Interessante come i creativi del cinema cerchino costantemente il modo secondo loro più giusto di parlare al proprio pubblico. Innanzitutto perché questo permette a noialtri, orribili addetti ai lavori, di farci i complimenti a vicenda o litigare a seconda dei casi e poi perché si tratta, semplicemente, di uno dei principali motivi per cui i film non stancheranno mai. Interessante come questo accade in modo ancora più chiaro quando vogliono coinvolgere lo spettatore nell’interrogativo su come continuare il proprio percorso artistico.

Nella recensione di Ghostbusters – minaccia glaciale, al cinema dall’11 aprile 2024 con Eagle Pictures, vi parliamo di un titolo che prova a parlare direttamente allo spettatore fin dal primo minuto, in modo anche abbastanza diretto, come se temesse che nel far fronte a tutto quello che gli era richiesto o che gli autori avevano in mente di fare, si perdesse il focus centrale. La pellicola diretta da Gil Kenan (che ha scambiato il ruolo con Jason Reitman, stavolta solo alla sceneggiatura) è infatti un titolo che prova ad essere multitasking, rispettando le direttive hollywoodiane, lo spirito del franchise e la linea tracciata nel nuovo corso, ottenendo un risultato non ottimale, purtroppo. E dire che i presupposti c’erano eccome.

Per un’operazione di tale portata vengono nuovamente reclutati i membri del cast originale, Dan Aykroyd, Ernie Hudson, Annie Potts, Bill Murray e addirittura William Atherton, ai quali viene conferito uno spazio ancora maggiore rispetto a Ghostbusters: Legacy (soprattutto ad un paio), oltre ai nuovi volti, Paul Rudd, Carrie Coon, Finn Wolfhard e Mckenna Grace, sempre più protagonista. Accanto a loro i ruoli di maggior rilevanza sono ricoperti da Kumail Nanjiani e Emily Alyn Lind.

Un ensemble ampissimo, sinonimo della complessità della pellicola, ma anche di un peso che vuole continuare a portare avanti nonostante faccia fatica ad integrarlo con il resto. A farne le spese potrebbe essere la resa della traccia che segna il passo verso il futuro, che c’è, ma fatica di più ad emergere rispetto al capitolo prequel, il quale aveva beneficiato di una forma più snella e di sforzi univoci.

Spengler, una famiglia allargata

La famiglia Spengler si è riappropriata dell’eredità lasciata sepolta (ma non per questo fuori portata, specialmente nell’universo degli acchiappafantasmi) da Egon (Harold Ramis) durante il periodo passato a Summerville, in Oklahoma, e come conseguenza naturale decide di ritornare a New York, dove l’avventura iniziò anni prima, mossa dalla volontà di fare suoi anche i luoghi del tempo che fu.

Ghostbusters – Legacy si preoccupa di comunicarci, in accordo con la pellicola precedente, come questo processo si sviluppi in sintonia e grazie all’aiuto della vecchia guardia, che è intervenuta per salvare capra e cavoli in Oklahoma e, soprattutto attraverso la figura del Zeddemore (Hudson) ricco imprenditore, ha permesso ai nuovi arrivati di riprendere in gestione la vecchia centrale dei pompieri. Da lì si muovono le nuove avventure di Phoebe (Grace), Trevor (Wolfhard), Callie (Coon) e “papà” Gary (Rudd), che portano avanti l’attività famigliare sventando le solite minacce spettrali e difendendosi dalle accuse della legge degli uomini.

Ghostbusters - Minaccia glaciale

A fare le spese di quest’ultima alla fine però è la più giovane e la più predisposta al lavoro degli Spengler, che viene lasciata in panchina perché ancora minorenne. Sola, non compresa da una madre che ritiene per lei sia anche un modo per vivere la sua età, Phoebe fa la conoscenza di una sua coetanea, che, pur provenendo da un’altra dimensione, sembra capirla molto meglio di chiunque altro.

Una nuova amicizia che si legherà in qualche modo ad una sfera misteriosa portata nel negozio delle stranezze di Ray Stantz (Aykroyd) che pare abbia il potere di congelare qualsiasi cosa non le vada a genio. O, per essere più precisi, contenga al suo interno qualcosa (o qualcuno) che pare abbia il potere di congelare qualsiasi cosa non le (o gli) vada a genio. Forse all’orizzonte si sta per profilare una minaccia più corposa di un fantasma che vola tra i grattacieli della Grande Mela. Una metafora di un passato che potrebbe congelare il futuro. Una per cui servirà l’impegno della vecchia e della nuova guardia di Acchiappa fantasmi. Phoebe compresa.

Può essere complicato giocare con le temperature

A 40 anni di distanza dal primo film del franchise di Ghostbusters, Hollywood è in piena febbre da remake, reboot e propagatori seriali di effetto nostalgia vari ed eventuali, da qualche tempo a questa parte legati a filo doppio a sceneggiature incentrare sulla famiglia. Due ingredienti che le grandi major vedono come essenziali per la ricetta dei nuovi blockbuster per grandi e piccini.

Ghostbusters – La minaccia glaciale è un perfetto esemplare di questa nuova visione, al punto da risultare un buon esempio per misurare fattori positivi e rischi di tale connubio. Tra questi ultimi in primis la possibilità di dar vita a pellicole più teoriche che altro. Più calcolate, metodiche e studiate e meno istintive, passionali e anarchiche. Un dualismo insito nel film e che il film stesso suggerisce anche con la poesia in apertura di Robert Frost, quasi cose se ci fosse un riferimento metanarrativo a tal proposito, in riferimento soprattutto alla strada da intraprendere per proseguire il cammino, minacciato da un passato che potrebbe bloccarlo (anzi, congelarlo).

Ghostbusters - Minaccia glaciale

A differenza del capitolo precedente, che funzionava perfettamente grazie al parallelismo interno tra Reitman jr. e il suo alter ego sullo schermo, Phoebe, entrambi impegnati in un lavoro di riscoperta da consegnare allo spettatore, in questo caso la parte più meccanica sovrasta l’altra, che diventa invece sfumata, complicata e contraddittoria. La pellicola diretta da Kenan è infatti scientificamente derivativa e con un’anima nerd molto ingombrante (in bilico tra l’ipercitazionismo e la volontà di inserire nuovi gadget e invenzioni “fintascientifiche”), due aspetti che disinnescano la sua unicità all’interno della saga generale, al punto che la volontà di continuare a giocare con il parallelismo di cui sopra si percepisce molto meno.

Nel complesso, questo gioco di temperature diverse non riesce benissimo a Ghostbusters – La minaccia glaciale, che alla rispettabile volontà di tenere insieme il suo immaginario senza perdersi i pezzi, anche a costo di ritardare l’emancipazione augurata, sacrifica l’originalità e ritmo. La pellicola è infatti piuttosto compassata, bolsa e limitata dal punto di vista visivo, aggiungendo, in fondo, meno di quello che avrebbe potuto al franchise, ma limitandosi a suggerire qualche riflessione che però non riesce a divenire veramente protagonista, neanche in un finale significativo in cui una direzione si prende. Un peccato perché gli spunti c’erano tutti e, sotto le tante cose che fanno storcere il naso, il percorso del primo film si può ancora intravedere.

Ghostbusters – Minaccia glaciale è al cinema dall’11 aprile 2024 con Eagle Pictures.

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Ghostbusters - Minaccia glaciale
Recensione di Jacopo Fioretti

Nella recensione di Ghostbusters - Minaccia glaciale, la nuova pellicola del franchise, diretta da Gil Kenan e stavolta solo scritta da Reitman jr., vi abbiamo parlato di un'operazione ambiziosa per quale è stato raccolto un ensemble comprensivo dei vecchi e nuovi volti del cast e qualcun altro a gradire. Un titolo che è blockbuster di nuova generazione e titolo autoriale, due temperature che fa fatica a misurare, dato che l'una depotenzia l'altra in continuazione. Il risultato, nonostante la trovata metanarrativa della minaccia e il finale che prende una posizione precisa, non è ottimale. Un peccato, viste le premesse.

ME GUSTA
  • La metafora metanarrativa della minaccia del film.
  • Il coinvolgimento del vecchio cast è motivato.
  • La parte nerd che guarda al futuro.
  • La presa di posizione del finale.
  • La coerenza con il nuovo spirito della saga...
FAIL
  • ... che però fatica ad emergere.
  • ll ritmo della pellicola è compassato.
  • Citazionismo e spirito derivativo spesso ingombranti.
  • Un deficit nell'integrazione di tutti i livelli del film.
  • La resa visiva non è sempre il massimo.