Ci sono diversi punti di forza che hanno continuato a rendere il ciclo di romanzi di Frank Herbert così appetibile per un adattamento cinematografico, nonostante il passaggio del tempo e il succedersi degli eventi che hanno cambiato di volta in volta la storia recente. Non è perché siamo noiosi e alla fine rimaniamo sempre fermi al punto di partenza a prescindere dalle rivoluzioni digitali (cioè sì, forse è anche un po’ questo), ma soprattutto per la sua capacità di trattare le tematiche affrontate con un taglio moderno, pur costruendo le proprie logiche narrative intorno a dei nuclei classici. C’è Shakespeare, ma c’è anche una destrutturazione critica di simbologie sempiterne legate alla visione maschile del pensiero occidentale e non.

Denis Villeneuve lo sa molto bene e dunque nel costruire la sua saga sci-fi è parso interessato molto alla scrittura, forse ancor di più che nella resa estetica (che comunque è molto curata), magari peccando nella divisione dei capitoli, dato che nella recensione di Dune – parte II, al cinema dal 28 febbraio 2024 con Warner Bros. Italia, vi parliamo di una pellicola che contiene tutto il “succo” che manca nel capitolo uno (qui la nostra recensione), definito dal regista stesso come “contemplativo”.

C’è Shakespeare, ma c’è anche una destrutturazione critica di simbologie sempiterne legate alla visione maschile del pensiero occidentale e non.

A guardare la seconda parte si percepisce l’interesse straripante del cineasta canadese per degli argomenti che è impressionante constatare quanto abbiano a che fare con il nostro presente, anche se provenienti da un romanzo di metà anni ’60, oltre che il suo amore per il deserto e i suoi significati, un tropo che lo ha accompagnato fin dal suo primo, piccolo piccolo, film.

Da un punto di vista cinematografico è sempre bello vedere come delle cose rimangano sempre le stesse, a prescindere dai budget e dall’importanza delle pellicole. Troviamo ancora il primo Villeneuve in una delle saghe più costose di sempre e con un cast pieno di star come poche altre volte, in cui figurano i ritorni di Timothée Chalamet, Zendaya, Javier Bardem, Rebecca Ferguson, Stella Skarsgard, Dave Bautista, Charlotte Rampling e Josh Brolin e i nuovi volti di Florence Pugh, Austin Butler, Christopher Walken, Lea Seydoux e Anya Taylor-Joy.

Ora entriamo nel merito, ma prima di cominciare vogliamo dire che speriamo che Dune di Villeneuve vada avanti perché sembra una saga in crescendo, dato che questo secondo capitolo è ancora migliore del primo e “la via” tracciata appare quella giusta.

La mia vita con i Fremen

Dune - parte due

Paul Atreides (Chalamet) e Lady Jessica (Ferguson) sono riusciti a fuggire alla trappola ordita dall’imperatore Shaddam IV (Walken) e il barone Vlad Harkonnen (Skarsgard) e si sono uniti ai Fremen, il popolo del deserto di Arrakis, quello che riempie i sogni dell’erede del Duca Leto e che è in attesa dell’arrivo di un Messia che giunga a guidarli.

Messia che guarda caso corrisponde perfettamente al profilo di Paul, la cui venuta divide la popolazione indigena tra chi crede fermamente nella sua ascesa, come il capo delle tribù del nord, Stilgard (Bardem), e chi vede in lui solamente un altro straniero arrivato per dominarli, come Chani (Zendaya). Nonostante questa divisione Paul si inserisce tra i Fremen, partecipando con successo alla campagna militare contro gli Harkonnen e iniziando la storia d’amore con la ragazza che ha sempre occupato la sua mente e il suo cuore. Nelle retrovie lavora invece sua madre, incinta di una bambina che già è in grado di parlare con lei e suo fratello, per preparare il terreno a ciò che egli è destinato a diventare.

Dune - parte due

Nonostante questa divisione Paul si inserisce tra i Fremen, partecipando con successo alla campagna militare contro gli Harkonnen e iniziando la storia d’amore con la ragazza che ha sempre occupato la sua mente e il suo cuore.

Il deserto di Dune – parte II cambia in continuazione: è accogliente, ostile, freddo, caldo, romantico e orrorifico. I mille modi in cui Villeneuve lo ritrae lo rendono un terreno in evoluzione a seconda delle necessità e dei momenti di una pellicola che rischiava di vedere appiattita la sua palette e che invece si dimostra straordinariamente spettacolare, sorprendente, studiata e complessa. Il deserto, così come la sua fauna e la sua flora, è il riflesso dei Fremen, un popolo pieno di storia e dall’enorme dignità, composto da tutte le razze della nostra realtà che hanno dovuto subire il colonialismo sfrenato dalle “tribù” del cosiddetto primo mondo. Ingenuo, ma fiero, leale, ma feroce. Un popolo del deserto che ha l’acqua come suo elemento sacro, un modo per tenersi connessi gli uni con gli atri, sempre.

Villeneuve è innamorato dei Fremen come Paul è innamorato di Chani, perfetta rappresentante dello spirito della sua gente, che non vuole padroni, che non accetta le Grandi Casate e che l’unica realtà che conosce è quello dove uomini e donne sono uguali. A differenza di Villeneuve però Paul è anche l’uomo della profezia, arrivato per condurre la Guerra Santa e vendicare suo padre, motivo per cui dovrà scegliere se essere Muad’dib o il Kwisatz Haderach.

I colonialisti intergalattici

Dune - parte due

Il dilemma sopracitato cresce nella mente e nel cuore del ragazzo, mentre gli eventi che sono stati messi in moto nel primo film ormai sono inarrestabili. Così Dune – parte II cambia volto, tono e passo e trasforma i suoi ambienti, trasportandoci nella capitale di Casa Corinno e nel pianeta degli Harkonnen.

Così conosciamo tutti i nuovi volti di questa pellicola. In particolar modo quello del sociopatico matricida Feyd-Rautha (Butler), erede del barone e protagonista di una sequenza principale che fa pensare alla possibilità che Villeneuve abbia preso qualcosa dagli schizzi che sua maestà H. R. Giger aveva disegnato per il Dune di Jodorowski, e quello della Principessa Irulan (Pugh). Lei è la porta verso tutto un altro filone della saga, quello delle sorelle Bene Gesserit, il femminile “che non spera, ma pianifica”, asservito al colonialismo che questo adattamento denuncia così fortemente, che non prevede parti, ma solo interessi.

Il dilemma sopracitato cresce nella mente e nel cuore del ragazzo, mentre gli eventi che sono stati messi in moto nel primo film ormai sono inarrestabili.

Florence Pugh

La saga ideata da Villeneuve è un trattato sull’anticolonialismo contemporaneo, che non si fa problemi a usare termini come “testate atomiche” o “bombardare”, più che un colossal epico dall’alta resa spettacolare. C’è, non fraintendeteci, ma non sembra assolutamente il primo interesse di una pellicola che vive più nel microcosmo degli strumenti dei Fremen, nelle stanze, negli affreschi, nei rituali, nei sogni e nelle decorazioni che nei campi di battaglia.

Il cineasta canadese cerca il respiro ampio lavorando sempre con la contrapposizione di due piani: il proscenio e lo sfondo, anche per un motivo legato alla migliore resa della CGI impiegata, e a volte questo può risultare ripetitivo dato che l’organicità di insieme viene meno. Egli, con fortune alterne, prova a legare il tutto sfruttando il sonoro, da sempre un suo cavallo di battaglia e infatti spesso l’epicità è legata alla sua presenza o alla sua assenza totale. Putroppo il montaggio nei primi piani e la direzione dei campi profondi non sarà mai il suo forte, ma bisogna ammettere che l’uso di carrelli orizzontali, che permettono di lavorare digitalmente, è sempre molto efficace. Ce n’è una meravigliosa nel mondo in bianco e nero di uno dei colonialisti intergalattici.

La strada di Chani

Dove Dune – parte due trionfa è nella parte critica del contemporaneo, che arriva attraverso la destrutturazione di questi maschi pieni di orgoglio e incapaci di trovare una strada che non sia scritta in qualche profezia fatalista. Il volto che rappresenta questa componente è quello di Chani.

Entrambi i capitoli della saga iniziano con un voice over femminile, come se fosse la donna il simbolo del futuro (una cosa che Herbert aveva ben presente nei suoi romanzi) e non è un caso che siano proprio le donne le figure forti in entrambi i capitoli dell’adattamento, nonostante il messia sia un ragazzotto. Lo è Lady Jessica, che tesse nell’ombra l’ascesa di Paul insieme a sua sorella e lo è soprattutto la combattente Fremen interpretata da Zendaya.

Zendaya

Dove Dune – parte due trionfa è nella parte critica del contemporaneo, che arriva attraverso la destrutturazione di questi maschi pieni di orgoglio e incapaci di trovare una strada che non sia scritta in qualche profezia fatalista.

Il film cambia per lei, regalandoci un momento in cui possiamo vedere il neo Duca da un punto di vista esterno, quello di una ragazza che amerà per sempre una parte di lui, ma che rappresenta il suo popolo al punto che non vuole vederlo seguire nessuno, neanche il messia. Un’eroina romantica come non se ne sono viste molte nel cinema americano recente, che regge da sola il peso del taglio che Villeneuve ha dato all’intera pellicola e forse, chi lo sa, al proseguo della saga.

Dune – parte due rispetta le (tante) aspettative e fa anche qualcosa in più, facendo di se stesso un testo audiovisivo approfondito sulla realtà geopolitica attuale, cercando nel world building e nella lucidità della sua parte critica il modo per stimolare lo spettatore contemporaneo. Solo dopo arriva la componente spettacolare. Un cinema che vuole parlare al suo pubblico è sempre un cinema prezioso.

Dune – parte II è al cinema dal 28 febbraio 2024 con Warner Bros.

80
Dune - parte due
Recensione di Jacopo Fioretti

Dune - parte due è l'attesissimo nuovo capitolo dell'ambiziosa saga con cui Denis Villeneuve vuole adattare il ciclo di romanzi di Frank Herbert. La pellicola ha un cuore tematico forte e un preciso taglio nell'affrontarlo, tant'è che la componente critica al colonialismo è contemporanea e straordinariamente pensata. La parte visiva è ottima e a tratti altamente spettacolare, anche se sempre elementare nella costruzione visiva, una fragilità che il cineasta cerca di colmare con il sonoro. Si vede tutto l'amore di Villeneuve per la saga, per i Fremen e per il deserto, questo è il simbolo della continuità della sua poetica cinematografica, che rimane coerente anche in un film con un cast composto da Timothée Chalamet, Zendaya, Javier Bardem, Rebecca Ferguson, Stella Skarsgard, Josh Brolin, Florence Pugh, Austin Butler, Christopher Walken, Lea Seydoux, Anya Taylor-Joy e chi più ne ha più ne metta. Speriamo la saga continui perché questo adattamento ha trovato una strada valida per dire qualcosa nel cinema contemporaneo.

ME GUSTA
  • Sembra che Villeneuve abbia fatto la parte uno solo per poter fare questo film.
  • Il personaggio di Chani rischia di essere una delle eroine più importanti del cinema americano contemporaneo.
  • La parte di costruzione del mondo dei Fremen.
  • La resa del deserto, o dei mille deserti.
  • La componente critica della saga è la sua marcia in più.
  • Se gli si perdona l'elementarità, la costruzione delle scene spettacolari è ottima, così come l'uso del sonoro.
FAIL
  • Le interpretazioni non sono da togliere il fiato.
  • Si sgama facilmente la divisione in proscenio e sfondo nella costruzione scenica.
  • Villeneuve ha sempre dei problemini in montaggio.
  • La durata è molto ampia.