La Illustre Compagnia dello Ginepraio 1/2

7 anni fa

10 minuti

Ginepraio I

 

 

 

I – Della sconfitta nello torneo

 

La freccia solcò l’aria e con un rumore secco centrò perfettamente, ancora una volta, il bersaglio.

Mai prima di allora si era visto nella storia di tutto il torneo un arciere di tale bravura, e il pubblico era in delirio.

Tra gli applausi, Teofilatto dei Leonzi, della famosa e nobile famiglia di discendenza bizantina, con fare cerimonioso scese dalla tribuna e consegnò all’abile straniero un prezioso monile come premio della gara.
Subito dietro la staccionata che dava sul campo di tiro, due figure però, al contrario del resto del pubblico, non sembravano gioire per niente del risultato della gara.

Dai tratti fisici molto diversi, uno alto e con i capelli lunghi, l’altro basso e calvo, avevano in comune una notevole sporcizia e armi e armature che parevano aver visto un bel po’ di stagioni.

«Ecco, malnato figlio di una cagna zoppa, ha perduto! Hora quando giunge lo ceffono!» sbottò quello più alto.

«Beh né tu né io neanco vincemmo le nostri tenzoni, Valdemaro, perché ti accalori dunque?» gli rispose placidamente Renzo.

«Perché non ho mica più vent’anni sulla groppa oramai, bensì lo doppio… e la panza mi limita li movimenti colla spada, ma per l’arco l’età che conta? Anzi! Invece quel ribaldo s’è fatto gabbare come un novellino.»

La folla non aveva ancora smesso di applaudire e rumoreggiare che
Galgante dell’Impruneta, secondo classificato, si avvicinò alla staccionata a testa bassa e mani vuote.

«Hai perduto, marrano!» lo apostrofò Valdemaro.

«Non mi frangere li collioni Valdemaro, che non è lo caso…» gli rispose Galgante in modo brusco, gettando con stizza la faretra per terra «Et inoltre, non è stata una tenzone regolare… Lo ribaldo ha barato sicuramente!»

«Non dire collionerie, come si pote barare in una tenzone coll’arco?» gli rispose Valdemaro.

«Non lo so, pero niuno, niuno! pote facere venti centri perfecti a novanta passi. Mai lo vidi nella mea vita» disse Galgante grattandosi il pizzo caprino. «Et inoltre lo vincitore è bello strano, di pelle grigiastra e puzza assai!»

«A lo contrario di te che sei proprio una bella fica» gli rispose Renzo.
I tre non poterono fare a meno di mettersi a ridere.
«Et ora che potemo facere?» chiese Galgante spalancando le braccia.
«Eh ora somo nello letame, sodali…» rispose Valdemaro «hemo perduto nell’arco, nella lotta e nella pugna colla spada»
«Io non perdetti… Feci secondo» disse l’arciere.
«Ma secondo o ultimo non v’è premio e quindi nulla cangia,» ribatté Valdemaro «lo problema rimane. Ora che potemo facere? Io son rimasto sine laboro, tu sine dimora e lo Renzo fu cacciato dalla sua mogliera.»
«Quella puttana»
«Mah, io pensavo che la puttana fosse quella con cui lei ti colse nello fienile» disse Galgante.
«Eh, e tu da che parte stai?» chiese Renzo.
«Non che lo premio della tenzone coll’arco abbastasse a risollevare le nostre sorti, vero» disse Galgante.
«Certamente, ma se avessimo vinto lo torneo chissà, li nostri nomi sarebbe tornati famosi come tanti anni or sono, e magari avremmo trovato incarichi come venturieri…» disse Valdemaro.
«Eh come vent’anni fa vuoi dicere… Ma l’età, grandissima meretrice, non risparmia a niuno, caro sodale, e nemmeno li dinari per lo nostro desinare siamo riusciti a guadagnarci».
«Per la fama pote essere tarde,» si intromise Renzo «ma per lo desinare forse anco che no.»
«Che intendi Renzo? Favella senza esitare» disse Galgante.
«Che lo monile premio della tenzone sempre pote essere sottratto allo fetente vincitore. Colla destrezza» disse Renzo, facendo con la mano il gesto di sgraffignare qualcosa.
«Codesto è lo tuo pensiero? Furto e ruberia?» disse Valdemaro, sdegnato.
«Tu puoi sempre ritornare a casa digiuno, così magari la panza la perdi» rispose Renzo.
«Beh potrebbe non essere idea completamente malvagia, dopotutto» concordò infine Valdemaro «e come pensi di riuscire nello tuo intento? Sentiamo.»
«La mia idea» cominciò Renzo abbassando il tono della voce «dato che nessuno dei presenti è destro borseggiatore, sarebbe di drogare la cervogia allo sconsiderato e poscia alleggerirlo dello suo trofeo.»
«Potrebbe anche habere successo lo piano tuo, ma la droga ove pensi di trovarla?» chiese Galgante.
«Ho justo  meco dell’ estratto di Escoltia et erba Valeria, dono dello speziale Duccio» disse con un sorriso malizioso Renzo.
«Che fortunata coincidenza, nevvero?» disse Galgante.
«Beh sai come è…» rispose Renzo stringendosi nelle spalle «è sempre bene habere uno secondo piano, alla bisogna.»

 

 

 

II – Delle molte alzate de ingenio

 

Il terzetto si mise quindi a seguire, non senza difficoltà, l’arciere in mezzo alla folla variopinta, rumorosa e puzzolente che si accalcava nella Piana di Rántole di Sotto, sede, come ogni tre anni, dell’omonimo torneo.

In quello che era stato un verde prato, prima di essere calpestato da centinaia di persone, c’erano giocolieri, venditori di salsicce e di sante reliquie, musicisti, ladri e puttane che cercavano di guadagnarsi il pane con la folla che assisteva ai giochi.

Quelli accessibili ai popolani erano terminati con la gara di tiro con l’arco e l’indomani sarebbe cominciato il vero evento: le giostre dei cavalieri. Ovviamente l’imminente inizio della giostra aveva attirato ancora più persone, e la calca era quasi insopportabile.

La folla lasciava passare, riconoscendolo, l’arciere vincitore, ma il terzetto aveva seri problemi per seguirlo, e fu soltanto grazie alla generosità di Valdemaro nel somministrare spallate, schiaffi e gomitate a destra e sinistra che riuscirono a non perderlo di vista.

«Certo che proprio in un bel ginepraio ci infilammo, maledetta sia la miseria, hora oltre che pauperi anco ladri» disse Valdemaro.
«Smetti di commiserarti, Valdemaro, et labora di gomito o perdiamo l’infingardo» rispose Galgante.
«Ecco che si dirige verso li tavoli della sagra, lesti, vediamo se riusciamo ad assettarci allo lato suo!» gridò Renzo.

Ad un lato della Piana infatti erano allestiti decine di tavoli di legno con delle pancacce, in modo che gli spettatori potessero consumare bevande e cibi acquistati a prezzi da capogiro dai ristoratori locali.
In mezzo al marasma, l’arciere venne fatto accomodare a un tavolo e subito servito da uno dei camerieri, lusingato dall’avere un famoso campione come cliente.
Accanto a lui però non vi erano posti liberi.

Per rimediare alla cosa, Valdemaro non esitò a prendere un paio di avventori per la collottola e sbatterli via in malo modo.
«Largo a noi, marmaglia!» inveì.
La mole dell’uomo, l’armatura e, sopratutto, la lunga spada bastarda al suo fianco furono più che sufficienti a evitare qualunque lamentela.
Renzo si sedette sul tavolo, Galgante si mise in ginocchio sulla panca e Valdemaro si appoggiò col gomito sulla spalla dell’amico.
I tre per un po’ si misero a fissare in silenzio, immobili, il misterioso straniero nerovestito che era intento a consumare un pasticcio di cervo senza degnare nessuno di uno sguardo.
«Ehmm, ehmm» fece Valdemaro.

Silenzio. Nessuna reazione.

«Buongiorno a voi, o trionfante straniero» cominciò Galgante in tono pomposo «e felicitazioni per l’impressionante victoria. Venti tiri, venti centri! Giammai habia visto niuno capace di siffatta prodezza.»
Lo straniero lentamente si voltò.

«Ma lasciate che faccia le presentazioni… Io sono Galgante dell’Impruneta, abilissimo arciere, arrivato secondo alla medesima vostra tenzone con uno punteggio strepitoso, quasi como lo vostro» continuò «e questi sono li miei compagni d’arme e di ventura: Valdemaro Dalle Borchie e Renzo lo fromboliero…»
«Et puttaniero.» aggiunse Valdemaro, rimediando una pedata e un’occhiataccia da parte di Renzo.
«…membri della famosa et illustre Compagnia… Compagnia…»
«..dello Ginepraio!» disse Valdemaro.
«Ecco, dello Ginepraio, appunto. E sarebbe uno grande honore per noialtri, potervi offrire uno boccale di bionda cervogia» concluse Galgante con uno smagliante sorriso.
«Grazie ma non bevo» rispose secco lo straniero.
«Non beve…» disse Galgante con tono incredulo.
«Non beve?» disse Valdemaro.
«Eh, se non beve!» disse Renzo.
«Allora… d’acqua?» insistette Galgante.
«L’ho già qui innanzi mio, grazie»
«Et allora… allora nulla» disse Galgante.
«Et allora nulla?» chiese Valdemaro.
«Et allora nulla, via» concluse Renzo.
E i tre si alzarono e se ne andarono.
«Et hora? Que potemo facere?» disse Valdemaro.
«Lo dicevo che era strano assai… non beve cervogia!» disse Galgante stizzito.
«Ed effettivamente è grigio e puzza di pescato» disse Valdemaro.
«Una meretrice!» Disse Renzo.
«È pieno di meretrici, a cominciare dalla tua madre» disse Galgante.
«Ma no, testa a mandragora,» continuò Renzo «paghiamo una meretrice, e mentre ella è lì che gli sollazza l’augello, noi gli molliamo una gran botta nello cranio et arraffiamo lo monile!»
«Ma la meretrice vorrà della pecunia» disse Valdemaro.
«Se no si appellerebbe santa,» disse Galgante «ma ne potrebbe valere la pena».
«Lassate che ci pensi io, ché sono esperto nella questione» disse Renzo «voi datemi li denari, et io busco una pulzella».
«Attento a te, Renzo, che cotesti sono quasi li nostri ultimi averi» lo ammonì Galgante.
«Tranquilli sodali, non vi sarà fallo alcuno!» assicurò Renzo.
E si allontanò.

Poco dopo fece ritorno.
«Bene, lo meretrizio è organizzato. Adesso io mi apposto con la pulzella che attirerà seco lo allocco dietro le cocine, quando egli abbia terminato lo suo desinare. Et voialtri attendete quivi» disse Renzo.
«Per quale ragione noi debemo de esperare quivi?» chiese Galgante.
«Perchè io già habere pagato et explicato lo piano alla pulzella,
et si ella vede qualcun altro malmenare uno cliente suo, magari potrebbe gritare o dare allarme»
«E va bene, orsù vediamo se questa è la volta bona» disse Valdemaro.
Cosi poco dopo, quando lo straniero si alzò e fece per andarsene, una giovane e prosperosa ragazza lo trascinò dietro i tendoni delle cucine.
Poco distante Valdemaro e Galgante attendevano con trepidazione l’esito della missione del loro amico.

Quasi subito però lo straniero apparve dall’altro lato del tendone con atteggiamento perfettamente sereno.
«Valdemaro, non lo perdere di vista, io torno immantinente!» disse Galgante, cominciando a correre.
Dietro il tendone della cucina la prostituta, in ginocchio, era intenta a offrire un servizietto a Renzo che, calzoni calati e aria soddisfatta, la aiutava nel proprio lavoro accompagnandone la testa con le mani.
Galgante gli si avvicinò silenziosamente alle spalle sfilandosi la cintura dei pantaloni.

E appena giunse a tiro, gli mollò una frustata sulle natiche nude.
«Ah è cosi allora? Mascalzone e fedifrago, li nostri haberi sputtanasti a troie invece di perseguir lo tuo obbiettivo» gridò, mollandogli un’altra scudisciata.
«Ahio! Aita! Soccorro!» cominciò a gridare Renzo mentre cercava di scappare saltellando con i calzoni calati «Fermati! Fermati sconsiderato! Lo strambo arciere non volle consumare, e la ragazza non volle rendermi li dinari!»
«La pecunia non si ritorna!» disse quest’ultima passandosi la mano sulla bocca «Se lo vostro amico non volse li miei servigi, la colpa non è mea!» e detto ciò fuggì via.
«Mi sembrava uno peccato sprecare li denari…» disse Renzo con aria innocente «perlomeno un po’ di sollazzo per la mia augusta fava mi sembrava non fosse mala idea.»
«Rivestiti, scellerato, o perderemo per sempre la possibilità di acciuffare allo disgustoso personaggio! E corri.» concluse Galgante.
E i due tornarono in fretta indietro e cercarono tra la folla la figura di Valdemaro.

Dopo poco scorsero la figura del loro amico, che, avendoli visti a sua volta, stava imitando il gesto di qualcuno intento a cavalcare.
«Alli cavalli, presto!» disse Galgante, e la coppia cominciò a correre in direzione delle stalle.

Quando vi giunsero, spiegarono l’accaduto a Valdemaro che, non senza aver prima mollato un paio di pedate all’amico lussurioso, allungò a tutti le redini delle cavalcature.
«Et meno male, che le stalle debbono pagarsi antemano» disse. «Andiamo, debemo de seguirlo lestamente, che già ha dipartito e tiene uno poco di vantaggio»
«E lo vorreste derubare per lo cammino?» Chiese Renzo.
«Ma no, attendiamo che se la dorma, così non dobbiamo nuocere ad alcuno» disse Galgante.
E montarono a cavallo.

 

 

 

Domani la seconda e ultima parte, e, se dovesse piacere, chissà non arrivino altri racconti con gli stessi personaggi e la stessa ambientazione. Per cui se avete gradito cliccate “Me Gusta” e condividete!
Mitos: Xifote e la spada del deserto
Mitos: Xifote e la spada del deserto
Un ombrellino da cocktail sulla spiaggia
Un ombrellino da cocktail sulla spiaggia
Ghost in the Machine
Ghost in the Machine
Primo Sangue
Primo Sangue
Racconti di una Locanda : Le terre Oltre il Mare
Racconti di una Locanda : Le terre Oltre il Mare
Da Narim a Gaurion
Da Narim a Gaurion
Incubi premonitori
Incubi premonitori