hanno però obiettato che l’animale non cacciasse in profondità come il capodoglio, che può immergersi fino a più di 2 km di profondità per dare la caccia alle sue prede favorite, i calamari giganti e che la grande testa fosse invece utilizzata dal Livyatan come le corna di un ariete per colpire violentemente le prede più grandi, come altre balene (o chissà, giovani megalodonti), stordirle e poi farle a brandelli come le moderne orche con le sue possenti mascelle e denti.

Gli studiosi hanno ipotizzato che il Livyatan utilizzasse la sua grande testa per colpire e stordire le prede più grandi.

I cetacei contemporanei non erano differenziati e grandi quanto quelli attuali, ma raggiungevano dimensioni già considerevoli come il cetotherium lungo 8-10 metri. Era questa probabilmente la sua preda favorita per due motivi: era una preda “facile” incapace di difendersi da un tale predatore e forniva una considerevole quantità di carne e grasso per un predatore che necessitava ogni giorno di enormi quantità di cibo, anche in considerazione del fatto che era un mammifero e quindi, come noi, un animale a sangue caldo.

I mammiferi marini erano le sue prede favorite, ma certamente come il Megalodonte era anche un predatore opportunista, che non disdegnava anche uccelli marini, squali, pesci ossei o rettili, come le grandi tartarughe marine.

 

La scoperta

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Per anni i paleontologi hanno rinvenuto grandi denti fossili in varie parti del mondo, chiaramente appartenenti a un grande predatore estinto, che però non erano mai riusciti ad identificare. Il Livyatan fu infatti finalmente scoperto solo nel 2008 in Perù, quando il paleontologo Klaas Post del Museo di Storia Naturale di Rotterdam, proprio all’ultimo giorno di un viaggio di ricerca in Cile, incappò nei resti di un suo cranio fossile che affioravano dalle sabbie del deserto, 300 km a sud di Lima.

Il cranio è lungo 3 metri, la metà del più grande animale mai esistito, l’attuale Balenottera Azzurra e i suoi denti furono inizialmente scambiati per i resti delle zanne di un piccolo elefante estinto…

 

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In Sud America non esistevano però elefanti e gli studiosi si resero presto conto che ciò che avevano ritrovato era qualcosa di eccezionale: uno dei più grandi predatori mai esistiti.

 

Livyatan vs Megalodon

 

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Un fatto particolarmente intrigante è che il Livyatan fu contemporaneo al leggendario Megalodonte, il più grande squalo mai esistito.

Il Megalodonte visse nei mari di praticamente tutto il mondo dal medio Miocene al tardo Pliocene e si è quindi estinto “appena” 2,6 milioni di anni fa (sì, si è estinto, nonostante molti sostengano il contrario…).

Questo colossale squalo condivise perciò il medesimo habitat con il Livyatan per circa 2 milioni di anni e non si può fare a meno di fantasticare su cosa sarebbe successo se uno di questi predatori avesse attaccato l’altro.

Il Megalodon era lungo circa 14-15 m, con una stazza di circa 50 ton.

Il Megalodonte, il più grande squalo mai esistito, era probabilmente lungo circa 14-15 metri con una stazza di forse 50 tonnellate. Aveva denti enormi, triangolari e dal bordo affilato e seghettato, simili a quelli di uno squalo bianco, ma lunghi anche più di 15 cm, disposti proprio come nel grande squalo bianco su più file, forse 5. Quando un dente andava perso in un attacco ce n’era subito un altro pronto a sostituirlo.

 

Questi sono due denti fossili di Megalodon della mia collezione, messi a confronto con un dente fossile di grande squalo bianco

Questi sono due denti di Megalodon lunghi poco più di 5″, circa 13 cm (della mia collezione di fossili), messi a confronto con un dente fossile di grande squalo bianco.

 

 

Le sue mascelle erano ampie più di 2 metri (avrebbe potuto ingoiare un uomo adulto) e disponeva di quello che viene considerato il più potente morso del regno animale.

 

La potenza del suo morso è stata stimata in base ad una simulazione in 182,000 N, 10 volte più del più grande squalo bianco noto e maggiore di quella di qualsiasi altra creatura mai vissuta sulla terra.

 

Questo è il dente di Megalodon messo a confronto con quello di un altro enorme squalo preistorico: il Otodus (poteva raggiungere 9-10 m)

 

 

Non è facile ricostruire con esattezza il suo aspetto e dimensioni per via della scarsità di fossili al di là degli enormi denti e questo per un semplice motivo: gli squali sono un genere antichissimo di pesci dallo scheletro cartilagineo, che si decompone troppo rapidamente per permettere il processo di fossilizzazione, se non in rari casi.

Gli squali hanno uno scheletro cartilagineo, che si decompone troppo rapidamente per permettere il processo di fossilizzazione, se non in rarissimi casi.

Ad oggi i migliori resti fossilizzati di scheletro di Megalodon sono costituiti da una colonna vertebrale, composta da 150 vertebre, appartenute ad un singolo giovane esemplare e ritrovate nel bacino di Antwerp in Belgio nel 1926. Un’altra colonna vertebrale solo parzialmente conservata, ma di un esemplare più grande è stata invece rinvenuta in Danimarca nel 1983 con vertebre larghe fino a 23 cm (ma un esemplare adulto poteva averne certamente di più grandi).

In ogni caso è stato possibile, attraverso accurati studi e simulazioni ricostruirne il probabile aspetto, simile a quello di un moderno squalo bianco, ma con una vistosa differenza: la testa era molto più massiccia e grande rispetto al corpo, tanto che uno studioso lo ha scherzosamente definito uno squalo bianco “sotto steroidi”.

 

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Il Megalodon prediligeva le acque calde e relativamente basse, vicino alle coste, soprattutto nella prima fase della propria vita, per poi spostarsi in acque più profonde al largo. Dai resti fossili ritrovati vicino ai denti, si è ipotizzato che occasionalmente potesse predare anche animali terrestri che si erano incautamente avvicinati troppo a riva. Balzava fuori dall’acqua con un potente salto ed afferrava la preda trascinandola in acqua, dove veniva divorata. A questo punto si può capire perché sia inevitabile fantasticare su un titanico scontro fra questi due giganti preistorici: Livyatan e Megalodon.

 

Entrambi erano predatori apicali, di dimensioni simili, condividevano il medesimo habitat e si nutrivano delle medesime prede, con una predilezione per i mammiferi marini come il cethoterium.

Ovviamente è improbabile che due esemplari adulti di queste due specie si scontrassero, ma se fosse accaduto, chi avrebbe avuto la meglio?
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È difficile dirlo, il Livyatan avrebbe potuto utilizzare l’enorme testa come le corna di un ariete per stordire il Megalodon e poi ferirlo gravemente con un potente morso e i propri enormi ed affilati denti, per poi attendere che s’indebolisse sufficientemente per farlo a brandelli e banchettare con la sua carne.

Questa tecnica sarebbe stata però probabilmente vanificata dalla maggior velocità ed agilità del grande squalo.

Il Megalodon da parte sua avrebbe potuto infatti sfruttare la propria agilità e velocità per sfuggire ad un attacco improvviso, ma anche per cogliere di sorpresa il Livyatan in un momento di sua grande vulnerabilità: l’emersione per respirare.

Il Megalodon avrebbe potuto sfruttare un momento di grande vulnerabilità del Livyatan: l’emersione per respirare.

Non bisogna infatti dimenticare che il Livyatan era un mammifero e per quanto potesse rimanere in immersione per periodi molto lunghi, i moderni capodogli rimangono in immersione anche per più di 2 ore, presto o tardi doveva tornare in superficie per respirare ed in quel momento non avrebbe avuto modo di accorgersi di un Megalodon che arrivava a tutta velocità dal basso.

A quel punto lo squalo, vista la stazza dell’avversario, avrebbe probabilmente cercato di strappare con il suo potente morso le pinne del mammifero, che ferito gravemente sarebbe poi stato incapace di riimmergersi e sarebbe divenuto una facile preda.

 

Il Megalodon avrebbe perciò avuto la meglio? Non necessariamente, perché c’è un fattore che abbiamo trascurato: l’intelligenza!

 

Il Megalodon basava le sue tecniche di caccia solo sull’istinto, il Livyatan invece poteva forse valutare le situazioni di caccia anche con la propria intelligenza.

Il Livyatan, come i moderni cetacei, poteva avere un cervello grande e relativamente sviluppato (il capodoglio possiede il cervello più grande del regno animale con un peso di circa 7-9 kg) ed è ragionevole ritenere che mentre il Megalodon basava le proprie tecniche di caccia unicamente sull’istinto plasmato da centinaia di milioni di anni di evoluzione, il Livyatan potesse essere dotato di un intelligenza tale da fargli valutare le situazioni di caccia in modo tale da compensare le straordinarie doti fisiche del suo avversario. Gli studiosi concordano comunque su un fatto: queste due creature ebbero un grande impatto sull’evoluzione della fauna marina, in particolare esercitando una notevole pressione evolutiva sulle specie di mammiferi marini che si diversificarono e variarono notevolmente in dimensioni.

 

L’estinzione

Megalodon e Livyatan si estinsero in epoche distanti milioni di anni (rispettivamente 2,6 e 11,6 milioni di anni fa) ed è notevolmente difficile stabilire le cause dell’estinzione del Livyatan, a causa dei pochissimi dati a disposizione. Ciononostante si è ipotizzato che i due giganti abbiano condiviso un destino simile: un’estinzione causata principalmente da una graduale riduzione della temperatura delle acque dell’oceano (avvenuta già al termine del Miocene e poi in modo molto più marcato nel Pliocene con la chiusura dell’istmo di Panama), che ha stravolto i loro habitat, oltre alla profonda evoluzione e diversificazione delle loro prede favorite, che proprio loro stessi avevano contribuito a causare.