Maikid conquista il Giappone
di
randO
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E’ da una vita che devo fare questo post, ma poi, travolto da quella serie di eventi in successione temporale comunemente detti “vita”, un po’ mi sono dimenticato e un po’ asdpoidsa isdfpaofdi / seee seee, andiamo avanti.

Bene, succede che nel settembre di quest’anno, sapendo che da ottobre, ahimé, avrei dovuto lasciare il Giappone per una pausa forzata troppo lunga, @Maikid imbraccia la carta di credito e compra il biglietto aereo per venire a stare nove giorni da me a Tokyo, in quel di Suginami-Ku, al 28-13 di Miyamae 4Chome.

Da qui a meno di un mese, devo lasciare il Giappone, colgo l’occasione per portare Maik in giro per Tokyo e dare così un saluto (temporaneo) ai luoghi diventati a me più cari.
I nove giorni con Maik diventano un caleidoscopio di emozioni, un arrivederci a tratti malinconico che rafforza ancora di più il legame che ho con questo stupendo Paese.
Bene, adesso basta con le cazzate sentimentalote, qua sopra c’è il video che Maik ha girato partendo in bici dal Museo d’arte Ghibli di Mitaka per arrivare a// guardatevelo se non l’avete già fatto.

Ma Maik ha anche un progetto FOTOGRAFICO.
Poco prima di partire dall’Italia, mi chiede se sia possibile acquistare gonfiabili qua in Giappone, tipo quelli che da noi si vedono in spiaggia, coccodrilloni, animali variegati and so on ma, in tutto il tempo che sono stato qua, non ho mai visto niente oltre ai classici ciambelloni tanto in voga sulle spiagge nipponiche, usati più che altro dalle urlatrici balneari, quelle che se c’è un terremoto del settimo grado non fanno una piega, ma con un’onda di 15cm ti scatenano una contro-onda d’urto sonora tipo Banshee degli X-men.
Gli dico che è meglio procurarselo in Italia e infatti arriva senza niente.
Passano i giorni, la vacanza volge al termine, Maik è quasi disperato, è stato bene, sì, però ha il tipico sguardo adombrato di chi non è al 100%, di chi “gli mancava poco così per la perfezione”.
Siamo di fronte al Village Vanguard di Shimokitazawa (catena di negozi di cianfrusaglie plasticose e non), Maik decide di prendersi qualcosa da bere al distributore, io aspetto poco distante, alzo lo sguardo e la vedo:

Maik si illumina, finalmente ha trovato qualcosa che non sia un ciambellone da urlatrice.
Il suo progetto è salvo.

Maik è un timidone, dietro quella scorza da sciupafemmine si nasconde un orsacchiotto tenerorso pieno di amore (l’ho notato la prima volta che l’ho visto, subito dietro a quel suo bel sorrisone che ti strappa l’amicizia istantanea) e così ora si trova nella posizione di dover fermare degli sconosciuti giapponesi, che a malapena capiscono tre parole di inglese, e spiegare che sta realizzando un progetto fotografico nel quale il malcapitato dovrà mettersi in posa abbracciato ad un’orca gonfiabile in scala 1:1,1 e farsi scattare una foto in mezzo al delirio delle strade di Tokyo.
Niente di più facile.
Partiamo da casa mia, andiamo verso la fermata della metro, fuori dal 7eleven c’è una povera commessa intenta a lucidare l’antistante spiazzo asfaltato, è la prima vittima designata.

Mi affianco a Maik per una consulenza linguistica, cerco di mettere insieme le 4 frasi che ho imparato in 6 sudati mesi di scuola, ma non è facile incastrare tavoli, libri e giorni della settimana per riuscire a far capire in cosa consista il tutto.
La bombardiamo in stereofonia, io a destra con frasi in giapponese totalmente a caso e Maik a sinistra con un inglese italianizzato.
Le due frequenze vanno in risonanza ed ecco che la ragazza, incredibilmente, abbraccia l’orca e si fa scattare la foto.

CE L’ABBIA MOFAT TA.

Maik controlla il display e parte con quello che sarà il leitmotif della giornata: “oh no era fuori fuoco, ah no, questa no, no asp, però forse questa…fanculo, cazoz, ok, andiamo”.
Ripartiamo, siamo a circa 700 metri dal 7eleven che vediamo all’orizzonte la ragazza sbracciare e correre verso di noi.
Maik mi chiede cosa stia dicendo (e io che speravo che me lo dicesse lui), non ne ho idea, ma ho la tentazione di dirgli di far finta di niente e, non appena girato l’angolo, scappare come non vi fosse un domani, ma dove cazoz scappi con un’orca di 170cm addosso?

Poi quello è il mio 7eleven, non uno a caso, quello mio di fiducia, non posso bruciarmelo così, tanto più che la tipa, prima, mi ha chiesto se sono io quello che va spesso lì (cagna, evidentemente ne vuole a pacchi) e io ho detto di sì, sperando di convincerla a fare la foto.
La sua corsa disarticolata a piedi convergenti e ginocchia unite è più veloce del mio potere decisionale, ce l’abbiamo addosso.
Dopo 13 minuti di spiegazioni in giapponese, intervallate da qualche parola a caso in inglese, capiamo che il suo capo s’è incazzato e ha detto che non doveva essere lei a farsi fare la foto ma altre due, più sù nella scala gerarchica del 7eleven, Maik cancella la foto davanti ai suoi occhi e torniamo al 7eleven.

Realizziamo che ne abbiamo persa una giovane per guadagnarne due vecchie.
La foto al 7eleven è comunque salva.

A seguire mi si palesa la realtà: se Maik parla in inglese e fa vedere le foto che ha già scattato, ha una percentuale di riuscita dell’80%, se intervengo io con il mio giapponese, la percentuale cala drasticamente al 0,7%.
Allora “in bocca al lupo, Maik, dacci dentro, campione!” che io mi godo lo spettacolo da lontano, lo spettacolo dei Koban (i pulotti di quartiere) che si allertano vedendo questo straniero in maglietta a righe bianche e rosse, con bermuda oversize e birkenstock su calzini ricamati che blocca improvvisamente i passanti con un’orca gonfiabile fuori scala massima, importunandoli insistentemente per una foto e quello delle reazioni più disparate.
Maik dice “quello sarebbe figo, ma è impossibile che dica di sì” e io, bluffando, faccio il motivatore rispondendogli che invece “no, non hai capito, quello ti dice sì al 100%, vedrai, fidati, cazoz, avro’ imparato a capire ‘sta gente? vai tranquillo!”.
“Ma sta lavorando..”
“Ma vai tranquillo! Non te la menare, ti dico che è un SI’ facile facile!” rispondo realizzando che dovrei cominciare a giocare a poker.

Ecco riassunto in uno slideshow da class action per epilessia fotosensibile dolosa, il SHACHI PROJECT (progetto orca):

Che altro dire, sono proprio contento di aver potuto salutare Tokyo accompagnato e accompagnando Maikid.
Sono state giornate stupende, piene di sole, di risate e momenti al limite dell’omosessualità intensi, indelebili nella memoria e nel fantastico reportage fatto da Maikid:

www.maikid.com – shachi-project

randO

still alive. http://cargocollective.com/codeczombie
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Fotografia Giappone Video
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giovedì 8 dicembre 2011 - 16:20
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