Nella recensione di It’s a Sin, la nuova serie di Russell T Davies disponibile su Starzplay dal 1° giugno, è difficile non esprimere la sensazione di rivalsa di chi ha sempre dovuto nascondere chi era. Nel 1999, Russell T Davies aveva creato Queer as Folk, la sua serie britannica cruda ed esuberante sulle vite e le passioni di giovani ragazzi gay a Manchester. Quando inizi a vedere la serie It’s a Sin viene subito da pensare che si tratti di una serie simile, ma i toni sono molto differenti.

In questa miniserie composta da 5 episodi, tre uomini appena entrati nell’età adulta decidono di lasciare casa e trasferirsi a Londra, per inseguire i loro sogni, trovare la loro gente e avere la libertà di essere, socialmente e sessualmente, se stessi.

Il primo episodio è ambientato nel settembre del 1981, e già da questa data possiamo capire in che modo la serie si differenzierà da Queer as Folk.

I giovani e speranzosi ragazzi protagonisti di questa storia iniziano il loro percorso di vita in uno dei momenti storici più controversi della storia moderna: la scoperta dell’epidemia di AIDS, che reclamerà tra le sue spire molti dei personaggi che incontriamo nella serie.

Parte del potere di questa serie commovente e sapientemente narrata deriva dal modo brutale in cui descrive la storia che colpirà inesorabilmente le vite dei protagonisti. La recensione di It’s a Sin non si soffermerà sugli aspetti già conosciuti di questa comunità, sappiamo che la celebrazione della libertà e della carnalità, non è sbagliata.

Se ci sono dei pregiudizi che dovete ancora sfatare la nostra recensione di It’s a Sin vi mostrerà gli aspetti più importanti, le vite che questi giovani avrebbero dovuto avere e di cui sono stati derubati. La loro libertà ha avuto un prezzo enorme come in tutte le battaglie che si combattono per cambiare le cose ma il loro destino ha concesso alle generazioni la forza di non vivere più nascosti e emarginati. Di seguito il trailer pubblicato su YouTube:

https://www.youtube.com/watch?v=MG2YIUszYTk

 

I protagonisti di It’s a Sin

recensione di It's a Sin

Proseguiamo la recensione di It’s a Sin con una breve presentazione dei personaggi. Per gli amanti della musica, spicca subito all’occhio Ritchie, interpretato da Olly Alexander conosciuto come cantante degli Years & Years. Il cantante interpreta uno studente brillante e dall’aria sveglia che vuole vivere magiche avventure in città, dove presto abbandona gli studi legali per recitare.

Colin (Callum Scott Howells), un ragazzo timido del Galles, vuole iniziare una carriera nel settore dell’abbigliamento maschile di Savile Row. Poi abbiamo l’estroverso Roscoe (Omari Douglas) che è scappato dalla sua famiglia religiosa conservatrice, che vuole rimandarlo in Nigeria per “farlo guarire dall’essere gay”.

L’atmosfera è accesa, gioiosa e piena di opportunità.

La serie vibra sulle note di musica New Wave si passa dai Soft Cell, a Bronski Beat, ai Pet Shop Boys. La serie non a caso prendere il titolo proprio da una loro canzone che una delle più rappresentative del gruppo.

La canzone sia musicalmente che per il testo che denuncia la rigidità dell’educazione cattolica. Il testo, composto da Neil Tennant, è piuttosto autobiografico e si basa sull’educazione che ha ricevuto quando frequentava il collegio cattolico di Saint Cuthbert in Newcastle upon Tyne. La canzone cita alcuni versi in latino della chiesa nel medioevo e un immaginario religioso quasi inquietante. Il cantante all’epoca dichiarò di aver scritto il testo in soli 15 minuti, usando le sue emozioni e le sue frustrazioni dei ricordi da ragazzo.

La frase finale della canzone, pronunciata in latino, riporta la prima parte dell'”Atto penitenziale” che si recita nella Santa Messa cattolica: “Confesso a Dio onnipotente, e a voi fratelli, che ho molto peccato, in pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa”. Di seguito la versione originale della canzone e quella realizzata da Years & Years con Sir Elton John:

It’s a Sin: la rabbia e l’indifferenza

recensione di It's a Sin

Continuiamo la recensione di It’s a Sin con la parte più difficile da raccontare e anche da guardare. Nei locali, pub e feste, i giovani personaggi iniziano a scoprire se stessi e a trovare un senso di appartenenza. La libertà diventa anche emancipazione sessuale e la serie non ha paura di mostrarlo in tutte le sue sfumature. Ritchie trova anche una nuova amicizia femminile, Jill (Lydia West, di Years & Years) e entra in confidenza con Ash (Nathaniel Curtis), che alla fine diventa un caro amico.

La malattia entra nella storia ai margini, nelle voci, subito derise, di una sorta di “virus dei gay” in America. Ritchie a proposito dice a un conoscente con rabbia:

Non essere ridicolo, Sarebbe su tutti i notiziari se ci fosse qualcosa del genere.

Colin viene preso sotto l’ala protettrice di un collega, Henry (Neil Patrick Harris), che si ammala, diventando uno dei primi a morire a causa di questa malattia ancora sconosciuta. It’s a Sin non affronta temi leggeri, ma nonostante questo riesce a spezzarti il cuore senza che quello che racconta diventi pesante da guardare.

La serie è furiosa, celebrativa, straziante, senza perdere il suo lato divertente e giocoso. Una scena addirittura, per quelli che sono stati molto attenti, mostra il set degli anni ’80 di Doctor Who, che Davies ha riportato in vita per la BBC nel 2005.

Con un acuto senso di come la politica thatcheriana abbia giocato nella crisi sanitaria in Gran Bretagna, la serie si scaglia contro l’indifferenza e l’ostilità del mondo esterno nei confronti delle vite che sono state perse.

Le grandi battaglie hanno inizio dal dolore

recensione di It's a Sin

Ci avviciniamo alla conclusione della recensione di It’s a Sin parlando del lato più crudo e doloroso della serie. La serie non nasconde nessuna verità e mostra anche il modo in cui i giovani uomini nei primi confusi giorni della comparsa dell’AIDS hanno interiorizzato questa scoperta. Più e più volte, sentiremo i personaggi dichiarare di essere “puliti”, in quanto si vogliono distinguere dagli uomini che credono siano vittime della malattia.

Non dovrebbe essere uno spoiler, dire che non tutti quelli che imparerete a conoscere ad amare in It’s a Sin sopravviveranno.

La rappresentazione della crudeltà della malattia è irremovibile. Ma la storia mostra come il dolore e la paura alla fine hanno portato all’ascesa del movimento attivista per l’AIDS, e alla battaglia che ne è conseguita.

La serie non assume mai sfaccettature completamente politiche, Davies infatti è attento alle sfumature: Ritchie, ad esempio, è irremovibile sulla sua libertà sessuale ma ha anche una parte innocente a cui non vuole rinunciare. Tutti gli attori forniscono una recitazione eccellente, ma Alexander è particolarmente bravo a rivelare la luce fanciullesca che Ritchie mantiene viva in se stesso anche se teme di perderla per sempre.

La struttura degli episodi mostra ancora una volta la maestria di Russell T Davies. La prima puntata è un’introduzione immacolata che costruisce la premessa narrativa di tutta la serie. La sua potenza e brillantezza narrativa regalano una storia piena di immediatezza e di verve. Non ci sono momenti sprecati in questa storia, ogni frame è destinato a portare con sé un significato.

 

La serie It’s a Sin è disponibile per la visione su Starzplay.

 

77
It's a Sin
Recensione di Laura Della Corte

Probabilmente una recensione di It's a Sin non riesce ad esprimere tutto il carico emotivo e il senso di libertà che questa serie trasmette. Non è solo un viaggio in un momento storico di cui abbiamo sentito parlare, ma è un viaggio nelle vite di chi la sua vita non l'ha potuta vivere e raccontare fino in fondo.

ME GUSTA
  • La potenza narrativa
  • La colonna sonora
  • La fotografia
FAIL
  • Pochi episodi
  • Probabilmente non ci sarà una seconda stagione