Era dai tempi di Monsters che Gareth Edwards non affrontava una pellicola originale. Forse era parecchio che aveva voglia di tornare a farlo, d’altro canto è stato sempre in grado di dimostrare la sua capacità di reinventare l’immaginario di franchise straconosciuti, sia quando ha affrontato la regia di un capitolo di Godzilla e sia quando (risultato forse ancor più probante) ha messo mano all’universo di Star Wars, convincendo la maggior parte dei fan ad eleggere il suo Rogue One come uno dei titoli più riusciti di questi ultimi anni di saga. Questo titolo, in particolare, ha dimostrato anche la cultura cinefila dell’autore, che è stato in grado di sporcare la patina da blockbuster solita con una trama più sofisticata, in grado di toccare una certa ruvidezza e un sentimentalismo dal sapore “spielberghiano”.

Con la recensione di The Creator, nelle sale italiane dal 28 settembre 2023 con The Walt Disney Company, vi parliamo di un titolo attesissimo che è anche una conseguenza naturale della carriera di un inventore di mondi dal grande bagaglio culturale e mosso da una certa sensibilità per il classico. Dentro al film in fondo troviamo esattamente tutto questo, anche se il cuore della narrazione rimangono i legami tra le persone e l’amore che va oltre ogni tipo di differenza, lontananza e difficoltà. Il titolo originale era True Love, non a caso.

Era dai tempi di Monsters che Gareth Edwards non affrontava una pellicola originale.

La pellicola con protagonisti John David Washington, Gemma Chan, Madeleine Yuna Voyles e Ken Watanabe è stata finanziata con un budget di oltre 80 milioni di dollari e avuto una produzione piuttosto lunga anche a causa del sopraggiungere della pandemia oltre che da uno scouting molto approfondito sui luoghi delle riprese, una parte fondamentale per la riuscita del titolo. L’estetica e l’effettistica (di cui Edwards è specialista) sono in effetti affascinanti e oseremo dire fondamentali per la proposizione di war movie antimperialista in grado di unire il cyberpunk ad un dimensione più spirituale.

Tanta, forse troppa carne al fuoco se aggiungiamo gli spunti filosofici che possono nascere dalla trattazione dell’argomento I.A., specialmente in tempi come questi, e in effetti i problemi di The Creator stanno proprio nella scrittura, che spesso va avanti a spintoni e grazie a delle soluzioni piuttosto superficiali, scegliendo coscientemente di soprassedere su diversi argomenti per riuscire ad arrivare a fine corsa. L’idea del soggetto era probabilmente quella di rifarsi alla neo struttura in quattro atti (neo per il cinema occidentale) che tanti film Marvel adoperano, ottenendo un risultato scostante.

La guerra del futuro

Gli umani hanno creato l’intelligenza artificiale fino a renderla a tutti gli effetti una nuova razza, con una sua storia e un suo senso sul pianeta Terra. La collaborazione (cioè lo sfruttamento da parte degli umani) ha portato ad innovazioni e a scoperte incredibili, un mondo prosperoso e all’insegna del progresso.

Il più classico degli eventi catastrofici, l’esplosione della bomba atomica, cambia però tutto, portando l’umanità a dichiarare guerra alle macchine, colpevoli di aver causato la detonazione che ha raso al suolo mezza Los Angeles. Questo crea una frattura tra il mondo occidentale e quello orientale, dato che in quest’ultimo l’I.A. viene considerata un’etnia perfettamente integrata con l’uomo e dotata di un’anima e un intelletto.

Gli umani hanno creato l’intelligenza artificiale fino a renderla a tutti gli effetti una nuova razza, con una sua storia e un suo senso sul pianeta Terra.

The Creator

Joshua (Washington) è uno dei pochi sopravvissuti all’esplosione in terra statunitense ed è un ex agente delle forze speciali sotto copertura, ora in lutto per la scomparsa della moglie (Chan) e totalmente disinteressato alle sorti della guerra e dunque al futuro della razza umana. L’ultimo dei profili da cercare per una missione patriottica, eppure (ma guarda il caso), l’unico ad avere l’esperienza sul campo tale da andare a recuperare l’arma segreta delle I.A., creata da Nirmata (il Creatore) per distruggere Nomad, la stazione spaziale che sta permettendo all’umanità di trionfare nel conflitto.

Ciò che convince l’uomo ad accettare l’incarico è però la notizia che la donna che tanto ha amato è ancora viva e che il premio per il suo successo sarà la possibilità di portarla con lui. Ovviamente una volta passate le linee nemiche cambierà tutto per Joshua, a partire dall’identità di questo famigerato asso nella manica.

Luci ed ombre

The Creator è un pellicola piuttosto discontinua. L’idea di creare un blockbuster di guerra classico inglobando il tema dell’I.A. è senza dubbio affascinante, così come l’estetica scelta da Edwards, che si rifà ad Akira, Blade Runner e a Star Wars stesso, trovando una luminosità e un fascino esotico che solo gli straordinari scenari asiatici possono donare, ma la scrittura non riesce ad inglobare tutto il potenziale.

Quello che poteva essere un trattato filosofico ed esistenziale improntato sulle differenze e le uguaglianze tra macchine ed esseri umani, ma con un taglio da action movie, diventa invece un film in cui i robot sono trattati come una minoranza etnica perseguitata dagli americani. Il che va anche bene, ma rimane tutto piuttosto abbozzato e posto in maniera tale da avere il più velocemente un buono e un cattivo. In più, alla fine dei conti, l’eroe non vive un reale conflitto morale e viene comunque dalla parte occidentale.

Il percorso di redenzione di Joshua ha come punto di svolta la scoperta dell’altro, ma anche questo aspetto rimane toccato solamente in modo superficiale, visto che il succo della relazione con Alfie (Yuna Voyles) rimane una variazione del recentemente sempre più visto rapporto padre – figlia costruito on the road (citazione non a caso, anche se qui non siamo propriamente in un mondo post apocalittico).

The Creator

Quello che poteva essere un trattato filosofico ed esistenziale improntato sulle differenze e le uguaglianze tra macchine ed esseri umani, ma con un taglio da action movie, diventa invece un film in cui i robot sono trattati come una minoranza etnica perseguitata dall’uomo bianco.

Ecco, l’idea di Alfie invece è riuscitissima e regala dei momenti di cinema veramente suggestivi. La sua creazione è senza dubbio la più ottimista tra gli spunti del film e costituisce anche il grande messaggio di speranza di Edwards, che mette in scena l’utopia di pensare che l’innocenza dello sguardo di una bambina abbia il potere di far terminare ogni guerra.

La fiamma dell’innocenza di The Creator non può che far pensare nuovamente al cinema di Spielberg, che si è occupato spesso di tematiche simili, ma affrontandole in diversi film. Il regista britannico invece condensa tutto in 2 ore e spiccioli, evidentemente non bastevoli per donare un’organicità a tutto il suo racconto, che quindi procede spesso a singhiozzo e con un ritmo piuttosto sincopato, trovando soluzioni facili, intrecci poco appaganti, momenti didascalici e approfondimenti piuttosto elementari. Peccato perché di potenziale ce n’è invece molto, come testimonia la forza con cui la pellicola si risolleva all’improvviso prima del quarto atto.

The Creator è disponibile nelle sale italiane dal 28 settembre 2023 con The Walt Disney Company.

55
The Creator
Recensione di Jacopo Fioretti

The Creator è la prima pellicola di Gareth Edwards al di fuori dei franchise dopo diversi anni. Si tratta di un titolo sci-fi altamente spettacolare che riassume un po' tutta l'idea di cinema dell'autore britannico. Un war movie antimperialista in salsa cyberpunk con al centro l'amore visto come potenza in grado di sconfiggere ogni frattura che l'uomo può causare. Il protagonista è John David Washington, ma è la piccola Madeleine Yuna Voyles che ruba la scena, interprete perfetta di un personaggio riuscitissimo. La tanta carne al fuoco non permette però al film di trovare una sua organicità, accusando un ritmo sincopato a causa di soluzioni facili, intrecci poco appaganti, momenti didascalici e approfondimenti superficiali. Peccato perché di potenziale ce ne era invece molto.

ME GUSTA
  • Le parti legate all'estetica e all'effettistica sono affascinanti.
  • Ci sono un paio di sequenze veramente suggestive, tra cui le finte immagini di repertorio.
  • I luoghi scelti per la pellicola sono meravigliosi e funzionali.
  • Il personaggio di Alfie e come lo interpreta Madeleine Yuna Voyles.
  • La bontà della carne al fuoco avrebbe retto anche un paio di pellicole.
FAIL
  • La trama va avanti spesso a singhiozzi, rendendo il ritmo sincopato.
  • Si ha l'impressione di una narrazione dal contenuto condensato.
  • Le soluzioni sono a volte piuttosto didascaliche e inappaganti.
  • Il tema filosofico legato alle I.A. è affrontato in modo superficiale.
  • Il percorso di redenzione del protagonista è poco incisivo.