Una personalissima opinione sull’evoluzione di Internet

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17 Giugno 2011

Leggendo l’articolo di @sabas mi è venuto in mente un post che avevo scritto su un mio blog (l’originale è in spagnolo) e vorrei condividere con voi alcuni pensieri sperando in un confronto. Considerate che questo post è volutamente provocatore, la citazione finale, non mia, riassume abbastanza il mio pensiero. Voglio solo provare a stimolare un po’ di criticità rispetto ad una tendenza che è entrata a gamba tesa a far parte delle nostre vite (e dico nostre perchè ne sono assolutamente coinvolto): le applicazioni.

Internet e le applicazioni

Il fenomeno delle applicazioni come strumento di semplificazione della vita digitale è arrivato probabilmente ad un punto di non ritorno.

Nonostante il contributo apportato in termini di qualità della vita e la assuefazione che causano in un lasso di tempo molto ridotto, non credo che tutti si siano effettivamente resi conto di ciò che questo cambio comporta e del compromesso al quale obbliga l’uso delle applicazioni in modo del tutto intrinseco.

Quando Sir Tim Berners-Lee nel lontano (?) 1990 creò il protocollo HTTP, approntando il primo server e creando il primo browser nel suo computer del CERN di Ginevra, diede vita a uno standard che avrebbe gettato le fondamenta del moderno World Wide Web.

Per identificare la natura stessa del WWW credo che si debbano capire quali sono le sue caratteristiche principali.

La rete è universale: ovvero, bisogna garantire a tutti l’accesso a tutte le risorse che la stessa rete mette a disposizione. Attraverso la specificazione dei links si può vincolare qualsiasi tipo di contenuto con gli altri, creando in questo modo un mondo d’informazioni interconnesse. Questo presuppone che gli utenti dovrebbero poter caricare in rete qualsiasi tipo di contenuto, indipendentemente dal tipo di computer al quale hanno accesso, dal software che usano, dalla lingua che parlano (anche se l’inglese aiuta), dal tipo di connessione di cui sono dotati.

La rete è decentrata: questo vuole dire che chi volesse caricare una pagina o creare un link non deve chiedere permesso a nessuna autorità centrale. L’unica richiesta è che si sfruttino tre semplici protocolli standard: redigere la pagina in HTML, assegnarle un nome secondo la convenzione URI e renderla disponibile in internet attraverso un protocollo HTTP.

La rete è neutrale: il concetto di Net Neutrality implica che, se un utente ha pagato per una connessione ad internet di una determinata qualità, per esempio 300 mbps, dovrebbe avere il diritto ad avere la stessa velocità di connessione di altri utenti che hanno sottoscritto lo stesso tipo di abbonamento.

”Difendere questo concetto risulta fondamentale per impedire ad un grande provider (ndr TIM? AT&T? Orange?) di offrire un contenuto che satura i nostri 300mbps e proporre quelli di un’azienda concorrente ad un bit rate inferiore. Sarebbe discriminazione commerciale”
(Tim Berners-Lee)

Bene. Se avete letto fino a qui magari vi va di affrontare il discorso del post.

Chris Anderson, nell’agosto del 2010, scrisse sulla rivista Wired un articolo estremamente contundente nel quale proclamava la morte del Web (ne aveva parlato @pazqo qui). Il filo conduttore della sua tesi (o forse solo provocazione) era che le applicazioni in un prossimo futuro sostituiranno l’accesso al web come forma di consumo dei contenuti internet.

Nell’ottobre dello stesso anno approfondisce il suo pensiero in un’intervista rilasciata ad un giornale argentino (Página ½) nella quale spiega quanto segue:

”Il capitalismo è lo sforzo di creare mercati e svilupparli in funzione dei profitti. Per creare profitto bisogna generare scarsezza e se non esiste scarsezza bisogna crearla. Se si produce molto, bisogna ridurre qualcosa, guadagnare consumatori o cambiare le regole. La pura essenza del Business è vendere scarsezza. I mercati chiusi promuovono la scarsezza, i sistemi aperti producono abbondanza. I mercati chiusi cercano di mantenere il potere e per questo il capitalismo ha provato a monetizzare i mercati come internet, principalmente un mercato non monetario. Per questo il web, uno spazio dove tutti partecipano e condividono, non è uno spazio naturale per lo sviluppo del capitalismo”
(Chris Anderson)

La Apple

Prendiamo come esempio l’emblema della rivoluzione delle applicazioni, ovvero l’App Store di Apple.

Per chi non sapesse come funziona si tratta di un servizio creato da Apple nel quale gli utenti (o meglio i clienti) possono comprare e scaricare applicazioni per iDevice e computer Mac direttamente dai dispositivi o dal computer attraverso iTunes e App Store.

Nel luglio del 2008 Apple ha presentato l’iPhone SDK, uno strumento che permette agli sviluppatori di creare applicazioni usando il codice Xcode. Gli sviluppatori, una volta superato il filtro di approvazione di Apple, guadagneranno il 70% del fatturato di ogni propria applicazione venduta.

Nel Keynote del marzo 2011 Steve Jobs dice di aver pagato agli sviluppatori 10 miliardi (aspettate, così non fa effetto) 10.000.000.000 di dollari. Questo che cosa implica? Che Apple si è tenuta il suo bel 30%, ovvero 427 milioni di dollari.

Bene. E cosa centra tutto questo con la morte del Web?

Vi ricordate le tre caratteristiche che definiscono la rete? Andiamo a rivederle punto per punto:

La rete è universale: errore. Solo chi possiede un sistema iOS o OSX based (per Android vale lo stesso discorso, non vi crediate) può accedere ad un determinato tipo di informazione.

La rete è decentrata: errore. Vi ricordate il discorso che diceva che non si deve passare per nessuna autorità centrale? Bene, non è più valido. Apple si interpone come filtro di accesso all’ App Store (l’esempio del porno è piuttosto emblematico) e Google, per quanta filosofia “Don’t be evil” possa propagandare, in un qualsiasi momento si riserva il diritto di schiacciare il bottone rosso. Per dimostrare ulteriormente il fenomeno, pensate a Cydia: un mercato fondato sul disaccordo di Saurik con le politiche Apple e divenuto una fotocopia del sistema contestato.

La rete è neutrale: errore. Come molti già preannunciano, il prossimo passo saranno gli accordi tra chi propone i servizi (Google, Apple, Facebook,…), le produttrici di hardware (Sony, Apple, Samsung,…) e le compagnie che forniscono la connessione (alcuni accordi sono già evidenti come Apple e AT&T o Samsung e Google per i televisori con apps).

Per concretizzare un po’ il ragionamento, facciamo un esempio (o piuttosto un paradosso). Io sono un editore di un giornale. Vedo il mio market share scendere di giorno in giorno perché sono l’unico nel mio mercato a non avere una pagina web in costante aggiornamento e questo mi crea problemi in termini di penetrazione. Creo la mia pagina nella quale la gente possa attingere all’informazione in modo gratuito (empowerness dell’opinione pubblica e apporto, per dirla come Castells, derivante dalle logiche dell’era dell’informazionalismo).

Arriva una produttrice qualsiasi che riesce a diffondere un OS app based e mi da l’opportunità di creare un’applicazione per il mio giornale. Superata la discussione sul dove si deve pagare l’abbonamento per fruire del contenuto, grazie al diffondersi di questa tecnologia, il traffico della mia web (per esempio la web mobile) cala fino ad un punto in cui non mi risulta più economicamente vantaggioso mantenerla o la rendo a pagamento per non competere con l’applicazione cercando accordi con gli operatori (qualcuno ha detto Repubblica?). Chiudo la pagina. Nessuno può condividere il contenuto che fornisco.
Magnifico. Avete mai sentito parlare di walled garden?

Ma continuiamo. Uno dei vantaggi più rilevanti del web si concretizza(va?) nella teoria della coda lunga.

La teoria della coda lunga

Facciamo un esempio. Librerie Mondadori (giuro che è solo un esempio, se ne avete altri proponete ma mi sembra la più commerciale tra quelle che conosco) vende per la maggior parte best sellers perché sono i più proficui per metro quadro. Mettendo in mostra solo i best sellers, con il fine di ottimizzare lo spazio limitato, vende solo i best sellers alimentando così un circolo vizioso nel quale poi è difficile entrare per uno scrittore indipendente. Arriva Amazon e rompe questo schema.

NdItomi:
Mi intrometto al volo solo per spiegare meglio il concetto: il principio della coda lunga è utilizzato profiquamente anche dalla stessa Lega Nerd oltre che da altri grandi siti come Wikipedia, o commercianti come Amazon appunto.

Il senso è: se elimino il problema del magazzino e posso quindi proporre in qualunque momento più contenuto possibile mi renderò conto che la somma del traffico (o vendite) generato dai contenuti “minori” supera di gran lunga il traffico generato dai contenuti di punta (o best seller che siano).

Per intenderci: Amazon potendo mettere a disposizione milioni di libri (contro le poche migliaia di una normale libreria) riesce a vendere pochissime copie di tantissimi libri di nicchia: queste vendite superano di gran lunga le vendite dei solo best sellers.

App store questo schema lo ricrea. Angry Birds non è stato uno dei titoli più venduti perché è il gioco che vale di più in termini di qualità (anche se da una scimmia discreta). E’ il più venduto anche perché è rimasto per un periodo di tempo molto lungo nella top 10 dei titoli più venduti dell’ App store, quindi più facilmente individuabile. Ci troviamo ancora alla libreria Mondadori.

Non so se mi sono riuscito a spiegare fin qui, ma ho fatto del mio meglio.

Chiudendo un sistema, alla fine ci rimette il sistema stesso.

Il web ci ha messo 20 anni per affermarsi e trasformarsi da rivoluzione in potenza a sistema in atto. Le App ci hanno messo 3 anni. Spero che questo sistema possa essere superato e quindi limitato in 3/20 del tempo che mai ci metterà il web (se davvero sarà così). Credo che si debba passare da regimi monocratici, o quanto meno da oligopoli, per capire fino in fondo il significato della parola libertà.

Provate a pensarlo come un mondo che nasce libero e unito, o quanto meno disinteressato agli altrui interesso, fino a quando alcune persone dichiara che una parte del territorio è di loro proprietà. Si passerà da un mondo unico ad un mondo diviso in Stati-nazione, con le conseguenze problematiche di definizione dei confini, battaglie (commerciali, si intende) per il loro allargamento e tutto a scapito dei civili.
Personalmente non credo in una rete di Stati Nazione. Credo in una rete alla portata di tutti.

Le applicazioni non credo che siano una rivoluzione tecnologica, sono una tecnologia reazionaria che si muove come una cellula impazzita che cerca di espandere il tumore ad un sistema dalle fondamenta sane.

”C’è una battaglia aperta in Internet tra il modello aperto e il modello chiuso. Il lato chiuso sta avendo la meglio per il momento. In tutta onestà spero che perda. Spero che la rete vinca, ma la tendenza non promette nulla di buono. Io vivo le due facce della moneta. Durante il giorno uso l’iPad di Apple e partecipo a sistemi chiusi perché sono il miglior modello di business. Poi la notte porto avanti il mio lavoro nella comunità web, gestisco un progetto con codice aperto.

Il personaggio che sono di giorno mi fa concludere affari migliori. Di notte mi sento meglio con me stesso. Durante il giorno avvallo il copyright, di notte lotto contro la proprietà intellettuale.

Viviamo in un mondo binario e contraddittorio, di modelli che competono. Questa è la storia della mia vita, che si è svolta costantemente tra questi due mondi. La mia non è ipocrisia (ride). C’è una gag che gira nel mondo dei fisici riguardo alla dualità onda-particella. La teoria dice che una cosa non può essere allo stesso tempo onda e particella. Entrambi i modelli coesistono in Internet: il modello chiuso e il modello aperto”.
(Chris Anderson)

Conclusione


Ok, fine del mattone. Ovviamente tutti siamo dicotomici, tutti siamo in preda dell’ansia di libertà e dalla ricerca del controllo. Tutti vogliamo che qualcuno ci semplifichi le cose complesse, ma non vogliamo che decida per noi.

Credo che questo blog per certi versi sia la prova vivente che aperto e comune è molto più utile e profondo di chiuso e proprietario.

Pensate solo alla possibilità che avete di scrivere articoli e dire la vostra senza essere autori. Chiedetelo a Mauro o a Feltri se potete scrivergli un pezzo…

Le mie personali speranze per il futuro? Collaborazione, open source, Linux e Arduino, Twitter, #spainrevolution, persone, Kiva, Ixem, Ushahidi, CC,… spero possiate allungare la lista.

Fonti:
intervista a Tim Berners-Lee.
intervista a Chris Anderson.

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venerdì 17 Giugno 2011 - 14:37
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