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L’evoluzione di Richard Dawkins

43
10 anni fa

20 minuti

Human_evolution

Richard Dawkins è nato a Nairobi, in Kenya, il 26 marzo 1941, da una famiglia inglese. Il padre si era trasferito in Africa durante la Seconda guerra mondiale per servire nelle forze alleate. Nel 1949 la famiglia Dawkins tornò in Inghilterra.

Dawkins ha studiato all’Università di Oxford, laureandosi nel 1962 in Biologia e conseguendo il dottorato di ricerca nel 1966. Trasferitosi negli Stati Uniti, dal 1967 al 1969 è stato assistente nel dipartimento di zoologia della facoltà di Biologia all’Università di Berkeley (California). Nel 1970 è divenuto professore universitario di zoologia all’Università di Oxford, cattedra che ha coperto fino al 2008, anno del suo ritiro dall’insegnamento. Nel corso di questa articolo approfondirò il pensiero di Richard Dawkins attraverso ciascuna delle sue più importanti opere scientifiche e filosofiche.

Partirò dal suo più importante saggio “Il gene egoista” (1976), passando per “Il fenotipo esteso” (1982) e “L’orologiaio cieco” (1986), concludendo con “L’illusione di Dio” (2006).

 

 

Ebbene sì. Potevo diplomarmi l’anno prossimo e andare al Nerdstock, invece sono rimasto a casa, a studiare come un coglione per ottenere un “inutile foglio di carta” del quale nessuno sentiva il bisogno. Poco male, vediamo di pareggiare i conti con questo uber articolo che non è altro che la tesina presentata dal sottoscritto all’orale di maturità.Premetto che non è semplicissima, è lunga e soprattutto nella parte finale tratta di ateismo e palle varie, che potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno di voi. Fondamentalmente cazzi vostri.

 

 

Un altro aspetto curioso della teoria dell’evoluzione è che tutti pensano di capirla!
Jacques Monod

 

 

Il Gene Egoista

La prima edizione di “Il gene egoista” vede la luce nel 1976, a questa ne seguirà una seconda (quella a cui farò qui riferimento) nel 1989, in cui l’autore non interviene sul testo originale, ma aggiunge due nuovi capitoli e numerose note di approfondimento, specie in riferimento ai punti che erano stati oggetto di maggiori critiche. Affronterò separatamente un particolare capitolo, quello sulla memetica, in modo da analizzare in prima battuta solo l’aspetto biologico dell’evoluzione.

L’argomento centrale, intorno a cui ruota tutto il libro, è così riassunto da Dawkins:

Noi siamo macchine da sopravvivenza, robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni. Questa è una verità che non cessa mai di stupirmi e, anche se la conosco da anni, non riesco mai ad abituarmici del tutto.
(Pag. VII)

La tesi di Dawkins è stata da molti definita “riduzionismo genetico”, ma viene presentata dall’autore come un nuovo modo di spiegare la teoria dell’evoluzione.

Secondo il darwinismo “ortodosso”, l’oggetto su cui agisce la selezione naturale è l’individuo, il singolo essere vivente; questi è dotato di caratteri che ha ereditato dai propri antenati o che si manifestano in lui per la prima volta, in seguito a mutazione casuale.

L’evoluzione di una specie avviene quando un individuo, che ha subito una mutazione casuale, trae da essa un vantaggio.

L’evoluzione di una specie avviene quando un individuo, che ha subito una mutazione casuale, trae da essa un vantaggio sui suoi compagni nella lotta per la sopravvivenza, ciò decreta il suo maggior successo riproduttivo e dunque aumenta le probabilità che il nuovo carattere ereditario si trasmetta alle generazioni successive, fino a modificare l’intera specie.

Dawkins propone di spostare l’attenzione dall’individuo all’elemento che rende possibile la trasmissione dei caratteri ereditari, che oggi sappiamo essere il gene. Si parte dall’assunto che ad ogni particolare carattere somatico o attitudine comportamentale dell’individuo corrisponda un particolare gene o una combinazione di geni.

Un singolo carattere dell’individuo può rivelarsi più o meno vantaggioso per la replicazione dei suoi geni attraverso i discendenti.

Un singolo carattere dell’individuo può rivelarsi più o meno vantaggioso per la replicazione dei suoi geni attraverso i discendenti: da questo deriva la maggiore o minore diffusione di tali geni nelle generazioni successive. Non sono dunque tanto gli individui quanto i geni a lottare per la sopravvivenza, ossia per garantirsi il maggior numero di replicazioni possibile. I geni programmano la costruzione degli organismi, che sono le “macchine da sopravvivenza” di cui essi si servono per aumentare le probabilità di riprodursi invariabilmente nel tempo, mantenendo così la stabilità.

Questo mutamento di prospettiva nella teoria dell’evoluzione, dall’individuo al gene, permette, secondo Dawkins, di spiegare alcuni fenomeni osservati nel mondo animale che sembrerebbero andare contro la legge della sopravvivenza del più adatto.

Attività di cooperazione, solidarietà familiare, comportamenti altruistici fino al punto che un animale mette a repentaglio la propria vita a favore di altri individui della sua specie, hanno portato alcuni a ritenere che, almeno in certi casi, l’evoluzione operi per il bene della specie, e non dei singoli individui che la compongono.

È proprio contro questa interpretazione dell’evoluzione che si indirizzano le argomentazioni dell’autore, volte a dimostrare come le manifestazioni di altruismo osservate negli animali, trovino una spiegazione diversa se si sposta l’attenzione sui geni anziché sugli individui. In tal modo possiamo comprendere, ad esempio, il vero motivo per cui l’ape può sacrificarsi attaccando col proprio pungiglione gli animali che minacciano di razziare il miele: questo comportamento appare difficile da spiegare nell’ottica del bene dell’individuo, poiché l’ape dà la vita per una risorsa di cui potranno usufruire solo le altre componenti del suo gruppo, e si potrebbe pensare che essa stia operando per il bene dell’alveare. In realtà ciò avviene perché il gene che ha predisposto tale comportamento ha maggiore probabilità di propagarsi nelle generazioni rispetto ad un eventuale gene che la invitasse ad evitare l’atto suicida.

L’ape infatti è sterile, e l’unico modo che ha per trasmettere i propri geni è quello di preservare a tutti i costi la vita delle figlie dell’ape regina, ciascuna delle quali ha nei propri cromosomi i 3/4 dei geni dell’ape “kamikaze”. Il principio che domina la visione darwiniana della natura, è così mantenuto intatto, spostando il riferimento dagli individui verso i geni che ne programmano il comportamento.

Ulteriori esempi del mondo animale vengono forniti da Dawkins per avvalorare la sua tesi. Il celebre etologo Konrad Lorenz aveva notato come i combattimenti che gli animali instaurano tra di loro, per assicurarsi la riproduzione, non sono quasi mai scontri all’ultimo sangue, ma assumono più spesso l’aspetto di duelli rituali, in cui si stabilisce un vincitore senza che il perdente subisca ferite gravi.

Dawkins intende dimostrare che tali fenomeni non devono essere letti come prove di una moralità nel mondo animale, o di una evoluzione che premia il bene della specie, ma sono anch’esse conseguenze della selezione dei geni, correttamente compresa.

Se un animale rinuncia ad attaccare l’avversario con troppa violenza, è perché ciò gli conviene in termini di dispendio energetico.

Se un animale rinuncia ad attaccare l’avversario con troppa violenza, è perché ciò gli conviene in termini di dispendio energetico, e perché, così facendo, si espone in misura minima al rischio di pesanti ritorsioni: tutto questo può essere reso in maniera matematicamente rigorosa attraverso la teoria dei giochi, come ha dimostrato Maynard Smith.

L’aspetto interessante è scoprire l’esistenza di strategie evolutivamente stabili o ESS (Evolutionary Stable Strategy), cioè strategie che, se vengono adottate dalla maggior parte della popolazione, non possono essere migliorate, ossia impediscono che la popolazione venga invasa da individui mutanti che utilizzano strategie diverse.

È lecito considerare queste spiegazioni valide per la società?

Dawkins, da parte sua, prende le distanze da una rigida applicazione di queste teorie alla società umana, limitandosi ad affermare una influenza statistica dei geni sul pensiero e sul comportamento umano:

I geni determinano il comportamento soltanto in senso statistico.
(p. 297)

È perfettamente possibile sostenere che i geni esercitano un’influenza statistica sul comportamento umano mentre allo stesso tempo si crede che questa influenza può essere modificata, superata o invertita da altre influenze.

(p. 334)

Si ammette dunque che nell’uomo l’evoluzione abbia portato anche alla possibilità di una certa autonomia dell’individuo dalle tendenze indotte dai geni che lo hanno costituito, così la società umana ha forse la possibilità di sollevarsi al di sopra della rigida guerra di tutti contro tutti, che caratterizzerebbe la legge biologica fondamentale:

Se desiderate, come me, costruire una società dove i singoli cooperino generosamente e senza egoismo al bene comune, dovete aspettarvi poco aiuto dalla natura biologica. Bisogna cercare di insegnare generosità e altruismo perché siamo nati egoisti.
(p. 5)

 

 

Il fenotipo esteso

Ne “Il fenotipo esteso” (1982) viene spinta ancora più in là questa “svalutazione” dell’organismo a favore del gene. Il biologo parte dall’osservazione di numerosi casi in cui il comportamento di animali ha la capacità di influenzare a proprio vantaggio l’ambiente e altri animali.

Da questi fatti Dawkins deduce che è arbitrario limitarsi a identificare come manifestazione esteriore (fenotipo, appunto) dei geni associati a questi comportamenti solo i comportamenti stessi e le caratteristiche (anatomiche, psicologiche) dell’organismo che ne sono alla base.

I geni che determinano nei castori la funzionalità dei denti ed il loro istinto non hanno come fenotipo solo questi due aspetti, ma anche la diga che il castoro costruisce ed il lago che si forma; tutte questi elementi sono determinati dal gene e hanno ricadute benefiche sulle probabilità del gene di riuscire a replicarsi nella successiva generazione.

Alla possibile obiezione secondo cui la diga ed il lago sono solo conseguenze molto indirette dei geni, l’autore ribatte che anche i denti del castori lo sono: dopotutto il singolo gene non fa che sintetizzare una proteina, e da questa proteina l’influenza sulla struttura dei denti si concretizza in passaggi intermedi che possono essere molti ed estremamente complessi, includendo sicuramente anche l’azione di molti altri geni. Dunque la linea di demarcazione tra “azione” diretta e indiretta del gene risulta del tutto arbitraria.

Da qui la ridefinizione del ruolo dell’organismo, che passa ad essere solo una delle tante realizzazioni dei geni nel mondo esterno per mezzo di cui i geni stessi competono tra loro. Non solo: le conseguenze “estese” dei geni possono essere tanto forti da indurre un altro organismo, che questi geni non possiede (e che quindi è programmato per massimizzare la diffusione di altri geni, i propri), a favorire proprio la sopravvivenza di questi geni estranei.

È il caso di molti esempi di parassitismo: tra i più significativi Dawkins cita quello della formica Monomorium santschii, la cui regina si infiltra nei formicai di altre specie e riesce, con meccanismi ancora non del tutto noti (probabilmente diffondendo particolari sostanze chimiche), a indurre le operaie presenti a uccidere la loro stessa regina, così da prenderne il posto.

La regina di un formicaio è la madre di tutte le operaie, e dunque tale comportamento è ovviamente dannoso dal punto di vista dei geni delle operaie, considerando peraltro che la regina è la sola femmina fertile, la sola dunque che può perpetuare tali geni comuni.

Dawkins sintetizza questi risultati in quello che chiama il Teorema Centrale del Fenotipo Esteso:

Il comportamento di un animale tende a massimizzare la sopravvivenza dei geni di quel comportamento, indipendentemente dal fatto che i geni si trovino nel corpo di quell’animale particolare che ha quel comportamento.

 

 

 

L’orologiaio cieco

Con il titolo di quest’opera, scritta nel 1986, Dawkins riprende l’analogia dell’orologiaio resa famosa da William Paley nel suo libro “Teologia Naturale”.

Paley, più di cinquanta anni prima della pubblicazione di “L’origine delle specie” di Charles Darwin, sosteneva che nella complessità degli organismi viventi fosse una prova evidente dell’esistenza di un creatore divino, analogo alla figura di un orologiaio intelligente.

Dawkins, argomentando la sua tesi a favore della selezione naturale, assocerà quest’ultima ad un orologiaio cieco, che svolge lavora in maniera straordinariamente efficace ma che non pianifica nulla e che non si pone alcun fine.

Con numerosi esempi, soprattutto con riferimenti al lunghissimo periodo sul quale agisce la selezione naturale e alle simulazioni matematiche effettuate con i computer, Dawkins dimostrerà l’efficacia nel tempo della selezione cumulativa a discapito della più improbabile selezione a passi singoli. L’evoluzione infatti non è totalmente casuale ma pesantemente influenzata dalla selezione naturale, che elimina tutti gli individui che non sono adatti alla sopravvivenza.

Le mutazioni genetiche infatti sono probabili in qualsiasi direzione: è la selezione a fornire l’unica tendenza.

 

 

La memetica

Nel capitolo 11 de “Il gene egoista” viene messo da parte l’aspetto biologico della evoluzione e raggiunto un livello superiore. Tutti gli esempi precedenti applicati al mondo animale sono applicabili anche all’uomo? Esistono buone ragioni per supporre che la nostra specie sia unica?

La risposta sembra essere positiva. Ciò che è insolito a proposito dell’uomo potrebbe essere riassunto in una sola parola: Cultura.
Il linguaggio e qualsiasi altro tipo di conoscenza sembra evolversi attraverso mezzi non genetici ad un ritmo che è di parecchi ordini di grandezza più veloce dell’evoluzione genetica.

Il linguaggio è solamente un esempio: le varie forme dell’abbigliamento, dell’alimentazione, delle cerimonie e dei costumi, dell’arte e dell’architettura, dell’ingegneria e della tecnologia, si sono tutte evolute in tempi storici in un modo che sembra accelerato dall’evoluzione genetica, ma che i realtà con essa non ha niente a che vedere.

Tuttavia, come nell’evoluzione genetica, i cambiamenti possono rappresentare dei progressi. In più di un senso la scienza moderna è effettivamente migliore di quella antica; con il passare del tempo la nostra visione dell’universo non è solo cambiata, ma si è anche perfezionata.

L’analogia tra evoluzione culturale e genetica è stata tirata in ballo più volte nella storia, ma mai in maniera realmente efficace. Cosa serve quindi per completare l’analogia? Se stabiliamo come unità elementare dell’evoluzione genetica il gene, che come caratteristica fondamentale ha l’essere un replicatore, così va affrontata la questione per l’evoluzione culturale.

Un meme è quindi una riconoscibile entità di informazione relativa alla cultura umana.

Richard Dawkins da al replicatore fondante dell’evoluzione culturale il nome di meme (dalla radice greca mimeme, che significa “imitare”).

Un meme è quindi una riconoscibile entità di informazione relativa alla cultura umana che è replicabile da una mente o un supporto simbolico di memoria, per esempio un libro, ad un’altra mente o supporto.

In termini più specifici, un meme è “un’unità auto-propagantesi” di evoluzione culturale.

Dawkins limita ad un solo capitolo questa sua teoria, che, se volessimo fare della tautologia, si è rivelata essere un buon meme. È infatti nata la cosiddetta memetica, che va definita non come lo studio di una struttura indipendente ed isolata come il meme ma di un intricatissimo complesso di idee, che si replicano di cervello in cervello, cercando l’ambiente adatto per radicarsi e dove ogni replica è una generazione.

La memetica essendo estremamente giovane e non ancora definita in tutte le sue parti, la si deve ancora definire una protoscienza. Innanzitutto servono alcuni prerequisiti perché un meme possa radicarsi in un individuo. Per prima cosa deve essere già presente un pool adatto, un ateo non potrà mai accettare il meme “Allah akbar” un mussulmano ovviamente si.

Altra caratteristica fondamentale è il linkage, i memi interagiscono tra di loro per formare dei legami più o meno saldi, sono pochi i memi che possono sopravvivere isolati, questi collegamenti favoriscono la loro sopravvivenza, per fare un esempio il meme “tutti gli animali del pianeta possono venir stipati in una barca” è assolutamente ridicolo, non ha la minima possibilità di diffondersi e sopravvivere, contestualizzatelo nel mito del diluvio universale, non è necessario credere proprio a questo particolare, l’incredulità non ne pregiudica la sopravvivenza.

Come si radica un meme? Alcune canzoni , spot pubblicitari ed ideologie sono risultate vincenti, ad esempio, rispetto ad altre.

Esistono dei pulsanti istintivi e culturali presenti in ognuno di noi, quelli istintivi sono legati ai bisogni basilari, il sesso, il cibo, la protezione della tribù. Quest’ultima è ancora presente, basti pensare a quante ideologie malate nella storia e nell’attualità sono sopravvissute e sopravvivono istigando di proposito la paura e l’odio verso una particolare etnia o minoranza. I pulsanti culturali sono invece legati alle ideologie dominanti presenti nell’individuo.

Quando un idea tocca uno di questi pulsanti si radica e si replica diffondendosi. Con il tempo andranno a formare un bacino culturale in cui questi memi hanno una massima diffusione formando a livello sociale degli enormi complessi di gruppi di idee strettamente collegate (basta pensare alla diffusione geografica del cristianesimo, dell’islam e del buddismo) sono chiamati “memeplessi”.

Le principali proprietà che possono avere i memi sono:

  • Associazione: spesso i memi si raggruppano formando così memi compositi che ne contengono a loro volta altri, spesso su più livelli. Ad esempio il meme “Inception” contiene a sua volta i memi “film” “sogno” “azione” ecc ecc “sogno” a sua volta ne contiene altri e così via.
  • Deriva: un meme cambia quando si replica, questo è un dato certo, quasi nessun meme rimane immutato nel passaggio tra un individuo e l’altro. Durante una comunicazione di difficile comprensione ad esempio un meme cambierà molto facilmente, come non dubito che farà questo meme/tesina.
  • Inerzia: è una proprietà rara e particolarmente amata da tutti i pubblicitari del mondo, è la caratteristica di non mutare il modo di trasmissione e l’impatto indipendente da chi lo riceve e di venire espresso allo stesso modo. Le poesie memorizzate dai bambini delle elementari sono un esempio di memi ad alta inerzia.

 

 

L’illusione di Dio

illusionedidioNel 2006 Dawkins pubblica “L’illusione di Dio”, il cui titolo originale è “The God Delusion”, il quale è considerato il manifesto dell’ateismo moderno. Nella traduzione la parola Delusion è stata resa come Illusione, che probabilmente è la parola italiana che più si avvicina, ma l’accezione che Dawkins vuole dare è leggermente diversa.

Il vocabolario Longman da come definizione: “a false belief about yourself or the situation you are in” tanto che “to suffer from delusions” in ambito medico significa soffrire di manie.

Dawkins sostiene quindi che la fede in un creatore sovrannaturale si qualifica come un’illusione, che egli definisce come una credenza falsa e persistente, mantenuta anche di fronte a forti prove contraddittorie. È concorde con l’osservazione di Robert Pirsig secondo cui

Quando una persona soffre di un’illusione parliamo di pazzia, ma quando ciò accade a molte persone parliamo di religione.

L’intero pensiero di Dawkins su Dio e le religioni può così essere riassunto

  • Non si potrà mai dimostrare l’inesistenza di Dio, perché per definizione è impossibile accertare l’inesistenza di qualcosa.
  • Gli atei possono essere felici, equilibrati, morali ed intellettualmente appagati;
  • La selezione naturale e simili teorie scientifiche sono superiori all'”ipotesi di Dio” – l’illusione del disegno intelligente – nel dare una spiegazione del mondo vivente e del cosmo. La necessità di trovare una spiegazione all’origine dell’uomo nasce dal fatto che esseri estremamente complessi sono anche estremamente improbabili e non si possono spiegare col caso. La selezione naturale spiega come da individui più semplici possano nascere individui più complessi. Ipotizzare l’esistenza di un dio creatore significa ipotizzare l’esistenza di un essere estremamente complesso ossia più improbabile dello stesso uomo, il che non spiegherebbe nulla ripresentando semplicemente il problema amplificato. Chi ha creato un essere di tale complessità? Dawkins suggerisce che, ammesso che esista, sia a sua volta il risultato di un processo di evoluzione naturale.
  • I bambini non dovrebbero essere “etichettati” con la religione dei loro genitori, allo stesso modo in cui non sono “etichettati” con la fede politica dei loro genitori. I bambini, sostiene Dawkins, non hanno scelto coscientemente di appartenere ad una religione. Non si dovrebbe parlare di “bambino cattolico” o “bambino musulmano”, così come non si parla di “bambino comunista”.

Per giustificare il primo punto Dawkins riprende (non direttamente in “L’illusione di Dio” ma in una raccolta di articoli ad esso precedente) una famosissima metafora di Bertrand Russell che così recita:

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi.

Ma se io dicessi che, giacché che la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie.

Se, invece, l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

Stabilita che l’ipotesi di Dio è quasi sicuramente falsa, dopo numerose confutazioni come quella dell’”argomento della bellezza” (l’universo è così bello che è impossibile che non vi sia un dio), l'”argomento dell’esperienza personale” – che Dawkins smonta mostrando che il cervello umano funziona come un formidabile “software di simulazione”), l'”argomento degli scienziati stimati che credono in dio”, l’ “argomento delle scritture” (nonostante le numerosissime incongruenze che affliggono i testi cosiddetti sacri), Dawkins si chiede a questo punto che origine abbia la religione e, soprattutto, perché sia ancora tanto diffusa. A prima vista si direbbe che, partendo dal principio darwiniano secondo cui ciò che non serve all’evoluzione a poco a poco viene eliminato, la religione dovrebbe essere già scomparsa, perché rappresenta uno spreco notevole. Che la religione dunque serva a qualcosa? Allora bisogna determinare che cos’è questo “qualcosa”.

Posto che i vantaggi diretti della religione – la funzione di placebo o la funzione di consolazione – non sono abbastanza forti per produrre questa selezione naturale, Dawkins avanza l’ipotesi che la religione sia il sottoprodotto – o il “prodotto collaterale” – di qualcos’altro, una qualche tendenza psicologica, che ha valore per la sopravvivenza dell’uomo.

Dawkins sostiene che il bambino deve credere e non mettere in dubbio quello che gli dicono gli adulti per non mettere a repentaglio la sua esistenza:

La selezione naturale costruisce il cervello del bambino con una tendenza a credere qualsiasi cosa i loro genitori o gli adulti della tribù dicono loro. Questa obbedienza fiduciosa è preziosa per la sopravvivenza. Il rovescio della medaglia è però una credulità servile. L’inevitabile sottoprodotto è la vulnerabilità all’infezione per opera di ‘virus mentali’.

Poi, secondo Dawkins, entra in gioco anche un altro elemento. Gli esseri umani hanno sviluppato dei “moduli” per interpretare gli oggetti e, soprattutto, gli altri esseri che li circondano. Poiché non è sempre immediatamente possibile verificare le intenzioni di ciò che ci sta attorno, è utile per la nostra sopravvivenza avere delle “scorciatoie” interpretative per accelerare il processo decisionale in circostanze pericolose o in situazioni sociali cruciali, risparmiando tempo prezioso.

È questo ciò che un altro filosofo, Daniel Dennett, ha definito “atteggiamento intenzionale”, con cui attribuiamo agli altri una certa “intenzione” e in base a ciò regoliamo il nostro comportamento e le nostre reazioni. Questo “atteggiamento intenzionale”, però, finisce per essere attribuito persino a esseri inanimati (per esempio, una macchina che non funziona potrebbe “avercela” con noi) e a farci trovare agenti – come, appunto, divinità – dove non ce ne sono.

 

 

 

#OBG il 20 aprile 2015

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