Il 2023 è stato, tra le altre cose, anche un anno all’insegna di Wes Anderson. Il regista infatti, dopo il ritorno in concorso al Festival del Cinema di Cannes con Asteroid City, pellicola le cui scenografie hanno ispirato una mostra dedicata all’interno dello spazio della galleria Nord di Fondazione Prada a Milano in essere anche dopo la fine dell’anno, si è concesso una comparsata Fuori Concorso anche a Venezia 80.

Al Lido il cineasta statunitense ha presentato un cortometraggio (anche medio, vista la durata) intitolato La meravigliosa storia di Henry Sugar con protagonisti Benedict Cumberbatch, Ralph Fiennes, Ben Kingsley, Dav Patel e Richard Ayoade, e che ha visto la sua prima collaborazione con Netflix nel nome di Roald Dahl. Scrittore tra i più amati da Anderson, celebre per Willy Wonka, Matilda, Il Ggg Le streghe, recentemente al centro delle polemiche per un’operazione di pulizia sui suoi testi, e portato al cinema dal regista già con il bellissimo Fantastic Mr. Fox.

Il titolo presentato al Festival è infatti solamente il primo di una serie di quattro lavori (i restanti sono sul serio corti), ognuno tratto da un racconto breve di Dahl, resi disponibili sulla piattaforma streaming a partire dal 27 settembre fino al 30 dello stesso mese, uno al giorno. Il gigante del Tudum ha acquisito la Roald Dahl Story Company per 686 milioni di dollari praticamente due anni fa precisi e ha confermato la trasposizione cinematografica della raccolta nel gennaio del 2022 con il famoso cineasta alla regia.

Quattro lavori a metà tra teatro e cinema, in cui si ripropone l’idea di Anderson della manipolazione scenica, drammaturgica e recitativa, al punto da rendere i suoi interpreti delle marionette che si animano solamente in funzione della narrazione della storia di cui sono sia protagonisti che oratori / lettori. Sguardo in camera fisso sullo spettatore. Gli ingranaggi dell’impianto scenografico divengono scheletro e motore di una macchina perfettamente sintonizzata con i movimenti di camera e la direzione geografica degli attori, in modo da raggiungere una fusione coerente dei due linguaggi. Una storia da casa delle bambole girata in un set cinematografico.

Il grado zero del gioco di cornici che Anderson ha avviato con The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun (qui la nostra recensione), in quel caso cinema e impaginazione cartacea, e continuato con Asteroid City, in cui fonde televisione, cinema e teatro, lo raggiunge in questi imperdibili appuntamenti.

Una sincronia di una eleganza formale impeccabile, che, come sempre, punta a forme universali per rielaborarle in modo originale, in modo da allacciarsi coerentemente al contenuto raccontato senza sovrastarlo, edulcorarlo o nasconderlo. Lavoro di fino che Anderson raggiunge pensando per sottrazione, sia per quanto riguarda gli elementi cinematografici che quelli letterari, tessendo una lode alla forza della parola scritta e alla tradizione orale, accompagnata dalla potenza di questo metateatro cinematografico dai colori pastello, in balia tra la vita del movimento espressivo e la morte della matematica, spaziale e metrica, che tutto ingloba.

La meravigliosa storia di Henry Sugar

La vita meravigliosa di Henry Sugar

La meravigliosa storia di Henry Sugar è tratto dalla serie di racconti Un gioco da ragazzi e altre storie di Roald Dahl e narra di un uomo nato ricco che nulla ha a cuore, tranne la volontà di diventare ancora più ricco. Tra i suoi mille vizi c’è soprattutto quello di essere un giocatore d’azzardo accanito.

Questo, unito alla bramosia, muove irrefrenabilmente la sua curiosità quando si imbatte per caso in un quaderno di appunti in cui un medico ha raccolto dei ricordi a proposito di un incontro con un uomo proveniente dall’India in grado di vedere benissimo senza l’uso degli occhi. La storia di un miracolo letta attraverso le parole di rimorso di uno scienziato che non è stato in grado di prendersene cura divengono un’opportunità senza precedenti per Sugar, che decide di praticare la stessa, perigliosa, via meditativa dell’uomo per acquisire la stessa abilità. Ma solo per riuscire a vincere sempre a carte. Dopo diversi mesi di esercizio continuo il suo intento di fatti si realizza, ma a costo della sua precedente visione della vita stessa.

Il più lungo, completo e cinematograficamente ricco tra i quattro lavori, che, nonostante la sua complessità, si dimostra anche il più chiaro nel percorso a scatole cinesi che Anderson ha congegnato per impostare i suoi livelli narrativi.

Il cigno

Il cigno

Il cigno è il secondo cortometraggio dei quatto portati su Netflix da Wes Anderson a provenire da Un gioco da ragazzi e altre storie. La durata è di circa un quarto d’ora e il cast è il più esiguo tra tutti, perché conta, oltre al solito Ralph Fiennes (onnipresente perché interprete feticcio di Dahl), Rupert Friend, protagonista e narratore. Intorno a lui solo comparse.

Ernie e Raymond sono due ragazzi villosi e prepotenti che si divertono ad invadere una riserva naturale protetta armati di fucile per uccidere tutti gli uccelli che incontrano. Questo fino a quando non si imbattono in Peter, un giovane intelligente, ma timido e debole, che dimostra quanto la violenza dei bulli non sia riservata solo ai volatili, ma a tutti gli esseri ritenuti più da loro indifesi. I due si divertiranno a torturare il povero Peter in ogni modo possibile fino ad attaccargli con lo spago le ali di un cigno morto per trattarlo come tale.

Il regista statunitense pensa interamente attorno a Friend l’evoluzione dell’impianto scenico e con la regia non si “limita” a seguire solo il suo movimento, ma a dar forza, colore, tono e spessore al suo raccontare, che si dimostra un metronomo veramente eccezionale, di sfumature e tempi metrici. Il più sbalorditivo tra i corti e quello che opera di più con il sonoro e il fuoricampo, riproponendo una recitazione quasi totalmente mimica e lasciando campo all’immaginazione letteraria.

Il derattizzatore

Il rattificatore

Il derattizzatore, terzo dei cortometraggi in ordine di uscita (anche questo della durata di 15 minuti), è invece tratto dalla serie di racconti Someone like You e propone un doppio ruolo per Ralph Fiennes, affiancato da Rupert Friend e Richard Ayoade.

Il titolo adatta quella che fondamentalmente altro non è che la storia breve di una tentata disinfestazione che diviene un trattato sul mood di vita di uno sterminatore di ratti convinto di dover diventare come uno di loro per trovare la maniera migliore per ucciderli.

Si tratta del più statico tra questi cortometraggi di Anderson, in cui però il registro linguistico cambia più volte, non solo perché cambia il narratore e dunque anche il punto di vista, senza per questo causare anche un cambiamento della cornice narrativa, ma anche a causa di una sequenza in CGI e una direttamente proveniente dal cinema espressionista. Anche la fotografia cambia, facendosi improvvisamente più sporca, polverosa, come ad evocare ciò che il derattizzatore emana.

Questo, più degli altri quattro, accompagna lo spettatore nella metodologia con cui il regista si diverte a selezionare i vari elementi transmediali secondo lui più opportuni per potersi raccordare con altri nella composizione di una storia polifonica.

Veleno

Veleno

Ultimo in ordine di uscita è Veleno, anche questo di circa un quarto d’ora di durata e anche questo, come il precedente, proveniente da Someone Like You. Nel cast torna Benedict Cumberbatch, stavolta affiancato da Dav Patel, Ben Kinglsey e, indovinate, Ralph Fiennes.

Quest’ultimo lavoro parla di una storia ambientata massimo in un paio d’ore e prevalentemente in uno spazio solo. Un uomo va a trovare un altro uomo, trovandolo sdraiato immobile sul suo letto perché un serpente velenoso sonnecchia sulla sua pancia appena sotto le lenzuola. Per questo lo stesso uomo che ha trovato l’altro uomo decide di chiamare un dottore nel tentativo di salvarlo. Facile.

Tra tutti invece questo titolo è quello che ha la lettura più chiara e la storia più semplice da seguire, dunque Anderson si concede di spaziare aprendo dei riquadri (letteralmente) sui personaggi accorsi per salvare l’uomo in pericolo, decidendo anche di uscire dalla logica spaziale e dunque anche dalla coerenza della storia, per lasciarsi andare a voli pindarici, sempre per bocca del narratore / lettore. Il modo di vivisezionare gli ambienti è talmente suadente in questo caso  da far passare in secondo piano persino l’esito della vicenda.

I cortometraggi sono disponibili su Netflix.