L’infantilismo è una condizione che segue l’umanità sin dai suoi albori. E, tra tutti, gli italiani sono quelli che ne hanno assimilato meglio le caratteristiche.

L’umanità, come ogni cosa su questo pianeta, ha i suoi pregi e i suoi difetti. Sta al singolo individuo scegliere cosa rientri nell’una o nell’altra categoria, ma tutti concordiamo sul fatto che non siamo perfetti e mai lo saremo.

Tra tutte le nostre caratteristiche, ce n’è una che ci trasciniamo da sempre dietro: l’infantilismo. Fate bene attenzione, però.

Non va inteso come termine dispregiativo, bensì come semplice e pura condizione dell’uomo e, in minor parte (come vedremo più avanti) della donna.

E quale popolo, più di tutti, ha assimilato questa condizione e l’ha fatta sua sin dall’inizio? Ovviamente quello italiano, dalla tradizione millenaria, ma nato “ufficialmente” poco più di centocinquant’anni fa.

E, proprio in quel 17 marzo 1861, l’italiano moderno ha preso vita, anche se ancora solo in forma embrionale. Bisognerà aspettare le due guerre perché la sua evoluzione sia completa, quando il vento sarà cambiato e con lui i sogni dell’Italia e del mondo intero.

 

 

 

Sono infantile
e me ne vanto

L’infantilismo ha sempre accompagnato gli italiani, solo che non se ne sono mai resi veramente conto fino al secondo dopoguerra, quello più difficile, quello che ha cambiato di punto in bianco il nostro paese.

Possiamo trovare una certa dose di infantilismo in commedie teatrali, come alcune di Goldoni, ma ciò che darà veramente spazio a questa condizione dell’uomo moderno sarà il cinema.

L’infantilismo ha sempre accompagnato gli italiani, solo che non se ne sono mai resi veramente conto fino al secondo dopoguerra.

Già in alcuni film comici del muto possiamo trovare, unito ad un’elevata dose di fantasia tipica delle produzioni d’oltralpe, quell’infantilismo ancora leggermente velato (ma non troppo) che poi si sprigionerà dal ’50 in poi.

Un esempio è il ciclo di film con protagonista Cretinetti (interpretato dal francese André Deed), personaggio che è sempre stato sulla bocca di tutti, ma solo come modo di dire.

Oppure, Leopoldo Fregoli, che con i suoi film si è guadagnato l’onore di diventare il nome di una sindrome psichiatrica.

Ma, tralasciando questi piccoli episodi, che pur hanno aperto la strada a ciò che verrà dopo qualche anno, la vera svolta la porterà un certo Alberto Sordi, con le sue maschere, il suo trasformismo e la sua voglia di raccontare l’Italia per come è veramente e non per come vuole far credere di essere.

 

 

 

 

La prima ondata

1945. Il fuoco arde ancora tra le macerie delle città italiane. I segni della guerra dipingono il nuovo panorama mondiale. Per le strade italiane la gente vive e le macchine da presa (le poche rimaste) riprendono. Registi come Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Luchino Visconti (anche se a modo suo) porteranno sullo schermo la realtà, non l’illusione.

Dal nulla, l’Italia conquista il mondo con le sue storie scomode, tragiche, vere.

 

Il neorealismo sarà fonte di ispirazione per tutto il cinema internazionale del dopoguerra.

Tuttavia, in questo mare di cinema serio, a volte trova spazio qualcosa di diverso. Gli anni ’50 (esaurita la miniera d’oro del neorealismo) vivono sotto il segno del neorealismo rosa, della commedia di costume, della farsa. Generi diversi che, dopo qualche anno, convergeranno in un unico essere (pur sopravvivendo anche singolarmente, in special modo l’ultimo dei tre).

Ed è proprio in questi anni che l’infantilismo torna protagonista delle produzioni italiane.

Dagli esordi di Sordi, con film come Mamma mia, che impressione! (Roberto Savarese, 1951), alla maschera di Totò, cattivo, graffiante, perfetta rappresentazione dell’italiano “furbetto” di quegli anni.

 

 

Questi “eterni bambinoni” non riescono ad andare avanti, a crescere. Vogliono rimanere (o tornare) giovani, spensierati, andare dietro alle donne, fare i galletti sulle spiagge semideserte (in confronto ai canoni odierni) di un’Italia ancora visibilmente provata dalla guerra. E chi ha il compito di tenere in riga questi “bamboccioni” d’altri tempi? Ovviamente le donne, che diventano delle figure materne (anche quando non lo sono) alle quali i protagonisti di queste (per lo più) commedie non possono fare a meno.

Essere infantili non è solo fare pernacchie e stare sempre al centro dell’attenzione.

Un altro esempio è I vitelloni (1953) di Federico Fellini, dove i cinque protagonisti (tra cui nuovamente Alberto Sordi) sono la rappresentazione vivente dell’infantilismo. Perché essere infantili non è solo fare pernacchie e stare sempre al centro dell’attenzione.

Significa anche vivere in un determinato modo, senza troppi pensieri per la testa, inseguendo amori passeggeri e oziando con i propri amici. Insomma, un disimpegno totale nei confronti della “vita vera”, quella difficile e seria che il neorealismo ha inseguito per anni. I vitelloni italiani sono la diretta conseguenza della precaria ricostruzione di un paese che, in sostanza, ha perso tutto.

I vitelloni italiani sono la diretta conseguenza della precaria ricostruzione di un paese che, in sostanza, ha perso tutto.

 

 

 

E poi ci fu il botto

Sull’orlo degli anni ’60 si afferma un nuovo modo di raccontare l’Italia e gli italiani.

Questo per un motivo essenzialmente cruciale: il boom. Già si sentiva aria di miracolo economico in film come La spiaggia (1954) di Alberto Lattuada, ma la vera svolta arriva nel 1958 con I soliti ignoti, diretto da Mario Monicelli su un soggetto di Age & Scarpelli, due dei più illustri sceneggiatori del cinema italiano.

Nel cast, due volti molto noti che con gli anni lo diventeranno ancora di più: Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. In una scena del film, troviamo Totò che spiega alle “nuove leve” l’arte della truffa. Questa sequenza può ed è stata facilmente tradotta come un passaggio di testimone.

Dal vecchio al nuovo, perché insieme, in un tale periodo di fermento, le due cose non potevano convivere. Nasce così la commedia all’italiana.

Dal vecchio al nuovo, perché insieme, in un tale periodo di fermento, le due cose non potevano convivere.

 

 

I protagonisti di questi film, per dirla tutta, non sono propriamente infantili.

Questa breve introduzione di quello che è stato uno dei periodi più prolifici e simbolici del cinema italiano ci torna utile per continuare ad analizzare l’infantilismo nel vasto panorama cinematografico.

I protagonisti di questi film, per dirla tutta, non sono propriamente infantili. La loro infantilità esce fuori solo in determinati casi. Perché questi personaggi non sono più giovani con poca voglia di crescere come i “poveri-ma-belli” di qualche anno addietro, bensì uomini di mezza età che cercano la loro posizione in un mondo complesso, che impone di seguire determinate regole e che, qualunque sia la loro scelta, li fagocita.

Allora non è più il tempo di essere bambini, ma quello di aprire gli occhi e cercare di sopravvivere in una terra dove menzogne, ingiustizie e tradimenti sono all’ordine del giorno. È il tempo di indossare maschere e di recitare nel grande spettacolo che è stato il boom economico.

Non è più il tempo di essere bambini, ma quello di aprire gli occhi e cercare di sopravvivere in una terra dove menzogne, ingiustizie e tradimenti sono all’ordine del giorno.

L’unico luogo dove l’italiano può tornare a mostrarsi per ciò che veramente è si trova in riva al mare. Solo sulla spiaggia il popolo si spoglia (letteralmente e metaforicamente), svelando ogni sua imperfezione, ogni suo problema. Perché in spiaggia le condizioni sociali scompaiono.

Si può passare per nobili, come per poveri (ne è un esempio Domenica d’agosto di Luciano Emmer). Tutti guardano tutti, in un gioco di sguardi che sveste la condizione umana e la mette a nudo.

Tutti guardano tutti, in un gioco di sguardi che sveste la condizione umana e la mette a nudo.

Ed è proprio in questo carnaio di difetti e realtà che l’infantilismo torna sovrano. I latin lover si pavoneggiano in cerca di una fugace avventura amorosa. I mariti tengono la mano delle mogli mentre guardano giovani e avvenenti ragazze che passeggiano sul bagnasciuga.

 

 

 

 

Una situazione che può essere vista ne I mostri (1963) di Dino Risi, ma anche nell’icona per eccellenza della commedia all’italiana che è Il sorpasso (1962), del medesimo regista. Il film mostra un uomo (interpretato da Vittorio Gassman) che vuole a tutti i costi entrare a far parte di ciò che è stato il miracolo economico, ma, sostanzialmente, non ci riesce appieno.

Vuole stare al passo con i tempi e quindi indossa la maschera dell’uomo di successo (ma che di successo non è), con la macchina sportiva (che però è una Lancia Auerlia, per di più fuori produzione) e il sorriso di chi il boom lo sta vivendo sulla propria pelle. Queste sono tematiche care alla commedia all’italiana: il fatto di non riuscire ad identificarsi e ad integrarsi nel nuovo strato sociale, le risate che lasciano sempre un retrogusto amaro. Insomma, far ridere, ma allo stesso tempo, far anche riflettere.

Ciò che interessa alla nostra ricerca, però, è una parte del film (anche abbastanza lunga), ambientata sulla spiaggia. Qui il Bruno Cortona di Vittorio Gassman si spoglia dei suoi panni da finto borghese e lascia andare la sua parte infantile. Fa il filo (ancora più di quanto non faccia normalmente) a ragazze decisamente più giovani di lui; si mette in mostra, proprio come farebbe un bambino, facendo la verticale sulla sabbia mentre il pubblico di annoiati e accaldati bagnanti lo guarda come se fosse uno spettacolo in prima serata sulla televisione nazionale.

Fa persino sci nautico, sempre per stare al centro dell’attenzione delle ragazze, ma anche della figlia. Il bambino si libera per qualche momento dalle catene del consumismo, che lo tenevano rinchiuso in un profondo e buio antro della coscienza italiana, vergognosa di mostrare la sua vera natura.

Il bambino si libera per qualche momento dalle catene del consumismo, che lo tenevano rinchiuso in un profondo e buio antro della coscienza italiana, vergognosa di mostrare la sua vera natura.

 

 

Autori infantili

Per quanto possa venire in mente che l’infantilismo sia una caratteristica che può trovare valvola di sfogo solo nella commedia, va precisato che questa condizione si può riscontrare (sebbene più nascosta e in forme differenti) anche in molto cinema d’autore e di genere degli anni ’60 e ’70.

Partiamo dal film italiano per eccellenza, La dolce vita (1960) di Federico Fellini. Il film è pregno di sottotesti, simbolismi, metafore e via dicendo. Tuttavia, è il finale la parte dove l’infantilismo trova il suo apice. Infatti, dopo una nottata di festini ed eccessi, Marcello e il suo gruppo di “amici” si ritrovano (guarda caso) su una spiaggia. Qui, oltre a trovare un apparente mostro spiaggiato (che adesso non interessa la nostra analisi), il personaggio di Mastroianni guarda in direzione di una bambina che cerca di parlare con lui, ma che non riesce a sentire a causa del frastuono del mare.

Alla fine, Marcello, incapace di comprendere ciò che gli viene detto, si alza e se ne va con il gruppo di festaioli, nuovamente bloccato nella vita che è costretto a vivere.

Questo finale è emblematico. Indica un’impossibilità di andare avanti, di cambiare vita, di guardare al futuro con occhi speranzosi perché la realtà che si sta vivendo è troppo rumorosa per riuscire a comprendere l’avvertimento lanciato.

Tutto ciò che possiamo fare è continuare ad essere trasportati dal mare della vita, finché ce n’è una. Non possiamo maturare perché è il mondo stesso ad impedircelo. E anche questo è infantilismo. Un infantilismo forzato, irreversibile, che non permette di crescere.

 

 

 

 

Non possiamo crescere perché è il mondo stesso ad impedircelo.

Altro cardine della nostra ricerca è La voglia matta (1962) di Luciano Salce con protagonisti Ugo Tognazzi e una giovanissima Catherine Spaak, al limite della commedia all’italiana, pur rientrandovi a pieno titolo.

Qui il protagonista quarantenne Antonio si invaghisce follemente di una sedicenne di nome Francesca, facente parte di un gruppo di giovani amici che passano gli ultimi giorni d’estate insieme.

Dapprima disgustato di se stesso, restio a lasciarsi andare, il personaggio di Tognazzi, per conquistare la maliziosa ragazza, si abbassa al livello dei giovani e cerca di vivere la vita in modo meno severo. L’unico problema è che la gioventù che ha vissuto lui non è come quella dei ruggenti Sessanta, quindi la maggior parte delle volte o si metterà in ridicolo, oppure verrà sfruttato dai ragazzi.

Alla fine del film, pur pensando di essere riuscito ad entrare a far parte di questa “gioventù bruciata” che tanto disprezzava, si accorge che per lui ormai è impossibile comprendere il “nuovo mondo” e torna, come se nulla fosse accaduto, alla sua vita di tutti i giorni. Come un giocattolo, è stato usato per un po’ e poi inevitabilmente buttato via e abbandonato al suo destino. È, quindi, evidente anche qui il tema dell’infantilismo, però di quell’infantilismo che non c’è più, che fatica a comprendere la sua nuova evoluzione, che non riesce a stare al passo con i tempi.

 

 

 

 

Iniziatore spirituale di quello che sarà il poliziottesco all’italiana, il film mostra il potere sotto un punto di vista negativo, una novità per l’epoca.

L’ultimo tassello lo troviamo, questa volta, nel cinema della congiuntura di fine anni ’60 e inizio ’70 in un film “insospettabile”, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri.

Iniziatore spirituale di quello che sarà il poliziottesco all’italiana, il film mostra il potere sotto un punto di vista negativo (una novità per l’epoca, anche se già qualcuno aveva virato in quella direzione precedentemente). Infatti, tutto il film ruota attorno alla questione dell’indulgenza e dell’intoccabilità dei personaggi pubblici (in questo caso, un poliziotto) in un’Italia sull’orlo di una rivoluzione.

Il film di Petri anticipa lo spirito che poi caratterizzerà quelli che vengono definiti “anni di piombo” (il film è uscito pochi mesi dopo la strage di Piazza Fontana, anche se le riprese erano state ultimate prima del tragico evento). E, tra tutti i film citati, questo forse è il più rilevante perché il tema dell’infantilismo è cruciale. Infatti, la vicenda raccontata ha luogo proprio perché la donna che il poliziotto ha ucciso all’inizio del film lo “prendeva in giro”, lo trattava come un bambino.

E, in effetti, il personaggio senza nome interpretato da Gian Maria Volonté passa costantemente dall’essere un retto e “giusto” tutore della legge al diventare il bambino che prende tutto come un gioco, dall’amore alla morte. Questo dualismo è evidente per tutta la durata del film, soprattutto verso la fine, quando non sa più se “continuare a giocare” con le forze dell’ordine o se rivelare la sua vera natura.

Questi tre film mostrano molto bene come l’infantilismo possa assumere diverse forme e come ognuna di esse conviva negli italiani, mostrandosi solo quando il tempo e i luoghi lo permettano.

 

 

 

 

Morta un’era, se ne fa un’altra

L’uscita nel 1980 di La terrazza di Ettore Scola segna simbolicamente la fine della commedia all’italiana, con l’ultima inquadratura che ci fa allontanare, lentamente e con malinconia, da quel cinema che aveva accompagnato l’Italia nei precedenti vent’anni.

L’ultima inquadratura de La terrazza ci fa allontanare da quel cinema che aveva accompagnato l’Italia nei precedenti vent’anni.

Chiuso questo capitolo, se ne apre un altro, meno felice, ma che comunque esalta a dismisura l’infantilità italiana. Quel filone vacanziero caratterizzato dalle firme dei fratelli Vanzina e dai volti di Jerry Calà, Christian De Sica, Massimo Boldi, Lino Banfi.

In questi nuovi film il livello di infantilismo è talmente alto che arriva a toccare la superficialità. Questi personaggi sono mossi dai più semplici e terreni desideri primordiali. La loro “voglia matta” li porta a compiere i gesti più stupidi e avventati. Tutto questo su spiagge ricolme di persone o su picchi innevati (che, alla fine, sono anch’essi “spiagge”).

La loro “voglia matta” li porta a compiere i gesti più stupidi e avventati.

 

Tralasciando l’infantilismo più becero, altri film e attori portano sullo schermo questa inseparabile condizione nostrana. Uno tra tutti, Roberto Benigni, il nuovo “bambinone” italiano.

La sua maschera è costruita intorno all’infantilismo del popolo del “Bel paese” e vive praticamente solo di quello (un po’ anche come il Fantozzi di Paolo Villaggio, ma lì si scende in uno stato di crisi esistenziale che al momento non abbiamo il tempo di approfondire).

Benigni, nella maggior parte dei suoi film, interpreta personaggi che non si lasciano intimorire da nessuno. Dicono ciò ciò che pensano, senza preoccuparsi della conseguenze. Vivono la vita come se fossero all’oscuro delle insidie e della cattiveria che la abita.

L’esempio per eccellenza di questo suo personaggio-condizione è La vita è bella (1997), diretto dallo stesso Benigni e vincitore di tre Premi Oscar (Miglior Attore Protagonista, Miglior Film Straniero e Miglior Colonna Sonora).

 

 

 

 

I suoi personaggi vivono la vita come se fossero all’oscuro delle insidie e della cattiveria che la abita.

Il film è crudele, forte, feroce, ma nonostante questo, il Guido Orefice di Benigni cerca sempre la felicità in ogni aspetto della vita, anche se si tratta di sopravvivere ad un lager nazista durante l’Olocausto. Tutto ciò solo per tirare su il morale al figlioletto Giosuè e fargli vivere questa tremenda esperienza come un gioco. Tra tutte le diverse manifestazioni dell’infantilismo, questa è forse la più pura. Tornare bambini per proteggere chi si ama. Prendere parte al gioco della vita in modo scherzoso, anche quando c’è poco da scherzare. Non far vivere agli altri ciò che si sta vivendo sulla propria pelle. Anche questo è l’infantilismo. Anche questi sono gli italiani.

Infantilismo è prendere parte al gioco della vita in modo scherzoso, anche quando c’è poco da scherzare.

 

 

 

 

La televisione bambina

Quando sullo schermo si alternavano i Gassman, i Mastroianni e i Sordi, all’orizzonte si iniziava ad intravedere una “minaccia fantasma”: la televisione. Con l’arrivo del boom, praticamente ogni italiano aveva accesso ad una TV e, su questa, l’infantilismo ha trovato subito una sua via, sicura e acclamata.

Grazie a personalità provenienti dal varietà, dal cinema e a volti inediti, gli sketch comici delle trasmissioni del sabato sera riscossero enormi successi per i personaggi estremamente farseschi e, appunto, infantili che molto spesso proponevano. I nomi sono veramente tanti.

Da Raimondo Vianello e Sandra Mondaini ad Anna Marchesini, Massimo Lopez e Tullio Solenghi. Da Carlo Verdone a Giorgio Panariello. Tutti interpreti che  (nel loro vasto repertorio) hanno portato sul piccolo schermo personaggi infantili, eterni bambini, macchiette dalla (nostra) risata facile.

 

 

Ma non solo finzione. Anche programmi televisivi come La Corrida (all’ora e adesso) e il più recente (così da sfondare il muro del contemporaneo) Ciao Darwin. Entrambi show che mettono in risalto questa condizione bambinesca e infantile degli italiani, tanto dalla parte del pubblico quanto da quella dei concorrenti.

Questi programmi televisivi sono una sorta di finestra sugli italiani.

Quanto il pubblico maschile di un Ciao Darwin ricorda i personaggi beceri ed eccessivi che si potevano vedere nelle commedie balneari dei Vanzina?

Ecco, questi programmi sono una sorta di finestra sugli italiani, sul loro vero modo di essere che si sprigiona di fronte alle telecamere, pensando (?) di essere non visti perché non protagonisti di quanto viene ripreso. Eppure, alla fine, sono proprio loro l’attrazione principale, come in una sorta di reality show. Sicuramente molto di quanto il pubblico lascia intravedere è forzato e fittizio, ma dietro ad ogni comportamento si cela sempre un fondo di verità.

 

 

 

 

Il nuovo popolo sovrano

Il XXI secolo è arrivato. Il nuovo millennio ha cambiato le carte in tavola. Ora l’intrattenimento si sta velocemente ibridando sotto l’egida dei dispositivi portatili. Lo smartphone è il nuovo cinema, la nuova televisione, il nuovo museo, la nuova biblioteca.

Questa insolita condizione ha costretto ad una drastica riduzione dei tempi nel mondo dell’audiovisivo e ha portato all’affermazione sul mercato internazionale e sociale della piattaforma di condivisione video per eccellenza: Youtube.

Il parallelismo fra infantilismo italiano e Youtube sembra strano da fare, ma è una diretta conseguenza di quanto si è visto in passato, solo in forma più ristretta (per quanto possa essere ristretto il flusso di utenti che naviga su questa piattaforma).

L’intrattenimento si sta velocemente ibridando sotto l’egida dei dispositivi portatili.

Va specificata una cosa: gran parte del pubblico di Youtube è composto da giovanissimi. Uno youtuber che ha intenzione di fare successo sulla piattaforma non può mettersi ad analizzare Grotowski o parlare esclusivamente in latino arcaico. O meglio, può farlo, ma il suo pubblico sarebbe molto limitato.

Di conseguenza (con evidente lezione dei discendenti dei “liberatori” d’oltreoceano), uno youtuber italiano deve tirare fuori, anche in minima parte, quella condizione infantile che risiede in lui.

E quindi vediamo giovani adulti cimentarsi nelle sfide più stupide, utilizzare un vocabolario semplice e “squisitamente” scurrile, arrabbiarsi in modo così altamente esacerbato da risultare evidentemente forzato. Tutto questo, ovviamente, essendo consci di ciò che si sta facendo (il più delle volte).

Perché anche questi youtuber interpretano un ruolo, indossano una maschera. E, come ogni interprete, cercano di captare i desideri del pubblico e di riproporli in quei dieci minuti di video che, alla fine, sono degli sketch. Colgono la corrente, il vento che tira, e ne ricavano il meglio per se stessi e (a volte) per il pubblico.

Esattamente come hanno fatto le personalità che abbiamo precedentemente analizzato, gli youtuber danno in pasto al pubblico ciò che viene richiesto loro. Parlano la lingua del popolo, ormai completamente trasformato.

Esattamente come il vecchio lascia lo spazio al nuovo ne I soliti ignoti, il nuovo “nuovo” reclama il potere e il vecchio “nuovo” non può fare altro che farsi da parte e lasciare spazio al futuro. Il futuro degli eterni immaturi.

Il futuro dell’Italia: terra infantile.