Numerosi sono stati gli adattamenti cinematografici tratti dal Ciclo Bretone (o Materia di Bretagna) una delle fonti letterarie più importanti per la formazione dell’immaginario collettivo del fantasy nonché una delle saghe medievali maggiori della storia dell’uomo, ma nessuno di essi è stato mai realmente all’altezza. Forse solo Excalibur di John Boorman, 40 anni fa precisi. Il centro nevralgico di tale corpus letterario sono ovviamente le avventure di re Artù e dei suoi Cavalieri della Tavola Rotonda, più che altro le vicende legate alla ricerca del Sacro Graal, di Excalibur e alla lotta tra il re di Camelot e il suo figliaccio Moldred. Vi sono però altre storie parallele, alcune preziose fonti di studi che hanno permesso di esplorare i significati legati al codice cavalleresco, in bilico tra mondo cattolico e a paganesimo, in una realtà combattuta tra civiltà illuminata e Natura selvaggia.

Nella recensione di Sir Gawain e il Cavaliere Verde vi parliamo del terzo adattamento per il “cinema” (da noi, causa COVID, è arrivato direttamente in streaming su Prime Video, dal 16 novembre) di una storia classica, parallela il grande racconto del ciclo arturiano, e avente, come fu per Bewolf, delle radici in una tradizione letteraria antecedente la sua stessa epoca oltre che una dimostrabile dignità storica e filologica pur non avendo un autore riconoscibile. Per i suoi tanti pregi essa ispirò nel corso del tempo traduzioni illustri, tra cui quella di J.R.R. Tolkien, che tanti dei suoi elementi ha trasferito anche ne Il Signore degli Anelli.

Sarà stata la sua enorme importanza contenutistica universale, condita da una buona dose di fascino e mistero, ad aver convinto anche David Lowery a sceglierla, tra tutte quelle possibili, per il suo nuovo film.

Un suggestivo road movie fantasy lisergico, criptico, riflessivo e solenne, che ha il grande merito di sintonizzare la storia nel contemporaneo, senza mai dare l’impressione del già visto, e conservandone, sì, tutti i tratti e i passaggi fondamentali, ma soprattutto proteggendone le ambiguità interpretative e il complesso bagaglio culturale, correndo anche il rischio dell’austerità e della difficoltà fruitiva.

La sua traduzione in registro cinematografico è frutto di un’imponente sforzo creativo sia del regista che del direttore della fotografia Andrew Droz Palermo, complici anche le splendide prove di Dav Patel (forse alla migliore interpretazione della carriera) goffamente pavido e recalcitrante viaggiatore errante immerso in una dimensione a metà tra onirico e reale, e Alicia Vikander, cangiante nelle vesti come nelle ispirazioni e nei sentimenti, dolce, seducente, sognante e saggia, preda e predatrice.

Il giorno della nascita di nostro Signore

Poco ha a che fare il “non ancora sir” Gawain (Patel) con i suoi futuri fratelli e sottoposti alla corte del vecchio re Artù (Sean Harris), debole nel fisico, ma forte nello spirito, marito di una Regina (Kate Dickie) senza nome e fratello di una donna chiamata Madre (Sarita Choudhury) proprio dal non ancora sir, che alla messa preferisce la compagnia di donne poco raccomandabili e letti di fieno vicini a pollai e oche. Una vita illuminata dal tenue chiarore emanato dal sorriso di Essel (Vikander), la poco di buono che tanto vuole bene al ragazzo, dal quale è però tenuta celata, nascosta e smorzata.

È nel giorno della nascita di nostro Signore che Gawain riscopre il suo imbarazzo nel sedere di fronte allo zio, interrogatore curioso della vita del nipote, la cui incapacità di parlare di sé è percepita da egli stesso come una manchevolezza equiparabile a non aver mai realmente vissuto. Sarà per questo che al comparire del neo “convocato” alla corte di Camelot egli è il primo a ergersi a baluardo del sovrano, pur spaventato dalla fattezze dell’ospite, un imponente Cavaliere Verde (Ralph Ineson), come fatto di legno di quercia, portatore di una sfida ancora più terrificante del suo aspetto.

Egli sarebbe stato vittima volontaria di una sferzata di qualsiasi natura, a patto che, ad un anno da quel momento, chiunque avesse sferrato il colpo sarebbe stato disposto a riceverne uno gemello recandosi alla Cappella Verde, dove lo avrebbe atteso.

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

Forse fu la voglia di vivere agli occhi del se stesso erede a quel trono alla cui destra siede con tanto imbarazzo a muovere la lingua di Gawain di fronte al tentennamento degli astanti, illustri cavalieri, così come fu essa a muovere il suo spirito a rinnovato ardore quando, maneggiando Excalibur, tagliò la testa all’imponente cavaliere, nella speranza di terminare il gioco anzi tempo. Sentimento che svanì nella risata della rediviva creatura, esponente della Natura stessa, caos al di là della comprensione di una società intenta a festeggiare il giorno della nascita di nostro Signore.

Ardore giovanile, caduto vittima di un gioco scritto per regolare un mondo in decadenza, costruito da logiche ed interpreti altri e che ora lo condanna a portarne l’enorme peso, posato su di lui dallo zio e simboleggiato da quell’ascia che dovrà portare con sé fino al luogo prestabilito per poi donarla al suo carnefice giustappunto per vedersi restituire il favore.

L’ultimo affronto arriva dalla madre persecutoria, la quale, incurante di luogo, tempo e forma, arriva a reiterare lo spietato gesto per vincolare il figlio a sé, per sempre.

Il mondo, fuori

Lowery parte dall’universo da cui trae la storia, ideando un lavoro straordinario, fin dalla presentazione di Camelot e quindi ancora prima della rappresentazione pittorica che delinea la versione del film del classico viaggio del cavaliere.

La città è glaciale, fumosa, scura e umida. Dolente come i denti del suo sovrano e debole come lo è il suo destino, primo di un triangolo di figure sbiadite, composto, oltre a lui, da una Regina che parla solo con la voce di chi minaccia l’onore del suo regno e da una sorella che nel tentativo di arrivare a lui finirà con il minacciare la sua stessa prole. Ciò che rende vivido lo scenario è il mantello dorato di Gawain, punta cromatica in una città bianca e nera, al cui verde del Cavaliere fa da simbolica nemesi. Il codice cavalleresco è ciò che spinge il giovane a rifiutare la ragazza che lo ama e, alla fine, avventurarsi verso Nord, ma non con sommo desiderio di grandezza, bensì imposta Passione di cattolica provenienza. Come un Cristo cavaliere piegato da una croce che ha le fattezze dell’ascia che nell’ucciderlo gli donerà l’onore a cui lo hanno condannato coloro che lo amano.

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

Nel disegnare il mondo esterno il film invita lo spettatore a seguirlo in un cammino solenne, in cui onirico e concreto si mischiano in un’orgia panteistica che evoca l’immanenza di un Dio che è la Natura, selvaggia e ingannatrice, opposta al cavaliere, simbolo di religione civile e la società illuminata.

Gli ambienti si fanno i soggetti che interessano la camera, la quale si allontana dalle azioni degli attori privilegiando un raggio che contempli ciò che dovrebbe essere contesto e che in realtà regola il respiro filmico, aumentando il tasso sperimentale di una pellicola che in una epoca come questa è ancora più ardita nella sua sfida.

Meraviglioso affresco, che nella scelta cromatica trova il suo orientamento al di là di un tempo scandito da ripetizione e circolarità, ma non come mera didascalia simbolica, rivelatoria dei continui bivi e i continui incroci, quanto come un respiro colorato di una storia di formazione contemporanea che muove la vicenda tutta. Un percorso che nasce nel doppio, nel riflesso e nel contrasto, tra verde e rosso, sogno e veglia, regina e prostituta, madre e amante, Natura e uomo, vecchio e nuovo ciclo. Due doni da regolare.

Lo scambio di doni

Sir Gawain e il Cavaliere Verde

Quando si è parlato delle radici antiche della storia scelta da Lowery ci si riferiva alle origini celtiche della leggenda, riferibili ad altri cicli folcloristici irlandesi e scozzesi, in cui veniva introdotto, per l’appunto, il concetto dello scambio di doni.

Un gioco tipico del codice cavalleresco che molto aiuta a riflettere sul rapporto con la moralità e sui paradossi che macchiano la convivenza tra un’etica che concerne, per esempio, l’amore cortese e l’onore derivante dalla religione cristiana. Quello che denota il sacrificio come virtù.

La storia di Sir Gawain e il Cavaliere Verde gira intorno a due scambi di “doni”, ponendo sul piatto della bilancia l’interrogativo riguardante il mantenimento di una così spiccata forma di vanità comportamentale, amplificandone ancor di più la potenza tematica grazie ad una scrittura che la rende allegoria di un dolore giovanile costretto in un gioco spietato, per le cui fila (di seta) passa il destino di una generazione intera.

Sir Gawain e il Cavaliere Verde è disponibile su Prime Video dal 16 novembre.

80
Sir Gawain e il Cavaliere Verde, la recensione
Recensione di Jacopo Fioretti

Sir Gawain e il Cavaliere Verde è l'ultima fatica di David Lowery, adattamento della famosa storia parallela al più classico ciclo arturiano, con protagonista un Dev Patel mai così sugli scudi. Un road movie lisergico e visionario, incastonato in un universo fantasy medievale, riflessivo, solenne, suggestivo e criptico. Ardito nel tasso di sperimentazione e nella sua riflessione sulla componente visiva, in cui trova posto un potentissimo simbolismo cromatico. Una sfida per lo spettatore, che viene ripagato abbondantemente con una esperienza trascinante, dipinta lungo un percorso all'insegna di un continuo interrogativo sulla moralità e le sue vanità a sua volta imprigionato in un crudele gioco del doppio con in palio il destino di un'intera generazione.

ME GUSTA
  • L'interpretazione di Dav Patel è magnifica.
  • La regia di Lowery è ispirata e chirurgica come mai prima d'ora.
  • La scrittura è fedele al senso del materiale originale, pur non rinunciando ad una azzeccata modernizzazione.
  • L'aspetto visivo è maestoso e curato al dettaglio.
FAIL
  • La fruizione del film può risultare ostica.
  • Lowery osa molto sulla sperimentazione, chiedendo allo spettatore uno sforzo maggiore anche al di là di possibili frustrazioni nella comprensione.