Patografia – Genialità e malattia nella storia: Friedrich Nietzsche #LegaNerd
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Friedrich Wilhelm Nietzsche


(Röcken 1844 – Weimar 1900)

“Genio e follia hanno qualcosa in comune:
entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri.”
(Arthur Schopenhauer)

Dopo la sua nascita, avvenuta il 15 ottobre 1844 nel villaggio di Röcken, nella provincia prussiana della Sassonia, il padre Karl Ludwig ‑ un pastore luterano che aveva dovuto optare per quella parrocchia contadina abbandonando una promettente carriera a causa di certi disturbi “nervosi”, di forti emicranie, di frequenti esaurimenti e della continua irritabilità ‑ sperava di fare di lui un musicista o un sacerdote… ma morì a soli 36 anni dopo aver passato l’ultimo anno in completo stato demenziale (probabilmente per il morbo di Alzheimer).

Friedrich Wilhelm Nietzsche era a quel tempo un bambino piuttosto triste, pensoso ed estremamente sensibile. Dopo le elementari, fu inviato alla prestigiosa scuola protestante Schulpforta, dove si fece notare, oltre che per il profitto, anche per la “personalità” piuttosto originale. Un giorno, appreso dell’episodio romano di Muzio Scevola, prese un carbone rovente e lo strinse nel palmo della mano, producendosi un’ustione che gli lasciò una cicatrice indelebile.

I primi problemi con la salute cominciarono nell’estate del 1860 con violenti dolori alla testa e agli occhi, tuttavia non tali da fargli interrompere gli studi. S’era poi iscritto alla Facoltà di Filologia e Teologia dell’Università di Bonn, cui seguirono le allegre brigate di amici, l’immancabile duello degli studenti tedeschi, i pestiferi sigari sempre tra le labbra, gli schiumanti Krüger di birra, le frequenti incursioni nei bordelli.

Friedrich non si sentiva però tagliato per quel tipo di vita, e preferì presto ritirarsi in quella solitudine che, pur con alti e bassi, lo avrebbe accompagnato per sempre. Ma qualche allegra donnina gli lasciò uno sgradevole regalo, la sifilide. Una malattia che, come si sa, può non farsi sentire subito, ma anche manifestarsi solo dopo lungo tempo con disturbi neurologici e mentali.

Nietzsche si trasferì successivamente all’Università di Lipsia, dove si impegnò a fondo nello studio di Schopenhauer e dove conobbe Richard Wagner e sua moglie Cosima Listz.

Scartato nel 1866 “per insufficienza toracica”, poco dopo, in occasione della guerra tra Prussia e Austria, prestò servizio in un reggimento di artiglieria a cavallo. Fu presto posto in congedo per una brutta frattura alle costole in seguito ad una caduta da cavallo.

Come studente godeva di una larga stima, tanto che ancor prima della laurea fu nominato professore di filologia greca all’Università di Basilea (1869). Vi sarebbe rimasto un decennio.

Avendo preso la cittadinanza svizzera e non potendo combattere tra le file dell’esercito prussiano nella guerra del 1870 contro i francesi, gli fu concesso di parteciparvi come volontario della Croce Rossa (era uno dei primi interventi ufficiali di questa Organizzazione, fondata appena sette anni prima).

Nell’assistere i feriti e i malati Nietzsche contrasse la difterite e la dissenteria. Fu proprio durante la lunga convalescenza che finì di preparare la sua “dichiarazione di guerra” alla cultura ufficiale, con un proponimento grandioso: una “grande Germania” che riconoscesse in Bismarck il proprio reggente, in Moltke il soldato, in Wagner il rapsodo, in Nietzsche il filosofo.

La prima edizione de “L’Origine della Tragedia” esce il giorno di Capodanno del 1872, e Wagner ‑ che ha ricevuto una delle prime copie ‑ ne esulta. Ma la maggior parte dei filologi si mostra fredda e ostile, molti la ignorano del tutto. Il libro resta invenduto, un vero “fiasco”.

Sono già cominciati altri guai per la salute: forti dolori nevralgici, crampi allo stomaco e vomito, accompagnati da ittero (probabilmente un’epatite infettiva). Successivamente i mal di testa, che già da tempo tormentano lo scrittore, divengono ancor più frequenti e violenti, costringendolo nel 1879 a lasciare l’insegnamento a Basilea.
I disturbi si accompagnano a insonnie tormentose, a facile esaurimento fisico, a disturbi visivi (con intolleranza anche alle luci sommesse), tutti sintomi che potrebbero deporre a favore di quella che viene definita “paralisi progressiva” o, più modernamente, demenza paralitica: in pratica, il terzo stadio della sifilide, nel quale l’infezione da spirocheta ha cointeressato il sistema nervoso. A quel tempo non erano ancora disponibile cure adeguate per risolvere i problemi di Nietzsche.
Alcuni critici ascrivono, probabilmente a torto, alla deludente conclusione del rapporto con Lou von Salomè, incontrata nel 1878, la causa immediata del decadimento fisico e mentale dello scrittore. Altri si affannano invece a chiedersi quale sarebbe stata l’evoluzione della sua filosofia, e quindi l’”avvenire” del suo cervello, se l’intraprendente e non certo bella ragazza avesse acconsentito a divenire sua moglie.
Fatto è che quando la conobbe, Nietzsche era già irrevocabilmente avviato su quel cammino che con impeto sempre crescente avrebbe continuato a percorrere sino alla fine. A quel tempo aveva già concepito nella sua mente le linee programmatiche del futuro “Così parlò Zarathustra”, in cui egli concentrava, purificato da certe contraddizioni e liberato da certe incertezze, tutto il passato e in cui si delineava tutto il futuro della sua filosofia.

Ormai Nietzsche era assillato dalle proprie condizioni di salute e si rivolgeva all’Italia alla ricerca del sole e dell’aria buona.
Ma la nevrite, i dolori allo stomaco, le cefalee e i disturbi della vista persistettero anche negli anni successivi e il filosofo espresse più volte il timore di poter seguire la stessa sorte del padre.

Eppure lo scrittore viveva la sua malattia coltivando in modo costante un’idea del tutto personale circa i mali che l’affliggevano, che collegava ai destini generali della nostra civiltà, alle vicende della sua famiglia, della sua stessa vita privata. Sentiva di vivere attraverso i propri mali una malattia “generalizzata”.

Durante nove anni, toccando l’acme nel 1879, la “malattia nervosa” lo seguì in ogni vagabondaggio, con periodi più o meno lunghi di remissione spontanea, dai quali non fu estraneo un influsso psicologico.

“Sto bene quando spero… e la salute è legata alle mie speranze. Voi sapete che vi sono talvolta stati di sofferenza psichica che sono quasi un beneficio, perché fanno scordare quel che si soffre altrove. Ecco la mia filosofia della malattia: essa dona speranza alle anime”.

Dall’inizio del 1880 divennero sempre più evidenti le fasi di euforia e di esaltazione, con idee di grandezza alternate a fasi di profonda depressione, quadro che entra anch’esso spesso tipicamente nella paralisi progressiva. Non si trattava tuttavia ancora di turbe mentali vere e proprie, mentre i danni organici della lue erano molto più evidenti.

Nell’inverno 1887‑88, quando lo scrittore aveva ormai alle spalle un numero considerevole di opere, culminanti nel Così parlò Zarathustra (che, pubblicato nella primavera del 1884, fu accolto con la solita freddezza), ma anche di “fughe” alla ricerca di climi, di paesaggi, di regimi di vita salutari, la malattia divenne per lui una scusa‑non scusa del suo eclissarsi e del vivere nella lontananza e “nell’assenza”.

Scrisse nell’Ecce homo: “Non è il dubbio, è la certezza che fa diventare pazzi… Abbiamo tutti paura della verità”.

Durante questi anni anche se i disturbi sembrano di tanto in tanto migliorare, l’angoscia l’attanaglia sempre più. L’opprime il “dovere” supremo che sente di dover compiere, l’opera superba nella quale è andato pian piano identificandosi: redimere l’umanità con “il genio della verità”. E nel frattempo perde sempre più in coerenza, pur mantenendo, frammentaria, la lucidità.

Dal 1888 l’amico Franz Overbeck riceve preoccupanti lettere nelle quali Nietzsche gli esprime i suoi propositi di organizzare un complotto internazionale contro l’imperatore tedesco, oppure sostiene di essere la reincarnazione di personaggi come Alessandro, Cesare, Voltaire, Napoleone, se non addirittura lo stesso Dionisio.

Finché il 3 gennaio del 1889 viene a sapere del famoso episodio che lo vede, piangente come un bimbo, abbracciato a un cavallo, frustato dal fiaccheraio in piazza Carlo Alberto, a Torino.
Il 10 dello stesso mese Overbeck accompagna l’amico alla Clinica Psichiatrica di Basilea. Per far sì che acconsenta a muoversi, gli dice che, essendo lui un principe, a Basilea sono ad accoglierlo le autorità di più alto grado, che lo accompagneranno in un fastoso corteo lungo la città.

La visita medica rivela tra l’altro una paralisi del facciale, a sinistra, “anisocoria” con un diametro maggiore della pupilla destra, nonché “pupilla di Argyll‑Robertson” (la pupilla perde il riflesso alla luce pur mantenendo il riflesso all’accomodazione-convergenza) e una forte miopia (l’anisocoria e la pupilla di Argyll‑Robertson sono di frequente riscontro nella paralisi progressiva conseguente alla tabe dorsale della sifilide terziaria o neurolue).

Nella cartella clinica si legge:

“Il paziente è difficile da contenere, risponde in modo improprio o non diretto alle domande, oppure continua nei suoi discorsi… Spesso si mette a cantare, anche «alla torinese»… Confonde gli eventi della vita passata, e i suoi pensieri si accavallano senza alcun nesso logico… Nonostante la somministrazione di sonniferi, non ha dormito tutta la notte, ha parlato senza sosta e si è alzato sovente per andarsi a pulire i denti… Mangia e beve molto, ha violenti mal di testa… La sera gli vengono praticate docce fredde. Il malato ci segue continuamente e continua a fare inchini; con passo maestoso, lo sguardo rivolto al soffitto, entra nella sua stanza e ringrazia per la fastosa accoglienza. Non si contano le volte che ha cercato di stringere la mano ai medici”.

Le crisi di follia indussero i medici a proibire le visite e a somministrargli dosi massicce di sedativi. Nel mese di settembre stette un po’ meglio, ma cominciò a chiamare l’infermiere “Principe Bismarck”.

Una settimana dopo Nietzsche viene trasportato alla Clinica Neuropsichiatrica di Jena, dove rimarrà sino al 24 marzo del 1890, non ha coscienza di dove si trova né del tempo. Talvolta si mette a parlare in italiano o in francese. Fuma una quantità enorme di sigari, si imbratta spesso di urina e di feci, e in alcune occasioni beve urina dal vaso. Ha frequenti crisi di collera e continua a sentirsi questo o quel personaggio, per esempio Guglielmo IV o Wagner. Paventa attentati da parte dei potenti. Le sole cure che riceve sono i soliti sedativi e ipnotici, l’applicazione di pomata al mercurio sulla cute (contro la lue), le docce gelate.

Gli unici momenti di quiete sono le visite della madre, che lo porterà nella propria città natale di Naumburg. Quando ella muore (1897), sarà la sorella Elisabeth a prendersi cura di lui. Lo condurrà con sé a Weimar, dove inizierà a “costruire” il mito del fratello tentando come prima cosa di demolire la versione della sua pazzia “luetica”. Attribuisce la causa della follia del fratello al continuo uso di sonniferi e più tardi accennerà a un “sedativo giavanese” che gli avrebbe fornito un olandese.

Questa manovra nasconde non tanto uno sviscerato amore fraterno quanto un profondo amore per il denaro: Elisabeth era in possesso dei suoi manoscritti e sapeva che avrebbero reso molto. Ma con un fratello “sifilitico” la cosa sarebbe riuscita terribilmente difficile. A quel tempo era meno degradante essere tossicodipendenti che avere una malattia venerea.

Le condizioni fisiche e mentali del grande filosofo‑scrittore si stabilizzarono a partire dal 1890; le idee di grandezza si restrinsero sempre più e la sua mente divenne sempre più indifferente e “distaccata”. Tutto sarebbe ancora durato una decina d’anni; poi, il 25 agosto del 1900 sopravvenne la morte in seguito ad una polmonite.

Il fautore del mito del Superuomo era ridotto ad un vecchietto (aveva solo 56 anni!) perennemente avvolto nella sua vestaglia di flanella bianca, rattrappito su di una carrozzella, lo sguardo fisso, un pazzo incapace di un qualsiasi ragionamento logico, di pensare e di scrivere.

Nel passato la malattia di Nietzsche ha rappresentato un argomento di cui si è servita certa critica per screditare il suo pensiero. L’alternativa consisteva solamente nell’interpretare la sua filosofia come “risultato” della sua malattia o la sua malattia come “risultato” della sua filosofia. In ogni caso la malattia veniva considerata come qualcosa di esclusivamente negativo, da mettere in correlazione necessaria con il suo pensiero, in base al pregiudizio positivistico secondo cui una filosofia dovuta a una mante malata (oppure sana) sarebbe per ciò stessa malata (oppure sana).

In seguito la situazione è radicalmente mutata. Anzi, in taluni settori della critica si tende piuttosto a valorizzare la malattia, scorgendo, in essa una condizione creativa del suo filosofare. In altri termini, sarebbe (anche) in virtù della sofferenza e della solitudine che Nietzsche, lasciandosi alle spalle le illusioni dei sani, avrebbe potuto attingere un punto di vista “abissale” e anticonformista sul mondo.

Comunque, anche a prescindere da queste letture, è un fatto, ormai universalmente ammesso, che la filosofia di Nietzsche, come quella di qualsiasi altro pensatore, vada giudicata per quello che oggettivamente dice, ossia per le argomentazioni teoriche di cui si serve, e non per le vicissitudini esistenziali che ne stanno alla base.

Tutto sommato, dopo questa lettura, vi stupireste nel leggere questo famoso aforisma?

« Gott ist tot! Gott bleibt tot! Und wir haben ihn getötet! »
« Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! »
(Friedrich Nietzsche)

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