La recensione di Molecole, il film documentario di Andrea Segre che ci porta in una Venezia spettrale è svuotata. Pre-apertura esorcizzante di un’edizione unica della kermesse.

Cosa ci si aspetta di solito da Venezia nel periodo del Festival? Gente. Movimento. Confusione. Nulla di tutto questo, invece, appare all’uscita della stazione di Santa Lucia. Le strade non sono affollate. Non ci sono code per taxi o traghetti. La gente è lenta. Distante. Eppure i veneziani sembrano quasi felici al di sotto di quella mascherina respirando un briciolo di serenità, nell’angoscia generale generata dalla pandemia, data dalla mancanza di turismo.

Forse è per questo che nello scrivere la recensione di Molecole, dopo essere arrivata un po’ impaurita e insicura, ma al tempo stesso febbricitante di gioia (e sottolineo gioia) per la possibilità di un soffio di “vecchia vita festivaliera”, ho un certo senso di angoscia. Si, perché in fondo quella pace, quella tranquillità da poche persone in giro, poche gondole, traghetti e lance in laguna; pochi turisti in fila; red carpet recintati e colleghi distanti, non sono altro che le conseguenze di un periodo, un anno, che non è ancora finito.

 

recensione di Molecole

 

Imprevedibile, un po’ come il film, un po’ come le molecole tanto studiate da Ulderico Segre, padre del regista Andrea Segre, a cui viene dedicato il film.

Imprevedibile, un po’ come il film, un po’ come le molecole tanto studiate da Ulderico Segre, padre del regista Andrea Segre, a cui vengono dedicati questi poco più di 60 minuti di una Venezia completamente diversa e lontana da qualsiasi tipo di immaginazione. Una Venezia che non credevo io stessa avrei mai vissuto – un po’ come tutto questo disgraziato 2020 – e che dopo Molecole osservo con occhi ancora più pesanti, un po’ lucidi, un po’ speranzosi.

Molecole nasce da due film. Molecole è qualcosa che sulla carta neanche sarebbe mai stato concepito. Un film imprevedibile come gli eventi che hanno colpito tutti noi agli inizia di questo 2020, compreso il regista Segre, rimasto bloccato a Venezia dove stava girando, appunto, due progetti di teatro e cinema sulle grandi ferite della città: il turismo e l’acqua alta.

 

recensione di Molecole

 

Venezia è la città d’origine del padre di Andrea. Sebbene il regista non abbia mai vissuto per davvero a Venezia, nel sangue scorre un forte richiamo nei confronti di questa città italiana dal fascino in bilico tra il decadente e la grande bellezza. È la voce del regista ad accompagnarci tra vicoli, ponti e gite notturne in gondola, assieme alle voci dei diversi protagonisti coinvolti in questo progetto. Veneziani che, in fondo, Venezia non l’hanno mai voluta lasciare, amandola nei suoi pregi e nei suoi molti difetti.

Ci appare chiaro come il film venga costruito, in una prima parte, con stralci di altri progetti, proprio attraverso le voci di pescatori, di chi sa come attrezzarsi nei periodi dove l’acqua si alza allagando i primi piani della città.

Vogatori professionisti. Gente abituata a lavorare tutto l’anno in una città sepolta dal turismo che, dal 5 Marzo 2020, come tutte le città italiane, si è svuota, è diventata deserta, vuota. Solo le ombre di persone chiuse nelle loro case e vicino alla finestra. Solo i fantasmi silenziosi che ci accompagnano nel poetico viaggio di scoperta che compiamo insieme al regista.

 

 

Segre “approfitta” del blocco, ripercorrendo i passi del padre e scoprendo aspetti nascosti, volutamente nascosti dalla stessa figura paterna.

Non è un caso se nella vita, spesso e volentieri, ci accorgiamo di dettagli, aspetti inaspettati (perdonate il giro di parole) e anche dell’affetto nutrito nei confronti di una persona, solo quando questa ormai non c’è più. No, non è un caso. Ha raccolto appunti visivi e storie e ha trascorso quei giorni nella casa di famiglia, dove ha avuto modo di scavare nei ricordi di ragazzo e di figlio, che lo hanno trascinato più a fondo di quanto pensasse.

E questo lo viviamo insieme a lui in un film che fa bene e male al tempo stesso. Una pellicola che appesantisce l’anima e rende nostalgici, malinconici ma probabilmente anche più lungimiranti verso il futuro, o forse proprio verso il presente.

 

 

Alle immagini girate dallo stesso Andrea, armato di telecamera, intraprendenza e anche un po’ di testardaggine, si uniscono gli archivi personali in super8 di Ulderico, passione del padre che Andrea scopre proprio grazie alla permanenza nella casa di famiglia nei giorni di lockdown. Lettere scritte anni prima e che rivelano aspetti che Andrea coglie solo adesso e si domanda perché, perché il padre non gli abbia parlato di più racconto di più, detto qualcosa su se stesso di più.

Tra immagini e voce del regista e delle persone che prendono parte al racconto e narrano di una Venezia pre e durante il lockdown, il tutto viene legato dalle musiche di Teho Teardo e un’atmosfera di attesa, angoscia e anche meraviglia, che avvolge tutto il materiale visivo ed esistenziale di questo atipico viaggio, irreale e imprevedibile, che non a caso apre questa atipica 77esima Mostra del Cinema di Venezia, quasi in attesa che il mondo torni a respirare.