Patografia - Genialità e malattia nella storia: Vincent van Gogh #LegaNerd
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Vincent Van Gogh


(Groot-Zundert 1853 – Auvers-sur-Oise 1890)

“Non esiste grande genio senza una dose di follia.” (Aristotele)

Pochi pazienti illustri possono vantarsi, come il pittore olandese, di aver ricevuto tante diagnosi prima e dopo la morte: epilessia, demenza, psicopatia, psicosi degenerativa, reazione schizoide, tumore cerebrale, psicosi luetica, schizofrenia, epilessia psicomotoria, colpo di sole, avvelenamento da acqua ragia o da trementina. La diagnosi esatta non si saprà mai, ma è certo che, almeno negli ultimi anni, van Gogh trasferì sulla tela le sue angosce e i suoi turbamenti: solo nel penultimo anno di vita, trascorso nel manicomio di Saint‑Remy, eseguì centocinquanta quadri e cento disegni.

Ancora giovanissimo, quando si trovava all’Aja accusò violente emicranie e continui esaurimenti nervosi, e contrasse la blenorragia da Sien, la prostituta con la quale conviveva.

Un paio d’anni dopo, ad Anversa, comparvero dolori allo stomaco, favoriti dalle pessime condizioni dei denti e della masticazione e dallo smacco di essere stato scartato dal Consiglio dell’Accademia di Belle Arti.

La follia cominciò a rendersi manifesta nei violenti alterchi con Gauguin, con episodi di aggressione fisica, ma esplose quando, ad Arles, il pittore si tagliò il lobo dell’orecchio sinistro e lo portò incartato, “per ricordo”, al bordello di madame Chose dove risiedeva Rachele, una prostituta appena sedicenne contesa con Gauguin. Tornato a casa dopo un breve soggiorno in ospedale, Vincent cominciò a soffrire d’insonnia e ad avvertire intensi dolori durante la minzione. Si trattava di una stenosi uretrale provocata dalla blenorragia. Il trattamento fu a base di cateterismi, somministrazione di chinino, lavaggi con allume o solfato di zinco.

Col tempo i disturbi psichici si accentuarono: il pittore arrivò a gettare dal balcone i mobili di casa, persino a ingerire alcuni tubetti di colore e una bottiglia d’acqua ragia.

Fu necessario ricoverarlo in manicomio. Nell’aprile 1889 chiese spontaneamente di entrare come pensionante nella casa di cura di Saint‑Paul‑de‑Mausole, vicino a Saint‑Remy de Provence, dove gli fu concessa una stanza e la possibilità di recarsi nei campi, sotto la sorveglianza di un guardiano, per dipingere.

Poco dopo si trasferì in un luogo più confortevole, ad Auvers-sur‑Oise, dove fu preso in cura dal dottor Paul‑Ferdinand Gachet. Il pittore lo raffigurerà in diversi quadri, in uno dei quali il medico è seduto con davanti un fiore appoggiato in un bicchiere. Il fiore di una pianta cantata anche da Giovanni Pascoli come simbolo di morbosità e peccato…
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L’interesse medico di questo quadro infatti consiste nel fatto che quelli erano fiori di Digitalis purpurea Digitalis purpurea, dalle cui foglie, com’è noto, si estrae la digitale. Il che ha dato il via all’ipotesi che alcuni disturbi psichici di van Gogh siano stati espressione di un’intossicazione da digitale, che gli veniva somministrata sotto forma di infuso delle foglie contro una presunta epilessia. L’intossicazione si manifesta, oltre che con irrequietezza, confusione mentale e idee deliranti, anche con fenomeni di “xantopsia”, condizione in cui gli oggetti di colore chiaro appaiono con una forte dominante gialla e quelli scuri vengono percepiti come se fossero di colore violetto. E negli ultimi anni, la pittura di van Gogh è appunto dominata dal giallo.

L’eziologia della xantopsia nell’artista non sarebbe da attribuirsi soltanto alla cura a basa di digitale, il pittore era anche un forte consumatore di assenzio, un liquore estratto dall’Artemisia Absinthium che ha deliziato i sensi di molti, in particolare nel XIX secolo. L’assenzio però contiene un composto chimico, chiamato tujone, della famiglia dei terpeni, che in quantità eccessive è tossico per il sistema nervoso e provoca xantopsia.

A questo si aggiungeva l’inalazione di vaporo di canfora (un altro terpene) che l’artista teneva nel suo cuscino convinto che lo aiutasse a vincere l’insonnia. Oggi i segreti dell’assenzio sono stati svelati dalla biochimica: il tujone blocca un recettore cerebrale per una sostanza conosciuta come acido gamma-aminobutirrico-A e il risultato è un’anomala attivazione del cervello. La tossicità della digitale invece si manifesta direttamente sulla retina dove danneggia un enzima indispensabile per il funzionamento dei bastoncelli, le cellule retiniche deputate alla visione dei colori.

Secondo altri studiosi, invece, la prevalenza del giallo sarebbe dovuta a una cataratta o a un glaucoma, dei quali non si hanno però dati certi.

A 37 anni mentre camminava nei campi, il pittore si tirò un colpo di rivoltella al cuore. Morì pochi giorni dopo.

Anche per quanto detto finora, essendo l’opera d’arte un’espressione della globalità dell’essere dell’artista, i quadri di van Gogh sono la sintesi visiva di tutto il suo complesso e agitato mondo interiore. Quello che interessa alla storia dell’arte è però il risultato finale, l’opera d’arte come appare ai nostri occhi, i contenuti umani che ci vengono comunicati. Inutile chiederci se van Gogh sarebbe stato un pittore o quale sarebbe stata la sua pittura se non fosse stato malato mentalmente. Innanzitutto perchè la storia (anche quella dell’arte) non si fa con i “se”; in secondo luogo perchè l’opera di van Gogh ha un altissimo valore artistico così come è.

A noi appare non tanto come esperienza di un povero folle, quanto piuttosto come espressione dell’angoscia esistenziale dell’uomo moderno in un momento di crisi dei grandi valori tradizionali.

Premesso questo, possiamo dire che la sua “patografia” ci aiuta soprattutto a comprendere quali siano i meccanismi che hanno portato questo grande artista a esprimere in un modo così particolare la sua angoscia esistenziale.

via via

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martedì 1 novembre 2011 - 15:01
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