Esercitata dai membri della setta esoterica di Shingon, consisteva nel raggiungere uno stato di auto-mummificazione che avrebbe reso il loro corpo incorrotto e virtualmente eterno.

 

Quello che vedete nell’immagine qui sotto è il corpo mummificato del monaco Phra Khru Samathakittikhun, esposto dietro un vetro a Wat Khunaram, un tempio buddista sull’isola di Koh Samui, nel sud della Thailandia, il 10 giugno 2009.

 

Monaco mummificato

 

 

Egli, come tanti altri fedeli, seguì le orme di Kukai, fondatore della scuola di Shingon, nell’antico Giappone, la cui morte è ricordata per lo stato di conservazione del corpo, quasi immutato, che si preservò anche dopo molti anni.

Quest’uomo aveva raggiunto l’illuminazione, era diventato un’asceta e per questo motivo,  venne considerato, un vero e proprio “Budda vivente“(Sokushinbutsu) .

Da quel momento in poi, molti monaci giapponesi dell’ XI-XIX sec. vollero seguire il suo esempio e raggiungere, attraverso un lungo ed estenuante percorso di vita, uno stato in cui la mente si sarebbe distaccata dal corpo e quest’ultimo sarebbe rimasto immutato.

Il processo per l’ auto-mummificazione

Per arrivare ad uno stato di auto-conservazione del corpo fisico dopo la morte, ogni monaco doveva seguire un percorso di una durata complessiva di 3000 giorni, quasi 9 anni.

Per i primi 1000 giorni, si impegnavano in un rigoroso esercizio ascetico e vivevano solamente in base ad una dieta speciale costituita da acqua, semi e noci al fine di rimuovere più grasso corporeo possibile.

Ogni percorso di auto-mummificazione durava 3000 giorni, quasi 9 anni.

Per i successivi mille 1000 giorni, si nutrivano di radici e corteccia di pino, per eliminare quanta più acqua possibile dal corpo. Durante questo processo erano, inoltre, soliti bere del tè prodotto dalla linfa tossica d’albero di lacca cinese, Toxicodendron vernicifluum. Quest’ultima serviva per allontanare vermi e parassiti che avrebbero portato al decadimento del corpo ormai sotto terra.

Toxicodendron vernicifluum SeedL’albero di lacca giapponese veniva generalmente utilizzato per laccare piatti e ciotole. Quest’ultimo, come tutti gli alberi dello stesso genere, produce  l’olio Urushiol, irritante per la pelle e altamente tossico che provocava vomito e un’ alto grado di sudorazione; di qui il nome scientifico che significa, per l’appunto, “Albero velenoso”.

 

Nell’ultimo passo da affrontare, gli ultimi 1000 giorni, i monaci venivano sepolti vivi in tombe di pietra.

Seduti nella posizione del loto, comunicavano con l’esterno attraverso una campanella, che risuonava ogni giorno per dimostrare di essere ancora in vita e respiravano attraverso una canna di bambù. Il silenzio improvviso e prolungato proveniente dalla tomba di pietra dimostrava l’avvenuto decesso del monaco che veniva, quindi, riportato in superficie ed esposto in bacheche di vetro.

In alcuni casi, il corpo viene dipinto con strati di vernice protettiva che forniscono al cadavere un colorito molto scuro.

 

I monaci Sokushinbutsu rappresentavano uno stato di eterno essere, di Buddità.

Vestiti con tuniche rosse e ornamenti color oro, i monaci che ormai erano diventati Sokushinbutsu, venivano onorati e osannati, in quanto, rappresentavano uno stato di eterno essere, di Buddità, scegliendo di lasciare il proprio corpo come simbolo immutabile.

Alla fine del XIX secolo il Giappone ha messo fuori legge gli Sokushinbutsu perchè portavano avanti una pratica auto-punitiva, anche se  alcuni monaci hanno portato avanti la tradizione fino al secolo scorso.

Sono stati ritrovati 24 monaci nello Yamagata

Per ora, sono stati ritrovati 24 monaci nello Yamagata, la regione a nord del Giappone dove si trova il complesso di Dawa Sanzan, i 3 monti sacri dello Shugendo. L’ultimo, di cui è stato ritrovato il corpo, è Tetsumon-kai, morto nel 1829.

Uno dei principi sulla quale era fondata la scuola di Shingon consisteva nel credere che la Buddità fosse  uno stato di illuminazione raggiungibile nella vita terrena :

Diventare Buddha in questa vita, con questo corpo.

Credevano nel controllo totale del corpo attraverso la sola forza del pensiero.

Per questo motivo, come abbiamo potuto vedere, molti monaci giapponesi dedicarono i loro giorni a raggiungere questo stato di completa e profonda saggezza, al di là di ogni sofferenza. Credevano nel controllo totale del corpo attraverso la sola forza del pensiero e grazie a questa, infatti, riuscivano a meditare per ore, a non nutrirsi, a privarsi di tutti i bisogni primari.

Così come Budda lasciò i suoi insegnamenti e  fondò una dottrina così questi monaci volevano lasciare la propria impronta, la reminiscenza di tutti i loro sforzi per raggiungere un livello di vita superiore.