Blood Sugar Sex Magik: vent'anni e sentirlo ancora #LegaNerd
di
anziani
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”[…]in un’avvilita, incasinata e diabolica discesa in picchiata, Blood Sugar Sex Magik ha riconfigurato il mio rapporto con la musica, con me stesso, con la mia cultura e identità, la mia razza e la mia classe.” Devon Powters, “PopMatters”

Era il 1991, io avevo sei anni e Cristina D’Avena spaccava sulle arie dei Puffi dalle casse del mio stereo colorato dalla Chicco. Un Minipony colorato troneggiava sulla mia libreria, e queste cose cominciavano a minare la mia credibilità sessuale, all’epoca fastosa.

Otto anni dopo ascoltavo “Californication” per la prima volta, e lì ho cominciato ad indagare sui quattro ragazzacci di L.A., acquistando “Blood Sugar Sex Magik”.

Nel ’91 i RHCP avevano appena perso il loro storico chitarrista ed amico Hillel Slovak, che si era fatto l’ultimo buco tre anni prima, mentre il batterista Jack Irons poco dopo si aggregò ad un altro gruppetto sfigato, tipo i Pearl Jam, o una cosa del genere. Iniziarono quindi a cercare dei sostituti, trovandoli prima in John Frusciante (all’epoca grandissimo fan dei Red Hot, ora solo uno sfigato che si registra mentre si lamenta suonando la chitarra con i capelli) ed in Chad Smith, energico quanto tecnico batterista. Sotto la direzione di Rick Rubin (poliedrico produttore/consgiliere di, tra i tanti e non cronologico, Run DMC, Johnny Cash, System Of A Down e Rage Against The Machine), i quattro si ritrovano in una villa abbandonata, già residenza del mago Houdini.

Da lì, tutta discesa: ogni componente prende la sua stanza e compone, arrangia, aspetta i pezzi dei compagni e ci suona sopra, per poi riunirsi per registrare. L’ambiente affascina in un modo strano i Red Hot: il loro costante (ab)uso di droghe e quella villa crea in loro qualcosa di mistico, che si sente nella title track così come in “Sir Psycho Sexy”. Suonano di sesso in quasi tutte le tracce, Kiedis affronta i suoi demoni in “Under The Bridge” (all’inizio scansata dai discografici perché lenta e nata come poesia, piano piano diventata LA canzone dei Red Hot chili Peppers), Frusciante accantona le sue dipendenze per 17 tracce e stavolta accompagna il gruppo, senza trascinarlo, con i suoi graffi a sei corde. Smith è un metronomo, perfetto nel dare la base agli altri tre, micidiale quando c’è da cambiare pagina. E Flea, beh la Pulce per la prima volta abbandona il suo “slapping” per dedicarsi a tocchi e carezze, quasi un petting rispetto al “rough sex” a cui ci aveva sempre abituato.
Ne esce una pietra miliare, un “parametro zero” su cui i vari Limp Bizkit, Linkin Park e Rage hanno poi basato tanto delle loro produzioni. I Red Hot si confermano ancora Band con la B maiuscola, fanno gruppo e per l’ultima volta (“Californication” non ha nulla a che vedere, mi dispiace) portano avanti un discorso di fratellanza, pace, sesso droga e.. sesso da drogati.

Nell’approfondimento, alcune curiosità su “Blood Sugar Sex Magik”:

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Concludendo, “Blood Sugar Sex Magik” credo abbia cambiato il modo di vedere i RHCP ma soprattutto la musica in generale, ponendo una pietra miliare che giuro ci si prova a superarla, ma ‘sti Tokio Hotel proprio non decollano.

Ora torno di là, che ho lasciato acceso lo stereo della Chicco e spenta la mia credibilità sessuale.

Fonti:

Wiki (ma va?)

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domenica 25 settembre 2011 - 17:00
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